DOVE NON HO MAI ABITATO di Paolo Franchi

 

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http://www.mymovies.it/film/2017/dovenonhomaiabitato/

Dove non ho mai abitato, ovvero un film su un incontro potenzialmente trasformativo che non ha sèguito, su una occasione di cambiamento personale abortita e sullo spazio come dimensione simbolica, e non solo, necessaria per esprimersi ed “esserci” nella vita, purché lo si abiti con la propria personalità anziché scivolarci dentro senza occuparlo.

Di Massimo (Fabrizio Gifuni) si comprende attraverso il dipanarsi della storia che ha dovuto impegnarsi per riuscire, per entrare nello studio di un geniale ed egocentrico architetto (Giulio Brogi), ormai anziano, e conquistarne la fiducia fino a divenirne il delfino. In lui qualcuno deve aver creduto – gli dice ad un certo punto un cliente – e dai ricordi del fratello si comprende che è stato il padre, il quale lo sfidava a far emergere il proprio talento fin da quando era bambino, in gara appunto con il fratello. E quest’ultimo, se dalla gara sembra essersi sfilato, aver rinunciato “ad applicarsi” secondo le stesse parole di Massimo, tanto da divenire un uomo di minor successo, è comunque riuscito a costruire dei legami familiari caldi da cui può accettare di dipendere. Il protagonista, invece, che la gara l’ha vinta, riesce solo a progettare le case per gli altri, per le ambizioni del padre – quello vero e quello putativo, incarnato quest’ultimo dall’architetto ottantaquattrenne – e mai per sé; progetta case per le storie d’amore altrui e mai per le proprie. Il suo appartamento è potenzialmente bello, come quello di un architetto, ma spoglio, buio, disabitato, con gli scatoloni del trasloco ancora impilati da due anni e mai vissuto davvero. Anche la compagna appare solo di passaggio, in quella casa così poco ospitale.

Ci sono dei momenti nella vita che ti costringono a fermarti e a riflettere su chi sei, sulle scelte fatte, o sulle non scelte, che comunque producono conseguenze: eccome se le producono! Del resto, riflettere su di sé è molto difficile e per lo più tendiamo a sfuggire a questo compito. Francesca (Emmanuelle Devos), figlia del vecchio architetto, grazie al lavoro di ristrutturazione che questi le affibbia, suo malgrado, in collaborazione con Massimo, è costretta a rivedere la propria vita: si innamora del collega ed entra in crisi. Ha rinunciato molto tempo addietro alla professione di architetto per seguire il marito, che lavora nell’alta finanza, nelle sue cene d’affari. È una “borghese frustrata” – così la definisce il padre che detesta il genero per la sua passività e mancanza di senso dell’umorismo.

Eppure il mestiere di architetto l’appassionava e tuttora riesce a metterci una nota personale, un “tocco femminile”, dimostrandosi capace – lei sì – di cogliere il bisogno di intimità della coppia che ha commissionato la ristrutturazione e che chiede almeno un luogo raccolto in cui dedicarsi alla lettura (come a dire che l’intimità e la possibilità di soffermarsi richiede confini, richiede di porre argini alle aspettative altrui, anche a costo di escludere qualcuno o qualcosa). La casa era stata viceversa concepita da Massimo  tutta vetri e open space, e secondo una bellezza aliena e disincarnata (l’architetto trova scandaloso che il proprietario che ci abiterà decida di mettere una poltrona in un angolo che egli aveva pensato dovesse rimanere vuoto, disordinando così una immagine astratta di armonia con una esigenza  personale).

Inizialmente sembra essere Francesca a innescare una scintilla di vitalità e di cambiamento nella vita affettivamente desolata sua e di Massimo, così come è lei a riuscire a personalizzare il progetto che la vede di nuovo impegnata come architetto dopo tanti anni, ma in ultimo sarà solo lui ad assumersi la responsabilità del tedoforo di tenere accesa quella fiammella: Francesca, infatti, finisce con il rinunciare all’opportunità di riprendere in mano la sua vita dal punto di vista tanto affettivo che lavorativo; non ce la farà a seguirlo nel rischio del cambiamento, e fuggirà, come del resto, ha sempre fatto, per sua stessa ammissione.

Si esce dal cinema rattristati per le chances sacrificate dai protagonisti. E subito dopo viene da chiedersi cosa è che consente a una persona di acciuffare le occasioni che le si presentano per svoltare, per abitare appieno l’esistenza e realizzare le proprie potenzialità, e cosa, invece, lo impedisce.

Credo che la risposta che ci fornisce il regista, e che personalmente condivido, stia proprio in quel “qualcuno deve aver creduto in te” affinché si possa scommettere su di sé. La controprova la possiamo rintracciare nel fatto che Francesca rivela come, al contrario, la madre non l’abbia mai nemmeno “vista” (e forse nemmeno il padre) e come, da donna adulta, non sappia perciò nemmeno lei vedersi con occhi propri, non sappia chi è e tanto meno riesca ad afferrare alcunché della vita. Con le sue stesse mani chiude così ogni apertura al divenire insieme alla cortina pesante di una finestra della sua lussuosa e anonima casa di Parigi, dove è tornata a vivere col marito, che la cela definitivamente anche al nostro sguardo.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

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LA MEMORIA E IL SENTIMENTO DI ESISTERE

Adolfo Wildt, Maschera del dolore. Sofferenza psicologica
Adolfo Wildt, Maschera del dolore (Autoritratto), 1909 – Forlì, Musei Civici

 

Alcuni pazienti hanno pochissimi ricordi della loro infanzia e del loro passato in generale. Quando il loro modo di porsi in relazione presenta una qualità che non saprei come altro chiamare se non “eterea”, quando riscontro una sorta di “volatilità” del loro sentire, una difficoltà da parte loro ad “acciuffarlo”, una marcata incapacità, in altri termini, di “registrare” le proprie emozioni e di conferire loro “peso specifico”,  quando la mancanza di memoria del loro passato è molto estesa, tendo a ipotizzare che essa non sia l’effetto del meccanismo della rimozione, che presuppone un conflitto fra istanze psichiche differenti, quanto piuttosto dell’esperienza precoce che questi pazienti hanno fatto di essersi sentiti come inesistenti, invisibili, perché non riconosciuti nei loro bisogni affettivi e nelle loro emozioni dai care-giver, genitori o chi per essi.

È come se il fatto di non essersi potuti rispecchiare nell’altro, nell’adulto che ha la responsabilità di accudirli e di aiutarli a significare il loro sentire, di non essere stati in definitiva compresi [1], non abbia permesso a questi pazienti né di mettere in forma le loro sensazioni corporee e le loro emozioni né di immagazzinarle nella memoria come ricordi richiamabili con le parole, in modo intelligibile, perché dotate di un qualche senso in rapporto alla realtà.

Come dice la psicoanalista infantile Dina Vallino [2]:

“[…] l’essere capito per un bambino piccolo è tutt’uno col sentimento di esistere, e […] la mancanza di quest’esperienza di esserci produce una sofferenza globale e un sentimento di annichilamento molto vicino alla sensazione di poter sparire nel nulla.”

Non avere memoria di sé è un po’ come sparire nel nulla, non lasciare traccia del proprio passaggio.

Il che non vuol dire che quelle sensazioni ed emozioni si siano semplicemente volatilizzate, poiché esse si ripresenteranno in circostanze della vita del paziente che in qualche modo richiamano quelle senza nome e senza senso (senza che nessuno abbia saputo dare loro un senso) in cui sono scaturite, in altre circostanze, cioè, in cui egli semplicemente non riesce a donare loro un senso per sé. È come se il corpo avesse una sua memoria autonoma che può tradursi anche in sintomi fisici, quelli sì più tangibili per se stessi e per il mondo esterno.

Penso, del resto, che questa esperienza di “non-senso”, di “non esistenza” e di “smemoratezza” ci riguardi tutti, in una maniera meno massiccia di quella fatta dai pazienti presi ora in considerazione, poiché è inevitabile essere stati ignorati o misconosciuti, in una certa misura, per qualche esperienza emotivo/sensoriale fatta da piccoli.

È comunque possibile, attraverso un percorso psicoanalitico, arrivare a sviluppare quella funzione mentale che attribuisce rilevanza e senso alle proprie sensazioni, alle emozioni che si esprimono primariamente attraverso il corpo, avvertendo così di esistere pienamente, come un corpo vissuto e una mente incarnata, arrivare a modulare tali emozioni e ad usarle, una volta messe in forma, come faro che indichi la rotta nella propria vita.

[1] “Compresi” nel senso proprio etimologico del verbo comprendere: “[lat. comprehendĕre e comprendĕre, comp. di con– e pre(he)ndĕre «prendere»] (coniug. come prendere). – 1. a. Contenere in sé, abbracciare, racchiudere […] 2. a. Accogliere spiritualmente in sé […] b. Sapersi spiegare, rendersi ragione di qualche cosa […]”, da http://www.treccani.it/vocabolario/comprendere/

[2] Vallino D., Raccontami una storia. Dalla consultazione all’analisi dei bambini, Borla, Roma, 2011, p. 58

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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BIBLIOGRAFIA DEL BLOG: MEDIA

Narrativa e psicologia
Parole in prestito

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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IL CAVALLO E IL PRONOME IN TERZA PERSONA: TRA SOGGETTO E OGGETTO DELLA NARRAZIONE

 

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“Cosa c’entra il cavallo col pronome di terza persona? Algirdas Julien Greimas, che non amava parlare a sproposito, ripeteva spesso che si tratta delle due più azzeccate invenzioni della specie umana [più che il cavallo, l’asservimento del cavallo], poiché, a ben vedere, hanno svolto nel tempo la medesima funzione antropologica: quella di distaccare l’ominide dalla sua condizione cosiddetta naturale, cioè bestiale, permettendogli di accedere alla sfera della cultura, della socialità, della simbolizzazione. Laddove l’asservimento dell’equino, con buona pace degli odierni animalisti, ha aiutato nel lavoro e nei trasporti, innalzando di parecchio la qualità del vita umana, l’egli ha permesso di parlare di qualcosa che non è lì mentre si parla, che è supposta esistere a prescindere da chi, al contrario, la sta esprimendo. Come dire che, se il cavallo ha prodotto qualcosa come la soggettività, la terza persona ha reso possibile l’oggettività. Che non è poco.”

Marrone, G., Algirdas Greimas. Del senso in esilio, Doppiozero, 23 giugno 2017

Lo studioso cui si fa riferimento nell’articolo è il linguista e semiologo lituano Algirdas Greimas che rinviene nella narrazione ogni atto di attribuzione di senso. Come del resto è con la stessa narrazione che egli fa collegando il cavallo al pronome in terza persona che ricostruisce una specifica visione della storia dell’umanità, della nostra storia.

Potremmo dire, in effetti, anche dal punto di vista psicologico, che l’uomo si muove oscillando nello spazio fra il soggetto e l’oggetto, fra il divenire soggetto partendo dall’essere l’oggetto del racconto di qualcun altro per arrivare a distinguersene, almeno in una certa misura, come in una certa misura rende l’altro l’oggetto del proprio racconto e in un’altra, se va bene, lo concepisce esistente come soggetto altro da sé, e quindi non coincidente con la propria narrazione su di lui. In ogni caso il soggetto non può nascere senza prima essere oggetto e senza l’oggetto (variamente avvertito) con cui è in relazione (una relazione narrabile).

Anche il narrare richiede, infatti, almeno un soggetto e un oggetto, perché narrare vuol dire mettere in relazione, in una relazione specifica, anziché in un’altra.

Come continua l’autore dell’articolo citato: “Ogni nostra azione, ogni cosa che ci accade, ogni evento piccolo o grande della nostra vita hanno senso se e solo se stanno in una qualche serie narrativa, là dove ogni soggetto, individuale o collettivo, va in cerca di oggetti che sono carichi di valori: i valori, appunto, delle nostre esistenze, quelli che inseguiamo perché hanno per noi un qualche senso, una qualche importanza, regalandoci anche per lo spazio di un attimo quel demone che ci opprime e che si chiama identità. Non siamo altro che l’esito delle storie che ci accade di vivere, ripeteva Greimas – dando alla pratica dello storytelling uno spessore e un’ampiezza straordinariamente più grandi di quello dei suoi odierni teorici.”

Il percorso fra oggetto e soggetto e fra soggetto e oggetto si dà attraverso la narrazione. Penso al peso delle narrazioni e dei miti familiari [1] sulla immagine che si ha di sé e della propria identità e ruolo; così come mi viene in mente che il percorso psicoanalitico porta a trasformazioni della personalità anche attraverso la de-costruzione dei miti familiari, in quanto verità subìte, attraverso narrazioni di senso condivise, co-costruite, dove il paziente diviene autore.

[1] “Il mito familiare può essere definito come una griglia di lettura della realtà, in parte ereditata dalle generazioni passate, in parte creata nella generazione attuale, che assegna a ciascun membro della famiglia un ruolo e un destino specifici. E’ un concetto usato per descrivere le credenze che la famiglia ha di sé, che si compone di immagini e leggende che contribuiscono a creare il senso di identità della famiglia stessa. I miti, benché falsi e illusori, sono accettati da tutti, anzi hanno qualcosa di sacro e tabù che nessuno oserebbe sfidare. Infatti per ogni famiglia i propri miti rappresentano la verità.”, come ci dice Cecilia Coccia in http://www.psicologiarelazionale.org/letture/mito-familiare.html.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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MATERNITÀ

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Michelangelo Buonarroti, Pietà, 1497-1499, Basilica di San Pietro in Vaticano

 

Il divenire madre espone a una situazione psicologica complessa: alla onnipotenza del momento generativo e, contemporaneamente, alla consapevolezza del limite rappresentato dalla mortalità del figlio generato [1].

Non è facile accettare questa stridente condizione, così, peraltro, terribilmente umana: può provocare sofferenza, contribuire alla depressione post partum. A volte più per l’aspetto della potenza creativa – poiché anche la creatività può generare angoscia – a volte più per quello del toccare il limite.

È possibile elaborare tale sofferenza attraverso percorsi di sostegno alla maternità sia individuali sia di gruppo, oppure, quando la sofferenza è alta, attraverso percorsi psicoterapeutici.

[1] “Nel momento generativo, infatti, infinito e finito si toccano” in Leonelli Langer, L., Diventare madre, tra onnipotenza e limite, in Borgogno F., Maggioni G. (a cura di ), Una mente a più voci . Sulla vita e sull’opera di Dina Vallino, Mimesis, Milano – Udine, 2017, p. 96.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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MENTE E CORPO CONNESSI, RAGIONE ED EMOZIONI A BRACCETTO

 

psicoanalisi, psicoterapia come viaggio
Le metafore della psicoanalisi: il viaggio

 

PERCHÈ UN PERCORSO PSICOTERAPEUTICO?

Per evitare che il passato e il futuro collassino nell’oggi.

Attraverso la nuova esperienza relazionale che la psicoterapia offre, per emanciparsi dal passato evitando che esso si perpetui come una maledizione a condizionare le scelte future.

Per vivere appieno il presente, con la capacità di farsi sorprendere dall’esperienza e di imprimervi la propria orma.

Per scongiurare che il domani incomba provocando un eccesso di ansia o di attesa, come una cambiale che non si potrà mai pagare o mai riscuotere.

Perché il “qui e ora”, a pensarci bene, rappresenta l’unica condizione di spazio/tempo davvero a nostra disposizione.

Possiamo arrivare, con la psicoterapia [1], ad attraversarla, questa condizione, con tutto il nostro essere, il corpo e la mente connessi, le emozioni e la ragione a braccetto.

 

[1] Quando parlo di percorso di psicoterapia mi riferisco ad un percorso ad orientamento psicoanalitico. Si veda CHI SONO.

Photo by Marisa Faioni

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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SCOPRO COSA PROVO SE NE PARLO CON QUALCUNO

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Balatresi, Napoli

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2015/04/11/foto/sguardi_che_s_incrociano_inchiostro_e_dolcezza_nelle_opere_di_balatresi_a_palazzo_reale-111710522/1/#1

PSICOANALISI COME NARRAZIONE CONDIVISA

“[…] un bambino  – e poi un adulto – può scoprire cosa sta provando solo se ha l’occasione di parlarne con qualcuno. Ma non nel senso di parlare volutamente di cosa sta provando, poiché in questo caso lui, il bambino [e poi l’adulto] sarebbe allora già in grado di sapere che “il che cosa gli capita” è un’emozione, che è sua. Nel senso, invece, del mettersi a parlare con qualcuno che abbia in mente la psiche come storia, che abbia in mente il fatto che qualunque cosa il piccolo si metta a dire o a fare, quella cosa è un modo per spiegare come sta. Qualcuno – cioè – che sappia invitare con sensibilità “il piccolo” [e poi l’adulto] a non aver paura di cosa gli capita nella testa e a scoprire che questa cosa non è interessante solo per lui, ma può essere apprezzata da un altro.” [1]

Detto in altri termini:

“[…] una psiche esiste solo se “avviene” una storia che la possa raccontare e se c’è qualcuno a cui rivolgersi mentre prende forma”. [2]

Queste citazioni si riferiscono al farsi della mente di un bambino e al rapporto con uno psicoanalista dei bambini (ma potremmo dire più in generale con un adulto – genitore o care-giver che sia – “attento”).

Le parole dell’autore, peraltro, si potrebbero senz’altro estendere anche alla mente di un adulto (e al rapporto con uno psicoanalista degli adulti). Anche quando un uomo o una donna pensano di conoscersi, infatti, possono sempre scoprire qualcosa di nuovo di sé parlando con altri, se hanno la fortuna di trovare un interlocutore attento ad accogliere e “sentire insieme”. A maggior ragione se ciò che si prova è opaco a se stessi.

O, meglio ancora, possiamo affermare che il poter dare voce, anche in modo indiretto, a ciò che si sente, se si viene ascoltati empaticamente e si viene rispecchiati, fa sì che ciò che si sente, appunto, venga messo in forma, divenga pensiero e vada a costituire la mente. Per effetto dell’ascolto la mente si espande e viene abitata, per così dire, in tutte le sue stanze, addomesticata (da “domus”), resa cioè più intima e familiare.

[1] Cassardo C., Il mito e l’impegno poetico nella clinica di Dina Vallino, in  Borgogna F., Maggioni G., (a cura di) Una mente a più voci. Sulla vita e sull’opera di Dino Vallino, Mimesis, Milano-Udine, 2017, p. 87.

[2] Ibidem, p. 88. La citazione così continua: “Siamo qui, in pieno, nel campo delle nuove cornici teoriche relative alla mente […] secondo le quali la mente non è un fenomeno individuale ma il frutto di un incontro; non si costituisce – ossia – da sé o “in assolo”, ma si costruisce per forza in due, o anche in più di due.”

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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