BIBLIOGRAFIA DEL BLOG: MEDIA

Narrativa e psicologia
Parole in prestito

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

http://www.psicoterapia-milano.eu

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IL CAVALLO E IL PRONOME IN TERZA PERSONA: TRA SOGGETTO E OGGETTO DELLA NARRAZIONE

 

snoopy sogni

 

“Cosa c’entra il cavallo col pronome di terza persona? Algirdas Julien Greimas, che non amava parlare a sproposito, ripeteva spesso che si tratta delle due più azzeccate invenzioni della specie umana [più che il cavallo, l’asservimento del cavallo], poiché, a ben vedere, hanno svolto nel tempo la medesima funzione antropologica: quella di distaccare l’ominide dalla sua condizione cosiddetta naturale, cioè bestiale, permettendogli di accedere alla sfera della cultura, della socialità, della simbolizzazione. Laddove l’asservimento dell’equino, con buona pace degli odierni animalisti, ha aiutato nel lavoro e nei trasporti, innalzando di parecchio la qualità del vita umana, l’egli ha permesso di parlare di qualcosa che non è lì mentre si parla, che è supposta esistere a prescindere da chi, al contrario, la sta esprimendo. Come dire che, se il cavallo ha prodotto qualcosa come la soggettività, la terza persona ha reso possibile l’oggettività. Che non è poco.”

Marrone, G., Algirdas Greimas. Del senso in esilio, Doppiozero, 23 giugno 2017

Lo studioso cui si fa riferimento nell’articolo è il linguista e semiologo lituano Algirdas Greimas che rinviene nella narrazione ogni atto di attribuzione di senso. Come del resto è con la stessa narrazione che egli fa collegando il cavallo al pronome in terza persona che ricostruisce una specifica visione della storia dell’umanità, della nostra storia.

Potremmo dire, in effetti, anche dal punto di vista psicologico, che l’uomo si muove oscillando nello spazio fra il soggetto e l’oggetto, fra il divenire soggetto partendo dall’essere l’oggetto del racconto di qualcun altro per arrivare a distinguersene, almeno in una certa misura, come in una certa misura rende l’altro l’oggetto del proprio racconto e in un’altra, se va bene, lo concepisce esistente come soggetto altro da sé, e quindi non coincidente con la propria narrazione su di lui. In ogni caso il soggetto non può nascere senza prima essere oggetto e senza l’oggetto (variamente avvertito) con cui è in relazione (una relazione narrabile).

Anche il narrare richiede, infatti, almeno un soggetto e un oggetto, perché narrare vuol dire mettere in relazione, in una relazione specifica, anziché in un’altra.

Come continua l’autore dell’articolo citato: “Ogni nostra azione, ogni cosa che ci accade, ogni evento piccolo o grande della nostra vita hanno senso se e solo se stanno in una qualche serie narrativa, là dove ogni soggetto, individuale o collettivo, va in cerca di oggetti che sono carichi di valori: i valori, appunto, delle nostre esistenze, quelli che inseguiamo perché hanno per noi un qualche senso, una qualche importanza, regalandoci anche per lo spazio di un attimo quel demone che ci opprime e che si chiama identità. Non siamo altro che l’esito delle storie che ci accade di vivere, ripeteva Greimas – dando alla pratica dello storytelling uno spessore e un’ampiezza straordinariamente più grandi di quello dei suoi odierni teorici.”

Il percorso fra oggetto e soggetto e fra soggetto e oggetto si dà attraverso la narrazione. Penso al peso delle narrazioni e dei miti familiari [1] sulla immagine che si ha di sé e della propria identità e ruolo; così come mi viene in mente che il percorso psicoanalitico porta a trasformazioni della personalità anche attraverso la de-costruzione dei miti familiari, in quanto verità subìte, attraverso narrazioni di senso condivise, co-costruite, dove il paziente diviene autore.

[1] “Il mito familiare può essere definito come una griglia di lettura della realtà, in parte ereditata dalle generazioni passate, in parte creata nella generazione attuale, che assegna a ciascun membro della famiglia un ruolo e un destino specifici. E’ un concetto usato per descrivere le credenze che la famiglia ha di sé, che si compone di immagini e leggende che contribuiscono a creare il senso di identità della famiglia stessa. I miti, benché falsi e illusori, sono accettati da tutti, anzi hanno qualcosa di sacro e tabù che nessuno oserebbe sfidare. Infatti per ogni famiglia i propri miti rappresentano la verità.”, come ci dice Cecilia Coccia in http://www.psicologiarelazionale.org/letture/mito-familiare.html.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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MATERNITÀ

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Michelangelo Buonarroti, Pietà, 1497-1499, Basilica di San Pietro in Vaticano

 

Il divenire madre espone a una situazione psicologica complessa: alla onnipotenza del momento generativo e, contemporaneamente, alla consapevolezza del limite rappresentato dalla mortalità del figlio generato [1].

Non è facile accettare questa stridente condizione, così, peraltro, terribilmente umana: può provocare sofferenza, contribuire alla depressione post partum. A volte più per l’aspetto della potenza creativa – poiché anche la creatività può generare angoscia – a volte più per quello del toccare il limite.

È possibile elaborare tale sofferenza attraverso percorsi di sostegno alla maternità sia individuali sia di gruppo, oppure, quando la sofferenza è alta, attraverso percorsi psicoterapeutici.

[1] “Nel momento generativo, infatti, infinito e finito si toccano” in Leonelli Langer, L., Diventare madre, tra onnipotenza e limite, in Borgogno F., Maggioni G. (a cura di ), Una mente a più voci . Sulla vita e sull’opera di Dina Vallino, Mimesis, Milano – Udine, 2017, p. 96.

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MENTE E CORPO CONNESSI, RAGIONE ED EMOZIONI A BRACCETTO

 

psicoanalisi, psicoterapia come viaggio
Le metafore della psicoanalisi: il viaggio

 

PERCHÈ UN PERCORSO PSICOTERAPEUTICO?

Per evitare che il passato e il futuro collassino nell’oggi.

Attraverso la nuova esperienza relazionale che la psicoterapia offre, per emanciparsi dal passato evitando che esso si perpetui come una maledizione a condizionare le scelte future.

Per vivere appieno il presente, con la capacità di farsi sorprendere dall’esperienza e di imprimervi la propria orma.

Per scongiurare che il domani incomba provocando un eccesso di ansia o di attesa, come una cambiale che non si potrà mai pagare o mai riscuotere.

Perché il “qui e ora”, a pensarci bene, rappresenta l’unica condizione di spazio/tempo davvero a nostra disposizione.

Possiamo arrivare, con la psicoterapia [1], ad attraversarla, questa condizione, con tutto il nostro essere, il corpo e la mente connessi, le emozioni e la ragione a braccetto.

 

[1] Quando parlo di percorso di psicoterapia mi riferisco ad un percorso ad orientamento psicoanalitico. Si veda CHI SONO.

Photo by Marisa Faioni

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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SCOPRO COSA PROVO SE NE PARLO CON QUALCUNO

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Balatresi, Napoli

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2015/04/11/foto/sguardi_che_s_incrociano_inchiostro_e_dolcezza_nelle_opere_di_balatresi_a_palazzo_reale-111710522/1/#1

PSICOANALISI COME NARRAZIONE CONDIVISA

“[…] un bambino  – e poi un adulto – può scoprire cosa sta provando solo se ha l’occasione di parlarne con qualcuno. Ma non nel senso di parlare volutamente di cosa sta provando, poiché in questo caso lui, il bambino [e poi l’adulto] sarebbe allora già in grado di sapere che “il che cosa gli capita” è un’emozione, che è sua. Nel senso, invece, del mettersi a parlare con qualcuno che abbia in mente la psiche come storia, che abbia in mente il fatto che qualunque cosa il piccolo si metta a dire o a fare, quella cosa è un modo per spiegare come sta. Qualcuno – cioè – che sappia invitare con sensibilità “il piccolo” [e poi l’adulto] a non aver paura di cosa gli capita nella testa e a scoprire che questa cosa non è interessante solo per lui, ma può essere apprezzata da un altro.” [1]

Detto in altri termini:

“[…] una psiche esiste solo se “avviene” una storia che la possa raccontare e se c’è qualcuno a cui rivolgersi mentre prende forma”. [2]

Queste citazioni si riferiscono al farsi della mente di un bambino e al rapporto con uno psicoanalista dei bambini (ma potremmo dire più in generale con un adulto – genitore o care-giver che sia – “attento”).

Le parole dell’autore, peraltro, si potrebbero senz’altro estendere anche alla mente di un adulto (e al rapporto con uno psicoanalista degli adulti). Anche quando un uomo o una donna pensano di conoscersi, infatti, possono sempre scoprire qualcosa di nuovo di sé parlando con altri, se hanno la fortuna di trovare un interlocutore attento ad accogliere e “sentire insieme”. A maggior ragione se ciò che si prova è opaco a se stessi.

O, meglio ancora, possiamo affermare che il poter dare voce, anche in modo indiretto, a ciò che si sente, se si viene ascoltati empaticamente e si viene rispecchiati, fa sì che ciò che si sente, appunto, venga messo in forma, divenga pensiero e vada a costituire la mente. Per effetto dell’ascolto la mente si espande e viene abitata, per così dire, in tutte le sue stanze, addomesticata (da “domus”), resa cioè più intima e familiare.

[1] Cassardo C., Il mito e l’impegno poetico nella clinica di Dina Vallino, in  Borgogna F., Maggioni G., (a cura di) Una mente a più voci. Sulla vita e sull’opera di Dino Vallino, Mimesis, Milano-Udine, 2017, p. 87.

[2] Ibidem, p. 88. La citazione così continua: “Siamo qui, in pieno, nel campo delle nuove cornici teoriche relative alla mente […] secondo le quali la mente non è un fenomeno individuale ma il frutto di un incontro; non si costituisce – ossia – da sé o “in assolo”, ma si costruisce per forza in due, o anche in più di due.”

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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IL BINGE DRINKING FRA I GIOVANI

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Miguel Ángel Belinchón Bujes, noto come Belin

Tratto da: https://www.keblog.it/street-art-murales-dipinti-postneocubismo-belin/

Il binge drinking, ovvero l'”abbuffata” alcolica consistente nell’assunzione di cinque o più  bevande alcoliche fuori dai pasti in un breve arco di tempo, è un fenomeno in allarmante crescita tra i giovani e tra gli adolescenti [1]. Esso rappresenta un problema psico-sociale in quanto correlato sia a rischi per la salute del singolo bevitore sia a “rischi per la comunità e per la sicurezza sociale, soprattutto in relazione agli incidenti stradali, agli incidenti sul lavoro e alle violenze in genere” [2].

Che cosa induce un/a ragazzo/a a stordirsi di alcool fino all’ubriachezza quando esce con gli amici o va in discoteca? Varie possono essere le motivazioni, di carattere individuale e sociale. Intanto, va segnalato come elemento preoccupante fra i fattori sociali, se non direttamente inducente, quanto meno non ostacolante, il fatto che non vi sia riprovazione fra i giovani relativamente all’uso di alcol. Bere, persino cocktail e superalcolici, oltre che birra e vino, è divenuto un comportamento ritenuto “normale” fra gli adolescenti e i giovani quando si incontrano.

Le motivazioni individuali possono rintracciarsi nel bisogno di sentire di appartenere al gruppo o alla maggioranza, quando non si riesce a differenziarsi dal comportamento dei coetanei per timore di non essere accettati; nel bisogno di evadere dalle proprie angosce, dal senso di vuoto o dalla depressione cercando sollievo in sensazioni piacevoli o in uno stato di alterazione; nel tentativo di superare le proprie inibizioni sociali o in vista di un rapporto sessuale. Insomma, spesso la ricercata ubriachezza (che a volte porta anche a coma etilico) viene paradossalmente usata con valenza di autocura.

[1] Vedasi il portale del Ministero della Salute: http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp?id=2351&area=alcol&menu=vuoto.

[2] Dalla Relazione del Ministero della Salute al Parlamento 2016: http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2589_allegato.pdf

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IO: MA IO CHI?

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Robert De Niro – Taxi driver “Stai parlando con me?”

Io:

chi, <<io>>? È proprio questo il problema, il vecchio problema: qual è questo soggetto dell’enunciazione sempre estraneo al soggetto del suo enunciato, di cui è per forza l’intruso, pur essendone per forza anche il motore, la leva o il cuore”

Da Nancy, J.L., L’intruso, Cronopio, Napoli, 2016, p. 13

Quando si parla di sé è possibile avvertire che ciò che si sta affermando non riesce ad afferrare  davvero l’essenza, come se le parole non fossero mai in grado di rappresentare appieno ciò che si affida loro, come se qualcosa di sé sfuggisse sempre, come se, appunto, ci fosse uno scarto fra l’Io che enuncia e l’Io che viene descritto. Questo scarto dipende forse da molteplici fattori: dal non conoscersi mai fino in fondo, dalla molteplicità degli stati del Sé, dal fatto che siamo corpo, che la mente è incarnata nel corpo, l’esperienza del quale risulta tuttavia per lo più ineffabile.

A proposito di quest’ultimo fattore, del rapporto cioè con il corpo, il filosofo Nancy, nell’opera da cui è tratta la citazione, riflette sulla esperienza del trapianto di cuore che ha subìto. In attesa del trapianto, la sintomatologia cardiaca lo costringe ad accorgersi di avere un cuore. Ecco ancora le sue illuminanti parole in proposito [1] :

“C’ero ancora, era estate, bisognava aspettare, qualcosa si staccava da me o qualcosa sorgeva in me dove non c’era nulla: nulla se non la <<propria>> immersione in me di un <<me stesso>> che non si era mai identificato come questo corpo e ancor meno come questo cuore e che all’improvviso cominciava a guardarsi. […] In che modo si diviene per se stessi una rappresentazione? E un montaggio di funzioni? e dove finisce l’evidenza muta e potente che teneva insieme tutto questo senza problemi?”

“L’evidenza muta e potente che teneva insieme tutto”, il corpo e la mente, appunto. E quando si cerca di tradurre questa evidenza muta e potente in parole ecco che si finisce con il mancare l’obiettivo, con il non centrarlo esattamente. Le parole si rivelano insufficienti e l’Io descritto sfuma nei suoi contorni.

[1] Ivi, p.15.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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