IL SOGNO COME OPPORTUNITÀ

Carnevale-di-Arlecchino-Joan-Miro-1925Joan Miró, Il carnevale di Arlecchino, Albright-Knox Art Gallery di Buffalo (Stati Uniti d’America)

“Il sogno è una fortuna e un’opportunità. È vero che tutti sognano, e probabilmente quattro o cinque volte per notte. Ma un sogno che svanisce è come un frutto che non si è colto.” [1]

Ma in che senso il sogno è un’opportunità?

Nel senso che può rappresentare un cambiamento di equilibri fra le diverse parti di sé, un cambiamento in nuce che deve essere colto nella sua valenza trasformativa prima che venga abortito e si disperda nel mondo delle possibilità che non si realizzano.

Affinché quindi il sogno possa dispiegare tutte le sue potenzialità, si rende necessario un interprete, qualcuno che sappia sottolineare l’aspetto predittivo – diciamo così – del sogno e tradurne la forza visionaria in parole che anticipano e legittimano i cambiamenti possibili, pena il rischio che questi vengano affossati dal modo di vedere  e di vedersi abituale del sognatore che possiede la forza ancora maggiore della routine e dell’inerzia.  “Dunque, un interprete di sogni è un ostetrico dell’indomani.” [2]

 [1] Nathan, T., Una nuova interpretazione dei sogni, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2011, p. 189.

[2] Così ancora Tobie Nathan, ivi, a p.190.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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L’URGENZA SESSUALE DEGLI UOMINI

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Molti uomini rappresentano il proprio genere di appartenenza come caratterizzato da una urgenza sessuale costitutiva, da impulsi sessuali impellenti e incoercibili. Come si trattasse solo di una questione meramente fisica, di natura organica: l’uomo deve liberarsi della pressione del liquido seminale, deve in un modo o nell’altro “sfogarsi”. È una questione di natura – dicono. Ma anche molte donne concepiscono la sessualità maschile in tal guisa, mentre attribuiscono a sé una sessualità di minor intensità e alla quale, comunque, si può più facilmente rinunciare. Del resto non hanno un liquido seminale da evacuare, loro.

Ho sentito uomini quasi vergognarsi, o vergognarsi francamente, quando non hanno avvertito in sé quella urgenza e donne disprezzare gli uomini che si sottraevano alle loro profferte sessuali appellandoli “gay” (dimostrando così un doppio pregiudizio), come se un uomo, che fosse davvero tale – questo il senso del loro dire – non potesse che eccitarsi di fronte ad una qualsiasi occasione che gli si propone di fare del sesso. E non si creda che questo accada necessariamente fra persone culturalmente “rozze”.

Persino in ambito scientifico, come ci segnala l’interessante articolo Uomini promiscui, donne caste e altre leggende sui generi di Cordelia Fine e Mark A. Elgar nel numero attuale de Le scienze [1], si è ritenuto a lungo che si potesse spiegare la differenza nei comportamenti sessuali fra maschi e femmine, ritenuti più promiscui i primi e più “caste” le seconde, in termini strettamente evolutivi, legittimando così la naturalità di questa differenza, fino alle ricerche più recenti che hanno ribaltato molti presupposti di tale visione. [2]

Personalmente credo che un rapporto fra i sessi basato su maggior reciprocità e rispetto di quello tuttora esistente nella società passi attraverso un cambiamento non solo nel modo di concepire le donne, ma anche gli stessi uomini, da parte di tutti. Gli uomini dovrebbero, a mio avviso, ribellarsi di fronte ad una immagine così squalificante di sé, che li priva della possibilità, almeno nelle aspettative diffuse, di scegliere e di esprimere la loro soggettività oltre ogni meccanicismo “animalesco” (che poi, anche il mondo animale si presenta molto più complesso dal punto di vista sessuale di quanto risulti da  questo stereotipo di genere: si veda la nota 2).

Sappiamo, fra l’altro, quanta pressione le aspettative sociali producono sulla mente e i comportamenti delle persone, in un circolo vizioso!

[1] Le scienze, novembre 2017, numero speciale: La nuova scienza di sesso e genere, pp. 37-41

[2] In questo articolo emerge che, secondo la teoria più tradizionale, la selezione sessuale (che, come quella naturale, fa sì che alcun individui abbiano più successo di altri) agirebbe con più forza nei maschi che nelle femmine, rendendo i primi più competitivi sessualmente. Ciò dipenderebbe dal fatto che vi sarebbe un’asimmetria fra i sessi nell’investimento sulla riproduzione, poiché le femmine investirebbero di più dei compagni: lo si desumerebbe sia dalla differenza dei gameti, “l’ovulo [é] grande e grosso invece dello spermatozoo piccolo ed esile” (ivi, p. 39), sia dall’impegno nella gestazione, e nell’allattamento nei mammiferi, e nella protezione. “Così, proprio come un consumatore sceglie un’automobile con molta più cura rispetto a un piccolo oggetto economico usa e getta, secondo la teoria di Trivers il sesso che investe di più – in genere quello femminile – per accoppiarsi accetta solo il miglior partner possibile. E qui sta il bello: il sesso che investe di meno – di solito quello maschile – ha comportamenti che, idealmente, distribuiscono il più possibile seme abbondante e poco costoso”. (ivi, p. 39) Tuttavia, negli ultimi decenni, sarebbe emerso che la natura “dimostra di non essere per niente semplice e chiara come indicherebbe questa linea di ragionamento, nemmeno per gli animali non umani”, dove in molte specie “una quota rilevante di femmine […] non riesce a riprodursi. E non è detto che la promiscuità maschile sia la norma” (ivi, p. 39). Figuriamoci nella nostra specie dove la faccenda è resa ancora più complessa dalla inefficienza dell’attività sessuale (poiché il coito non è coordinato con l’attività ormonale, come avviene in altre specie per far sì che il sesso sia finalizzato alla riproduzione) e dagli aspetti ambientali e culturali. “Anche se sicuramente il sesso influisce sul cervello, questa argomentazione non tiene conto di una tesi sempre più dimostrata nella biologia evolutiva: la prole non eredita solo i geni, ma anche un particolare ambiente sociale ed ecologico che può svolgere un ruolo determinante nell’espressione dei tratti adattivi”. (ivi, p.41)

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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DOVE NON HO MAI ABITATO di Paolo Franchi

 

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http://www.mymovies.it/film/2017/dovenonhomaiabitato/

Dove non ho mai abitato, ovvero un film su un incontro potenzialmente trasformativo che non ha sèguito, su una occasione di cambiamento personale abortita e sullo spazio come dimensione simbolica, e non solo, necessaria per esprimersi ed “esserci” nella vita, purché lo si abiti con la propria personalità anziché scivolarci dentro senza occuparlo.

Di Massimo (Fabrizio Gifuni) si comprende attraverso il dipanarsi della storia che ha dovuto impegnarsi per riuscire, per entrare nello studio di un geniale ed egocentrico architetto (Giulio Brogi), ormai anziano, e conquistarne la fiducia fino a divenirne il delfino. In lui qualcuno deve aver creduto – gli dice ad un certo punto un cliente – e dai ricordi del fratello si comprende che è stato il padre, il quale lo sfidava a far emergere il proprio talento fin da quando era bambino, in gara appunto con il fratello. E quest’ultimo, se dalla gara sembra essersi sfilato, aver rinunciato “ad applicarsi” secondo le stesse parole di Massimo, tanto da divenire un uomo di minor successo, è comunque riuscito a costruire dei legami familiari caldi da cui può accettare di dipendere. Il protagonista, invece, che la gara l’ha vinta, riesce solo a progettare le case per gli altri, per le ambizioni del padre – quello vero e quello putativo, incarnato quest’ultimo dall’architetto ottantaquattrenne – e mai per sé; progetta case per le storie d’amore altrui e mai per le proprie. Il suo appartamento è potenzialmente bello, come quello di un architetto, ma spoglio, buio, disabitato, con gli scatoloni del trasloco ancora impilati da due anni e mai vissuto davvero. Anche la compagna appare solo di passaggio, in quella casa così poco ospitale.

Ci sono dei momenti nella vita che ti costringono a fermarti e a riflettere su chi sei, sulle scelte fatte, o sulle non scelte, che comunque producono conseguenze: eccome se le producono! Del resto, riflettere su di sé è molto difficile e per lo più tendiamo a sfuggire a questo compito. Francesca (Emmanuelle Devos), figlia del vecchio architetto, grazie al lavoro di ristrutturazione che questi le affibbia, suo malgrado, in collaborazione con Massimo, è costretta a rivedere la propria vita: si innamora del collega ed entra in crisi. Ha rinunciato molto tempo addietro alla professione di architetto per seguire il marito, che lavora nell’alta finanza, nelle sue cene d’affari. È una “borghese frustrata” – così la definisce il padre che detesta il genero per la sua passività e mancanza di senso dell’umorismo.

Eppure il mestiere di architetto l’appassionava e tuttora riesce a metterci una nota personale, un “tocco femminile”, dimostrandosi capace – lei sì – di cogliere il bisogno di intimità della coppia che ha commissionato la ristrutturazione e che chiede almeno un luogo raccolto in cui dedicarsi alla lettura (come a dire che l’intimità e la possibilità di soffermarsi richiede confini, richiede di porre argini alle aspettative altrui, anche a costo di escludere qualcuno o qualcosa). La casa era stata viceversa concepita da Massimo  tutta vetri e open space, e secondo una bellezza aliena e disincarnata (l’architetto trova scandaloso che il proprietario che ci abiterà decida di mettere una poltrona in un angolo che egli aveva pensato dovesse rimanere vuoto, disordinando così una immagine astratta di armonia con una esigenza  personale).

Inizialmente sembra essere Francesca a innescare una scintilla di vitalità e di cambiamento nella vita affettivamente desolata sua e di Massimo, così come è lei a riuscire a personalizzare il progetto che la vede di nuovo impegnata come architetto dopo tanti anni, ma in ultimo sarà solo lui ad assumersi la responsabilità del tedoforo di tenere accesa quella fiammella: Francesca, infatti, finisce con il rinunciare all’opportunità di riprendere in mano la sua vita dal punto di vista tanto affettivo che lavorativo; non ce la farà a seguirlo nel rischio del cambiamento, e fuggirà, come del resto, ha sempre fatto, per sua stessa ammissione.

Si esce dal cinema rattristati per le chances sacrificate dai protagonisti. E subito dopo viene da chiedersi cosa è che consente a una persona di acciuffare le occasioni che le si presentano per svoltare, per abitare appieno l’esistenza e realizzare le proprie potenzialità, e cosa, invece, lo impedisce.

Credo che la risposta che ci fornisce il regista, e che personalmente condivido, stia proprio in quel “qualcuno deve aver creduto in te” affinché si possa scommettere su di sé. La controprova la possiamo rintracciare nel fatto che Francesca rivela come, al contrario, la madre non l’abbia mai nemmeno “vista” (e forse nemmeno il padre) e come, da donna adulta, non sappia perciò nemmeno lei vedersi con occhi propri, non sappia chi è e tanto meno riesca ad afferrare alcunché della vita. Con le sue stesse mani chiude così ogni apertura al divenire insieme alla cortina pesante di una finestra della sua lussuosa e anonima casa di Parigi, dove è tornata a vivere col marito, che la cela definitivamente anche al nostro sguardo.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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LA MEMORIA E IL SENTIMENTO DI ESISTERE

Adolfo Wildt, Maschera del dolore. Sofferenza psicologica
Adolfo Wildt, Maschera del dolore (Autoritratto), 1909 – Forlì, Musei Civici

 

Alcuni pazienti hanno pochissimi ricordi della loro infanzia e del loro passato in generale. Quando il loro modo di porsi in relazione presenta una qualità che non saprei come altro chiamare se non “eterea”, quando riscontro una sorta di “volatilità” del loro sentire, una difficoltà da parte loro ad “acciuffarlo”, una marcata incapacità, in altri termini, di “registrare” le proprie emozioni e di conferire loro “peso specifico”,  quando la mancanza di memoria del loro passato è molto estesa, tendo a ipotizzare che essa non sia l’effetto del meccanismo della rimozione, che presuppone un conflitto fra istanze psichiche differenti, quanto piuttosto dell’esperienza precoce che questi pazienti hanno fatto di essersi sentiti come inesistenti, invisibili, perché non riconosciuti nei loro bisogni affettivi e nelle loro emozioni dai care-giver, genitori o chi per essi.

È come se il fatto di non essersi potuti rispecchiare nell’altro, nell’adulto che ha la responsabilità di accudirli e di aiutarli a significare il loro sentire, di non essere stati in definitiva compresi [1], non abbia permesso a questi pazienti né di mettere in forma le loro sensazioni corporee e le loro emozioni né di immagazzinarle nella memoria come ricordi richiamabili con le parole, in modo intelligibile, perché dotate di un qualche senso in rapporto alla realtà.

Come dice la psicoanalista infantile Dina Vallino [2]:

“[…] l’essere capito per un bambino piccolo è tutt’uno col sentimento di esistere, e […] la mancanza di quest’esperienza di esserci produce una sofferenza globale e un sentimento di annichilamento molto vicino alla sensazione di poter sparire nel nulla.”

Non avere memoria di sé è un po’ come sparire nel nulla, non lasciare traccia del proprio passaggio.

Il che non vuol dire che quelle sensazioni ed emozioni si siano semplicemente volatilizzate, poiché esse si ripresenteranno in circostanze della vita del paziente che in qualche modo richiamano quelle senza nome e senza senso (senza che nessuno abbia saputo dare loro un senso) in cui sono scaturite, in altre circostanze, cioè, in cui egli semplicemente non riesce a donare loro un senso per sé. È come se il corpo avesse una sua memoria autonoma che può tradursi anche in sintomi fisici, quelli sì più tangibili per se stessi e per il mondo esterno.

Penso, del resto, che questa esperienza di “non-senso”, di “non esistenza” e di “smemoratezza” ci riguardi tutti, in una maniera meno massiccia di quella fatta dai pazienti presi ora in considerazione, poiché è inevitabile essere stati ignorati o misconosciuti, in una certa misura, per qualche esperienza emotivo/sensoriale fatta da piccoli.

È comunque possibile, attraverso un percorso psicoanalitico, arrivare a sviluppare quella funzione mentale che attribuisce rilevanza e senso alle proprie sensazioni, alle emozioni che si esprimono primariamente attraverso il corpo, avvertendo così di esistere pienamente, come un corpo vissuto e una mente incarnata, arrivare a modulare tali emozioni e ad usarle, una volta messe in forma, come faro che indichi la rotta nella propria vita.

[1] “Compresi” nel senso proprio etimologico del verbo comprendere: “[lat. comprehendĕre e comprendĕre, comp. di con– e pre(he)ndĕre «prendere»] (coniug. come prendere). – 1. a. Contenere in sé, abbracciare, racchiudere […] 2. a. Accogliere spiritualmente in sé […] b. Sapersi spiegare, rendersi ragione di qualche cosa […]”, da http://www.treccani.it/vocabolario/comprendere/

[2] Vallino D., Raccontami una storia. Dalla consultazione all’analisi dei bambini, Borla, Roma, 2011, p. 58

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BIBLIOGRAFIA DEL BLOG: MEDIA

Narrativa e psicologia
Parole in prestito

 

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IL CAVALLO E IL PRONOME IN TERZA PERSONA: TRA SOGGETTO E OGGETTO DELLA NARRAZIONE

 

snoopy sogni

 

“Cosa c’entra il cavallo col pronome di terza persona? Algirdas Julien Greimas, che non amava parlare a sproposito, ripeteva spesso che si tratta delle due più azzeccate invenzioni della specie umana [più che il cavallo, l’asservimento del cavallo], poiché, a ben vedere, hanno svolto nel tempo la medesima funzione antropologica: quella di distaccare l’ominide dalla sua condizione cosiddetta naturale, cioè bestiale, permettendogli di accedere alla sfera della cultura, della socialità, della simbolizzazione. Laddove l’asservimento dell’equino, con buona pace degli odierni animalisti, ha aiutato nel lavoro e nei trasporti, innalzando di parecchio la qualità del vita umana, l’egli ha permesso di parlare di qualcosa che non è lì mentre si parla, che è supposta esistere a prescindere da chi, al contrario, la sta esprimendo. Come dire che, se il cavallo ha prodotto qualcosa come la soggettività, la terza persona ha reso possibile l’oggettività. Che non è poco.”

Marrone, G., Algirdas Greimas. Del senso in esilio, Doppiozero, 23 giugno 2017

Lo studioso cui si fa riferimento nell’articolo è il linguista e semiologo lituano Algirdas Greimas che rinviene nella narrazione ogni atto di attribuzione di senso. Come del resto è con la stessa narrazione che egli fa collegando il cavallo al pronome in terza persona che ricostruisce una specifica visione della storia dell’umanità, della nostra storia.

Potremmo dire, in effetti, anche dal punto di vista psicologico, che l’uomo si muove oscillando nello spazio fra il soggetto e l’oggetto, fra il divenire soggetto partendo dall’essere l’oggetto del racconto di qualcun altro per arrivare a distinguersene, almeno in una certa misura, come in una certa misura rende l’altro l’oggetto del proprio racconto e in un’altra, se va bene, lo concepisce esistente come soggetto altro da sé, e quindi non coincidente con la propria narrazione su di lui. In ogni caso il soggetto non può nascere senza prima essere oggetto e senza l’oggetto (variamente avvertito) con cui è in relazione (una relazione narrabile).

Anche il narrare richiede, infatti, almeno un soggetto e un oggetto, perché narrare vuol dire mettere in relazione, in una relazione specifica, anziché in un’altra.

Come continua l’autore dell’articolo citato: “Ogni nostra azione, ogni cosa che ci accade, ogni evento piccolo o grande della nostra vita hanno senso se e solo se stanno in una qualche serie narrativa, là dove ogni soggetto, individuale o collettivo, va in cerca di oggetti che sono carichi di valori: i valori, appunto, delle nostre esistenze, quelli che inseguiamo perché hanno per noi un qualche senso, una qualche importanza, regalandoci anche per lo spazio di un attimo quel demone che ci opprime e che si chiama identità. Non siamo altro che l’esito delle storie che ci accade di vivere, ripeteva Greimas – dando alla pratica dello storytelling uno spessore e un’ampiezza straordinariamente più grandi di quello dei suoi odierni teorici.”

Il percorso fra oggetto e soggetto e fra soggetto e oggetto si dà attraverso la narrazione. Penso al peso delle narrazioni e dei miti familiari [1] sulla immagine che si ha di sé e della propria identità e ruolo; così come mi viene in mente che il percorso psicoanalitico porta a trasformazioni della personalità anche attraverso la de-costruzione dei miti familiari, in quanto verità subìte, attraverso narrazioni di senso condivise, co-costruite, dove il paziente diviene autore.

[1] “Il mito familiare può essere definito come una griglia di lettura della realtà, in parte ereditata dalle generazioni passate, in parte creata nella generazione attuale, che assegna a ciascun membro della famiglia un ruolo e un destino specifici. E’ un concetto usato per descrivere le credenze che la famiglia ha di sé, che si compone di immagini e leggende che contribuiscono a creare il senso di identità della famiglia stessa. I miti, benché falsi e illusori, sono accettati da tutti, anzi hanno qualcosa di sacro e tabù che nessuno oserebbe sfidare. Infatti per ogni famiglia i propri miti rappresentano la verità.”, come ci dice Cecilia Coccia in http://www.psicologiarelazionale.org/letture/mito-familiare.html.

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MATERNITÀ

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Michelangelo Buonarroti, Pietà, 1497-1499, Basilica di San Pietro in Vaticano

 

Il divenire madre espone a una situazione psicologica complessa: alla onnipotenza del momento generativo e, contemporaneamente, alla consapevolezza del limite rappresentato dalla mortalità del figlio generato [1].

Non è facile accettare questa stridente condizione, così, peraltro, terribilmente umana: può provocare sofferenza, contribuire alla depressione post partum. A volte più per l’aspetto della potenza creativa – poiché anche la creatività può generare angoscia – a volte più per quello del toccare il limite.

È possibile elaborare tale sofferenza attraverso percorsi di sostegno alla maternità sia individuali sia di gruppo, oppure, quando la sofferenza è alta, attraverso percorsi psicoterapeutici.

[1] “Nel momento generativo, infatti, infinito e finito si toccano” in Leonelli Langer, L., Diventare madre, tra onnipotenza e limite, in Borgogno F., Maggioni G. (a cura di ), Una mente a più voci . Sulla vita e sull’opera di Dina Vallino, Mimesis, Milano – Udine, 2017, p. 96.

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