MATERNITÀ

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Michelangelo Buonarroti, Pietà, 1497-1499, Basilica di San Pietro in Vaticano

 

Il divenire madre espone a una situazione psicologica complessa: alla onnipotenza del momento generativo e, contemporaneamente, alla consapevolezza del limite rappresentato dalla mortalità del figlio generato [1].

Non è facile accettare questa stridente condizione, così, peraltro, terribilmente umana: può provocare sofferenza, contribuire alla depressione post partum. A volte più per l’aspetto della potenza creativa – poiché anche la creatività può generare angoscia – a volte più per quello del toccare il limite.

È possibile elaborare tale sofferenza attraverso percorsi di sostegno alla maternità sia individuali sia di gruppo, oppure, quando la sofferenza è alta, attraverso percorsi psicoterapeutici.

[1] “Nel momento generativo, infatti, infinito e finito si toccano” in Leonelli Langer, L., Diventare madre, tra onnipotenza e limite, in Borgogno F., Maggioni G. (a cura di ), Una mente a più voci . Sulla vita e sull’opera di Dina Vallino, Mimesis, Milano – Udine, 2017, p. 96.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

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MENTE E CORPO CONNESSI, RAGIONE ED EMOZIONI A BRACCETTO

 

psicoanalisi, psicoterapia come viaggio
Le metafore della psicoanalisi: il viaggio

 

PERCHÈ UN PERCORSO PSICOTERAPEUTICO?

Per evitare che il passato e il futuro collassino nell’oggi.

Attraverso la nuova esperienza relazionale che la psicoterapia offre, per emanciparsi dal passato evitando che esso si perpetui come una maledizione a condizionare le scelte future.

Per vivere appieno il presente, con la capacità di farsi sorprendere dall’esperienza e di imprimervi la propria orma.

Per scongiurare che il domani incomba provocando un eccesso di ansia o di attesa, come una cambiale che non si potrà mai pagare o mai riscuotere.

Perché il “qui e ora”, a pensarci bene, rappresenta l’unica condizione di spazio/tempo davvero a nostra disposizione.

Possiamo arrivare, con la psicoterapia [1], ad attraversarla, questa condizione, con tutto il nostro essere, il corpo e la mente connessi, le emozioni e la ragione a braccetto.

 

[1] Quando parlo di percorso di psicoterapia mi riferisco ad un percorso ad orientamento psicoanalitico. Si veda CHI SONO.

Photo by Marisa Faioni

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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SCOPRO COSA PROVO SE NE PARLO CON QUALCUNO

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Balatresi, Napoli

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2015/04/11/foto/sguardi_che_s_incrociano_inchiostro_e_dolcezza_nelle_opere_di_balatresi_a_palazzo_reale-111710522/1/#1

PSICOANALISI COME NARRAZIONE CONDIVISA

“[…] un bambino  – e poi un adulto – può scoprire cosa sta provando solo se ha l’occasione di parlarne con qualcuno. Ma non nel senso di parlare volutamente di cosa sta provando, poiché in questo caso lui, il bambino [e poi l’adulto] sarebbe allora già in grado di sapere che “il che cosa gli capita” è un’emozione, che è sua. Nel senso, invece, del mettersi a parlare con qualcuno che abbia in mente la psiche come storia, che abbia in mente il fatto che qualunque cosa il piccolo si metta a dire o a fare, quella cosa è un modo per spiegare come sta. Qualcuno – cioè – che sappia invitare con sensibilità “il piccolo” [e poi l’adulto] a non aver paura di cosa gli capita nella testa e a scoprire che questa cosa non è interessante solo per lui, ma può essere apprezzata da un altro.” [1]

Detto in altri termini:

“[…] una psiche esiste solo se “avviene” una storia che la possa raccontare e se c’è qualcuno a cui rivolgersi mentre prende forma”. [2]

Queste citazioni si riferiscono al farsi della mente di un bambino e al rapporto con uno psicoanalista dei bambini (ma potremmo dire più in generale con un adulto – genitore o care-giver che sia – “attento”).

Le parole dell’autore, peraltro, si potrebbero senz’altro estendere anche alla mente di un adulto (e al rapporto con uno psicoanalista degli adulti). Anche quando un uomo o una donna pensano di conoscersi, infatti, possono sempre scoprire qualcosa di nuovo di sé parlando con altri, se hanno la fortuna di trovare un interlocutore attento ad accogliere e “sentire insieme”. A maggior ragione se ciò che si prova è opaco a se stessi.

O, meglio ancora, possiamo affermare che il poter dare voce, anche in modo indiretto, a ciò che si sente, se si viene ascoltati empaticamente e si viene rispecchiati, fa sì che ciò che si sente, appunto, venga messo in forma, divenga pensiero e vada a costituire la mente. Per effetto dell’ascolto la mente si espande e viene abitata, per così dire, in tutte le sue stanze, addomesticata (da “domus”), resa cioè più intima e familiare.

[1] Cassardo C., Il mito e l’impegno poetico nella clinica di Dina Vallino, in  Borgogna F., Maggioni G., (a cura di) Una mente a più voci. Sulla vita e sull’opera di Dino Vallino, Mimesis, Milano-Udine, 2017, p. 87.

[2] Ibidem, p. 88. La citazione così continua: “Siamo qui, in pieno, nel campo delle nuove cornici teoriche relative alla mente […] secondo le quali la mente non è un fenomeno individuale ma il frutto di un incontro; non si costituisce – ossia – da sé o “in assolo”, ma si costruisce per forza in due, o anche in più di due.”

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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IL BINGE DRINKING FRA I GIOVANI

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Miguel Ángel Belinchón Bujes, noto come Belin

Tratto da: https://www.keblog.it/street-art-murales-dipinti-postneocubismo-belin/

Il binge drinking, ovvero l'”abbuffata” alcolica consistente nell’assunzione di cinque o più  bevande alcoliche fuori dai pasti in un breve arco di tempo, è un fenomeno in allarmante crescita tra i giovani e tra gli adolescenti [1]. Esso rappresenta un problema psico-sociale in quanto correlato sia a rischi per la salute del singolo bevitore sia a “rischi per la comunità e per la sicurezza sociale, soprattutto in relazione agli incidenti stradali, agli incidenti sul lavoro e alle violenze in genere” [2].

Che cosa induce un/a ragazzo/a a stordirsi di alcool fino all’ubriachezza quando esce con gli amici o va in discoteca? Varie possono essere le motivazioni, di carattere individuale e sociale. Intanto, va segnalato come elemento preoccupante fra i fattori sociali, se non direttamente inducente, quanto meno non ostacolante, il fatto che non vi sia riprovazione fra i giovani relativamente all’uso di alcol. Bere, persino cocktail e superalcolici, oltre che birra e vino, è divenuto un comportamento ritenuto “normale” fra gli adolescenti e i giovani quando si incontrano.

Le motivazioni individuali possono rintracciarsi nel bisogno di sentire di appartenere al gruppo o alla maggioranza, quando non si riesce a differenziarsi dal comportamento dei coetanei per timore di non essere accettati; nel bisogno di evadere dalle proprie angosce, dal senso di vuoto o dalla depressione cercando sollievo in sensazioni piacevoli o in uno stato di alterazione; nel tentativo di superare le proprie inibizioni sociali o in vista di un rapporto sessuale. Insomma, spesso la ricercata ubriachezza (che a volte porta anche a coma etilico) viene paradossalmente usata con valenza di autocura.

[1] Vedasi il portale del Ministero della Salute: http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp?id=2351&area=alcol&menu=vuoto.

[2] Dalla Relazione del Ministero della Salute al Parlamento 2016: http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2589_allegato.pdf

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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IO: MA IO CHI?

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Robert De Niro – Taxi driver “Stai parlando con me?”

Io:

chi, <<io>>? È proprio questo il problema, il vecchio problema: qual è questo soggetto dell’enunciazione sempre estraneo al soggetto del suo enunciato, di cui è per forza l’intruso, pur essendone per forza anche il motore, la leva o il cuore”

Da Nancy, J.L., L’intruso, Cronopio, Napoli, 2016, p. 13

Quando si parla di sé è possibile avvertire che ciò che si sta affermando non riesce ad afferrare  davvero l’essenza, come se le parole non fossero mai in grado di rappresentare appieno ciò che si affida loro, come se qualcosa di sé sfuggisse sempre, come se, appunto, ci fosse uno scarto fra l’Io che enuncia e l’Io che viene descritto. Questo scarto dipende forse da molteplici fattori: dal non conoscersi mai fino in fondo, dalla molteplicità degli stati del Sé, dal fatto che siamo corpo, che la mente è incarnata nel corpo, l’esperienza del quale risulta tuttavia per lo più ineffabile.

A proposito di quest’ultimo fattore, del rapporto cioè con il corpo, il filosofo Nancy, nell’opera da cui è tratta la citazione, riflette sulla esperienza del trapianto di cuore che ha subìto. In attesa del trapianto, la sintomatologia cardiaca lo costringe ad accorgersi di avere un cuore. Ecco ancora le sue illuminanti parole in proposito [1] :

“C’ero ancora, era estate, bisognava aspettare, qualcosa si staccava da me o qualcosa sorgeva in me dove non c’era nulla: nulla se non la <<propria>> immersione in me di un <<me stesso>> che non si era mai identificato come questo corpo e ancor meno come questo cuore e che all’improvviso cominciava a guardarsi. […] In che modo si diviene per se stessi una rappresentazione? E un montaggio di funzioni? e dove finisce l’evidenza muta e potente che teneva insieme tutto questo senza problemi?”

“L’evidenza muta e potente che teneva insieme tutto”, il corpo e la mente, appunto. E quando si cerca di tradurre questa evidenza muta e potente in parole ecco che si finisce con il mancare l’obiettivo, con il non centrarlo esattamente. Le parole si rivelano insufficienti e l’Io descritto sfuma nei suoi contorni.

[1] Ivi, p.15.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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LA GIUSTA DISTANZA: A YO-YO

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La giusta distanza tra sé e gli altri rappresenta quella dimensione critica che spesso è in gioco nelle situazioni di disagio nelle relazioni.

Ma cosa intendo per distanza? E cosa per giusta?

Mi riferisco alla distanza affettiva, in particolare rispetto alle persone amate o comunque significative; o, meglio ancora, alla capacità di regolare la distanza affettiva nelle diverse situazioni.

Non si tratta infatti di una dimensione statica, bensì dinamica. Si tratta della possibilità di avvicinarsi all’altro e di allontanarsene in maniera fluida, per assecondare i propri e altrui bisogni affettivi e per rispettare i propri e altrui confini psichici. La distanza giusta, dunque, si accorcia e si allunga normalmente, come uno yo-yo, in ragione dei differenti momenti e delle differenti situazioni relazionali. E poiché questa distanza si riferisce appunto ad una relazione, non può che essere frutto di continue negoziazioni tra i suoi partecipanti, poiché non sempre i bisogni di due persone, per quanto in armonia, coincidono nel loro manifestarsi, anzi!

Se abbiamo senz’altro bisogno degli altri, di amare ed essere amati, abbiamo anche bisogno di preservare la nostra privata intimità. Il lasciarsi andare all’altro e fondersi momentaneamente con lui può essere davvero una condizione meravigliosa, ma può anche divenire angosciosa se si avverte di non poter riprendere la propria individualità separata senza deludere o, viceversa, sentirsi abbandonati. La condizione migliore, dunque, si realizza quando si riesce a entrare ed uscire in modo “scorrevole” fra  fusionalità e separatezza.

Ci sono persone che non tollerano una eccessiva vicinanza, neanche temporanea, perché non tollerano di sentirsi dipendenti o perché la percepiscono come una invasione e un controllo; e ci sono persone che non riescono a ri-separarsi senza soffrire dopo aver assaporato l’intimità.

Molte coppie patiscono a causa del fatto di non riuscire a negoziare la giusta distanza: può capitare allora che i partner si polarizzino in ruoli rigidi, che uno si lamenti costantemente della eccessiva distanza dell’altro, l’altro della eccessiva richiesta di vicinanza dell’uno. Appare allora opportuna una psicoterapia di coppia.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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CE LA FAREMO A STARE MENTALMENTE AL PASSO CON I PROGRESSI DELLA TECNICA CHE INTERVIENE SUL CORPO?

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René Magritte, La Décalcomanie, 1966, Collection of Dr. Noémi Perelman Mattis and Dr. Daniel C. Mattis

https://www.artsy.net/artwork/rene-magritte-la-decalcomanie

Ho letto l’altro giorno sul quotidiano La Repubblica un articolo [1] che prefigurava scenari impressionanti in cui la tecnologia, in un futuro prossimo, sarà in grado di intervenire in modo massiccio e trasformativo sul nostro corpo, rendendo la pelle touch:

Basterà un tocco sulla pelle per controllare i dispositivi intelligenti di domani. Pigiare un neo per inviare un messaggio, sfiorare le rughe per alzare il volume della musica, toccare le nocche di una mano per cambiare il canale della tv.”

Mi domando se saremo pronti, dal punto di vista psicologico, alle mutazioni che la tecnica produrrà sul corpo. La mente sarà in grado di incorporare nelle sue rappresentazioni questi device e il mutato rapporto con il soma e con il mondo?

Mente e corpo sono strettamente interdipendenti: e quando dico corpo intendo tutto il corpo, non solo il cervello; la mente non va infatti confusa con il cervello, essa è piuttosto incarnata nel corpo, che, a sua volta, è in stretta relazione con il mondo circostante. Vi è, insomma, un legame complesso ma ineludibile fra mente, corpo e mondo. Non solo la mente si sviluppa a partire dalle sensazioni del corpo, propriocettive e viscerali, mediate dalla relazione con il mondo inizialmente attraverso la madre o un altro care-giver, ma è chiamata a costruirsi una rappresentazione affettiva e simbolica del corpo, a “mentalizzare il corpo” [2].  Questo è un compito evolutivo specifico dell’adolescenza, ma non solo; è, in verità, un compito che continuamente ci tocca svolgere di fronte alle mutazioni che il nostro corpo subisce in virtù sia del normale processo di invecchiamento sia di certe particolari tappe della vita, come per esempio, oltre alla pubertà, la gravidanza, quando c’è, o la menopausa.

Ancora secondo una causalità circolare e all’interno di quell’ineludibile legame di cui sopra, è evidente che nel processo di mentalizzazione, le rappresentazioni socio-culturali esercitano un’enorme importanza, poiché non possiamo che concepirci immersi in un tessuto sociale.

Come cambierà, allora, il rapporto con il mondo percepito attraverso il corpo  trasformato dalla tecnologia così come preconizzato da quell’articolo di giornale? E come riusciremo a rappresentarci il corpo e ad integrare nel Sé parti tecnologiche così aliene?

Quando non si riesce a mentalizzare il corpo e le sue esperienze, nascono i guai. Basti pensare, per esempio, al fenomeno del rigetto dei trapianti, ma anche ai disagi, variamente espressi, che spesso si verificano dopo l’impianto di dispositivi medici endocorporei, altamente tecnologici, che, pur quando salva-vita, possono provocare un senso di estraniamento[3].

Se ci focalizziamo, poi, sul fatto che la pelle rappresenta il nostro confine rispetto al mondo esterno, ma anche la superficie di scambio fra mondo interno ed esterno, non possiamo non domandarci che cosa implicherà avere una pelle touch?

Mi sembra che un motivo di preoccupazione possa insistere nella discrepanza temporale fra l’avanzare galoppante della tecnologia e la capacità della cultura e della società di creare rappresentazioni sufficientemente condivise, in tempi altrettanto veloci, delle mutazioni antropiche, tali da sorreggere una sufficientemente buona elaborazione della condizione cyborg. [4]

[1] Rutano, R., Il corpo come un telecomando, La Repubblica, 20.05.2017

[2] Pietropolli Charmet, docente di psicologia dinamica e psichiatra esperto di adolescenza, distingue in I nuovi adolescenti, Raffaello Cortina, Milano, 2000, la mentalizzazione del corpo dalla costruzione dello “schema  corporeo”. Parlando del primo processo afferma a p. 133: “Pensare al proprio corpo non significa pensare il corpo. Pensarci è facile, pensarlo è arduo poiché significa tentare di rappresentarlo nel suo insieme, nel suo aspetto complessivo, praticamente nelle sue funzioni, regalargli un significato relazionale, sociale, sentimentale, erotico, generativo ed etico: e riuscire ad ipotizzare il suo sviluppo, la sua decadenza e la sua morte, raccogliere e dare senso alle nuove esperienze del desiderio ingovernabile e del piacere perturbante.”; e ancora, poco dopo, descrive la mentalizzazione del corpo, che è uno dei compiti evolutivi dell’adolescenza, come “un faticoso processo di donazione di senso agli accadimenti biologici ed ai loro equivalenti psichici ed emozionali. Ne deriva la possibilità di guardare al corpo come ad una “potenza straniera” che minaccia i valori e le relazioni precariamente costruite nelle fasi di sviluppo precedenti, oppure può succedere che il corpo venga superinvestito narcisisticamente fino a diventare il luogo elettivo del sentimento di identità.”

[3] Iossa Fasano, A., Fuori di sé. Da Freud all’analisi del cyborg, Edizioni ETS, Pisa, 2013

[4] Trattando la questione delle cure mediche che comportano l’uso di device endocorporei, lo psicoanalista Iossa Fasano, ivi, pp. 28-29, sottolinea come la medicina non sembri curarsi del fatto che tali cure comportano anche una discontinuità identitaria e vissuti di alienazione: “Medicina e cultura trasmettono un’ideologia di pretesa restitutio ad integrum, di guarigione, se non di potenziamento del paziente che, forzatamente, mutato in cyborg, potrebbe superare i limiti reali e quelli assegnati dall’immaginario. […] Si pretende che la cura cancelli la malattia senza lasciare dietro di sé residuo alcuno. […] Si propende dunque per concludere che la manipolazione sia neutra e priva di effetti o, all’opposto, sortisca conseguenze totalmente sotto controllo.” I disagi dei pazienti, espressi in vari modi, non vengono riconosciuti come connessi agli interventi subìti, ma assegnati al patologico o allo psicopatologico. “Da qui l’indifferenza, la disattenzione o lo stigma da parte della scienza verso il fenomeno mutativo che essa stessa ha prodotto. La società e la cultura hanno intrapreso una direzione divergente.”.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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