L’AMORE CORRE SUL WEB

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René Magritte, La Décalcomanie, 1966, Collection of Dr. Noémi Perelman Mattis and Dr. Daniel C. Mattis

Non c’è fascia d’età o condizione sociale che non soffra dell’allentamento dei legami comunitari, dello sfilacciamento delle reti sociali territoriali cui si assiste da tempo, quelle che una volta portavano a conoscersi e frequentarsi direttamente di persona coagulandosi intorno ad interessi ed appartenenze varie. Se oggi ci si ritrova single [1], almeno a Milano e provincia (questo è ciò di cui posso essere direttamente testimone attraverso la mia attività professionale), è spesso difficile fare nuove conoscenze, se non in modo estemporaneo che difficilmente consente di coltivare i rapporti.

Anche per questo sempre più persone si rivolgono ai siti di incontri on line. Per uscire dall’isolamento e conoscere persone nuove.

“Le app di dating online, complice anche lo stigma sociale che sta via via scomparendo, sono sempre più diffuse e utilizzate. Secondo un sondaggio realizzato da Statistica oltre il 30% degli utenti statunitensi di internet tra i 19 e 29 anni utilizza attualmente siti o app di appuntamenti, mentre il 31% ammette di averlo già fatto in precedenza. E anche gli europei sembrano non essere da meno. Secondo uno studio del Center for economics and business research, commissionato da Meeting in 6 Paesi europei (Germania, Spagna, Gran Bretagna, Italia, Francia e Olanda), il giro d’affari delle attività legate agli incontri di nuovi partner sarebbe di quasi 26 miliardi di euro, buona parte dei quali riconducibili proprio alle app di dating online.” [2]

Se si dà un occhio ai siti di incontri si può facilmente constatare che le persone che si iscrivono appartengono a fasce d’età anche più alte, almeno in Italia, e che differenti sono le motivazioni che spingono alla ricerca attraverso i siti: dall’intrecciare relazioni meramente sessuali o comunque senza impegno, usa e getta, al limitarsi a relazioni virtuali nelle quali non è previsto uscire dalla rete e incontrarsi di persona, al cercare l'”anima gemella”, relazioni sentimentali potenzialmente durature.

L’autodescrizione di presentazione richiesta dai siti è artificiale poiché passa necessariamente attraverso una semplificazione: occorre raccontarsi attraverso categorie per lo più pre-definite dai siti stessi che schiacciano la complessità della personalità. Si può rimanere intrappolati da questa griglia di caratteristiche. Chi entra in una app di incontri vede una carrellata di visi (per la verità spesso assenti, per non essere riconosciuti da parenti, amici, coniugi, o per non essere scelti solo per l’aspetto esteriore), dati anagrafici e descrizioni sommarie sul proprio fisico, la propria personalità, i propri interessi e valori, insomma su chi si è (o si dovrebbe essere) e chi si cerca. Sembra un grande mercato. L’impatto può essere scioccante. Ma se si supera lo shock iniziale e si comincia a messaggiarsi, si aprono possibilità diverse, ce la si può giocare in vario modo.

Riparati dallo schermo, è più facile mostrare l’immagine di sé che si ritiene migliore, è più facile sottrarsi alla complessità di un incontro dal vivo. Se si vuole ci si può lanciare in giochi di seduzione confinati nella rete. Ma, a volte, è anche più facile raccontarsi, mettersi a nudo, senza la paura di uno sguardo e di un  giudizio. Il modo in cui ci si approccia può far intuire molte cose su chi c’è dall’altra parte della rete, ma può trarre anche in inganno, per la potenza dei desideri proiettati sull’altro.

Anche quando ci si vede per la prima volta dal vivo, intendo in situazioni non virtuali, è inevitabile farsi un primo giudizio sulla persona che si ha di fronte, potenzialmente fallace anch’esso, ma comunque con più informazioni a disposizione. Ci si può piacere o non piacere “a pelle”, come si suol dire, espressione che già di per sé denuncia come i dati a disposizione nell’incontro in carne e ossa sono molti di più di quelli forniti dal contenuto delle parole: l’impressione che se ne ricava si fonda inconsapevolmente sulla comunicazione non verbale e paraverbale, oltre che sul mero impatto visivo; cioè su tutti quei segnali del corpo che, come è noto, sono assai più fini delle parole. Mi riferisco agli sguardi, alla prossemica, al modo di muoversi, ma anche al tono della voce, al suo timbro, alla velocità nel parlare, alle pause, alla alternanza nel parlarsi e ascoltarsi. (Ogni psicoanalista conosce bene l’immensa significatività di questi dati, spesso molto più importanti del contenuto semantico delle parole, nello scambio con il proprio paziente – e ci tengo a precisare che ciò avviene da parte di entrambi gli interlocutori: le interpretazioni dell’analista sono meno incisive della sua comunicazione empatica e della sua disposizione relazionale).

Salvo che non si voglia rimanere nell’ambito di una relazione virtuale, con tutti i suoi limiti di non autenticità, ciò che fa la vera differenza è perciò, fatta una scrematura di massima e molto aleatoria, il decidere di passare all’incontro alla luce del sole, con le dovute cautele, perché le sole parole non saranno mai sufficienti di per sé a costruire una relazione vera …. e poi sarà quel che sarà… Non diversamente da quando ci si incontra nel mondo reale. [3]

[1] Il rapporto Istat 2017 fotografa l’aumento dei single: una famiglia su tre risulta composta da una sola persona. Da: http://www.repubblica.it/cronaca/2017/12/28/news/istat_single_con_una_lunga_vita_davanti_siamo_tra_i_paesi_piu_vecchi_del_mondo-185371114/

[2] Pasqualotto, S., Una relazione su 3 nasce online e le app di dating valgono 4,6 miliardi, 14 febbraio 2018, Il sole 24 ore

[3] Sempre ivi, dall’articolo su Il sole 24 ore citato, leggiamo: “Se ancora non bastasse, a far uscire definitivamente il tema delle app di dating dalla zona d’ombra di ciò che «si fa ma non si dice» ci ha pensato persino uno studio universitario intitolato “The strenght of absent ties: social integration via online dating”. Gli autori (i professori di economia Josuè Ortega dell’università dell’Essex e Philipp Hergovich dell’univesità di Vienna), […] si sono accorti che le app di dating hanno contribuito ad aumentare le unioni tra persone di etnie e di ambienti sociali diversi, avendo inoltre un effetto positivo sulla durata delle unioni. Il loro studio sembra dimostrare infatti che i matrimoni tra persone che si sono conosciute online tendono a sciogliersi meno frequentemente e ad essere più solidi.”

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

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CE LA FAREMO A STARE MENTALMENTE AL PASSO CON I PROGRESSI DELLA TECNICA CHE INTERVIENE SUL CORPO?

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René Magritte, La Décalcomanie, 1966, Collection of Dr. Noémi Perelman Mattis and Dr. Daniel C. Mattis

https://www.artsy.net/artwork/rene-magritte-la-decalcomanie

Ho letto l’altro giorno sul quotidiano La Repubblica un articolo [1] che prefigurava scenari impressionanti in cui la tecnologia, in un futuro prossimo, sarà in grado di intervenire in modo massiccio e trasformativo sul nostro corpo, rendendo la pelle touch:

Basterà un tocco sulla pelle per controllare i dispositivi intelligenti di domani. Pigiare un neo per inviare un messaggio, sfiorare le rughe per alzare il volume della musica, toccare le nocche di una mano per cambiare il canale della tv.”

Mi domando se saremo pronti, dal punto di vista psicologico, alle mutazioni che la tecnica produrrà sul corpo. La mente sarà in grado di incorporare nelle sue rappresentazioni questi device e il mutato rapporto con il soma e con il mondo?

Mente e corpo sono strettamente interdipendenti: e quando dico corpo intendo tutto il corpo, non solo il cervello; la mente non va infatti confusa con il cervello, essa è piuttosto incarnata nel corpo, che, a sua volta, è in stretta relazione con il mondo circostante. Vi è, insomma, un legame complesso ma ineludibile fra mente, corpo e mondo. Non solo la mente si sviluppa a partire dalle sensazioni del corpo, propriocettive e viscerali, mediate dalla relazione con il mondo inizialmente attraverso la madre o un altro care-giver, ma è chiamata a costruirsi una rappresentazione affettiva e simbolica del corpo, a “mentalizzare il corpo” [2].  Questo è un compito evolutivo specifico dell’adolescenza, ma non solo; è, in verità, un compito che continuamente ci tocca svolgere di fronte alle mutazioni che il nostro corpo subisce in virtù sia del normale processo di invecchiamento sia di certe particolari tappe della vita, come per esempio, oltre alla pubertà, la gravidanza, quando c’è, o la menopausa.

Ancora secondo una causalità circolare e all’interno di quell’ineludibile legame di cui sopra, è evidente che nel processo di mentalizzazione, le rappresentazioni socio-culturali esercitano un’enorme importanza, poiché non possiamo che concepirci immersi in un tessuto sociale.

Come cambierà, allora, il rapporto con il mondo percepito attraverso il corpo  trasformato dalla tecnologia così come preconizzato da quell’articolo di giornale? E come riusciremo a rappresentarci il corpo e ad integrare nel Sé parti tecnologiche così aliene?

Quando non si riesce a mentalizzare il corpo e le sue esperienze, nascono i guai. Basti pensare, per esempio, al fenomeno del rigetto dei trapianti, ma anche ai disagi, variamente espressi, che spesso si verificano dopo l’impianto di dispositivi medici endocorporei, altamente tecnologici, che, pur quando salva-vita, possono provocare un senso di estraniamento[3].

Se ci focalizziamo, poi, sul fatto che la pelle rappresenta il nostro confine rispetto al mondo esterno, ma anche la superficie di scambio fra mondo interno ed esterno, non possiamo non domandarci che cosa implicherà avere una pelle touch?

Mi sembra che un motivo di preoccupazione possa insistere nella discrepanza temporale fra l’avanzare galoppante della tecnologia e la capacità della cultura e della società di creare rappresentazioni sufficientemente condivise, in tempi altrettanto veloci, delle mutazioni antropiche, tali da sorreggere una sufficientemente buona elaborazione della condizione cyborg. [4]

[1] Rutano, R., Il corpo come un telecomando, La Repubblica, 20.05.2017

[2] Pietropolli Charmet, docente di psicologia dinamica e psichiatra esperto di adolescenza, distingue in I nuovi adolescenti, Raffaello Cortina, Milano, 2000, la mentalizzazione del corpo dalla costruzione dello “schema  corporeo”. Parlando del primo processo afferma a p. 133: “Pensare al proprio corpo non significa pensare il corpo. Pensarci è facile, pensarlo è arduo poiché significa tentare di rappresentarlo nel suo insieme, nel suo aspetto complessivo, praticamente nelle sue funzioni, regalargli un significato relazionale, sociale, sentimentale, erotico, generativo ed etico: e riuscire ad ipotizzare il suo sviluppo, la sua decadenza e la sua morte, raccogliere e dare senso alle nuove esperienze del desiderio ingovernabile e del piacere perturbante.”; e ancora, poco dopo, descrive la mentalizzazione del corpo, che è uno dei compiti evolutivi dell’adolescenza, come “un faticoso processo di donazione di senso agli accadimenti biologici ed ai loro equivalenti psichici ed emozionali. Ne deriva la possibilità di guardare al corpo come ad una “potenza straniera” che minaccia i valori e le relazioni precariamente costruite nelle fasi di sviluppo precedenti, oppure può succedere che il corpo venga superinvestito narcisisticamente fino a diventare il luogo elettivo del sentimento di identità.”

[3] Iossa Fasano, A., Fuori di sé. Da Freud all’analisi del cyborg, Edizioni ETS, Pisa, 2013

[4] Trattando la questione delle cure mediche che comportano l’uso di device endocorporei, lo psicoanalista Iossa Fasano, ivi, pp. 28-29, sottolinea come la medicina non sembri curarsi del fatto che tali cure comportano anche una discontinuità identitaria e vissuti di alienazione: “Medicina e cultura trasmettono un’ideologia di pretesa restitutio ad integrum, di guarigione, se non di potenziamento del paziente che, forzatamente, mutato in cyborg, potrebbe superare i limiti reali e quelli assegnati dall’immaginario. […] Si pretende che la cura cancelli la malattia senza lasciare dietro di sé residuo alcuno. […] Si propende dunque per concludere che la manipolazione sia neutra e priva di effetti o, all’opposto, sortisca conseguenze totalmente sotto controllo.” I disagi dei pazienti, espressi in vari modi, non vengono riconosciuti come connessi agli interventi subìti, ma assegnati al patologico o allo psicopatologico. “Da qui l’indifferenza, la disattenzione o lo stigma da parte della scienza verso il fenomeno mutativo che essa stessa ha prodotto. La società e la cultura hanno intrapreso una direzione divergente.”.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

http://www.psicoterapia-milano.eu

REGGERE L’INCERTEZZA

psicoanalisi, psicoterapia come viaggio
Percorso psicoanalitico: il viaggio

 

Che il vivere sia denso di incertezze credo sia un fatto difficilmente controvertibile. Non conosciamo il futuro, non siamo nemmeno certi che le scelte che facciamo oggi, persino quelle che facciamo con una certa sicurezza, le reputeremo giuste domani; non siamo insomma sicuri nemmeno di noi stessi, non solo di quello che ci riserverà la sorte.

L’incertezza si accompagna inevitabilmente ad un sentimento di paura, di vulnerabilità. È la paura di sbagliare, di pentirsi della decisione presa, di cosa potrà mai accadere, delle malattie e della morte e di come quest’ultima ci coglierà.

I tempi attuali sono poi particolarmente segnati dalla incertezza, dalla perdita di guide  ideali cui aggrapparsi per orientarsi, dalla mancanza di fiducia nel futuro e nel fatto che lo si possa migliorare, dalle continue minacce al nostro vivere quotidiano, dalla disillusione generalizzata nei confronti di ogni potere pubblico e della politica come strumento di connessione fra il singolo e quel potere. Come afferma Zygmunt Bauman confrontandosi con Ezio Mauro in Babel [1], “D’improvviso, ci sentiamo vulnerabili: a livello individuale, singolarmente, e tutti insieme in quanto nazione, anzi in quanto specie umana”.

Eppure, non tutto è negativo in questa incertezza. Nell’impossibilità di prevedere, nello scartare a un dato momento di lato rispetto a una previsione, si annida anche una certa libertà, un’apertura del possibile dove può muoversi la nostra creatività. Se pensiamo ai miti antichi, i protagonisti dei pronostici degli indovini, veggenti o profeti, come Edipo, erano invece condannati al loro inesorabile destino, anche quando cercavano di sottrarvisi: una certezza che aveva del tragico.

Ma anche per vivere creativamente dobbiamo in qualche modo saper reggere l’angoscia e il senso di colpa che deriva dalla necessità di buttare in parte all’aria l’ordine esistente, le matrici identificatorie della nostra storia culturale e familiare, prima che emerga qualcosa di nuovo, di autenticamente personale, di non pre-destinato.

[1] Bauman, Z., Mauro, E., Babel, Editori Laterza, 2015, p. 5.

Photo by Marisa Faioni

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

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“ASSUMERE LA PROPRIA STORIA” IN TEMPI POSTMODERNI

Narrativa e psicologia
Parole in prestito

“Spesso, ci sentiamo impotenti di fronte alla confusione di questi tempi: una tale congerie di eventi e di esperienze, apparentemente incontrollabili, che bisogna vivere, tentare di capire e, se possibile, ordinare; ma non dobbiamo ritirarci, se abbiamo qualcosa, anche poco, da offrire, altrimenti, rischiamo di sminuire la nostra umanità.”

Da Bernard Malamud, L’uomo di Kiev, Einaudi, 1968, p.136.

È interessante che queste parole non siano state scritte oggi, ma nel 1968, in un periodo cioè di forti cambiamenti socio-politici, all’interno di un romanzo ambientato in tempi ancora antecedenti, nella Russia zarista, una manciata di anni prima della Rivoluzione di ottobre.

Credo ci si possa riconoscere in quella sensazione di impotenza e confusione e – aggiungerei – di grande incertezza descritta dall’autore citato.

L’esortazione a non ritirarsi e a contribuire, come ogni esortazione, può farci sentire in difetto laddove non si riesca a seguirla. Il ritirarsi nel chiuso del proprio mondo privato, il sentirsi e dichiararsi vittima di un destino che sfugge di mano, a me sembra siano oggi tentazioni molto forti. Del resto, spesso non si sa bene cosa davvero possiamo fare per cambiare la nostra sorte, individuale e collettiva. Le parole in chiusura di Malamud, di nuovo, ci indicano una via per emergere dall’impotenza: “Una cosa ho imparato, pensò Yakov. Non esiste, un uomo non politico, specialmente un ebreo. Non puoi essere l’uno senza essere l’altro, è chiaro” [1].

Non so se interpreto correttamente il pensiero di Malamud, posso solo fornire la mia personale lettura che non pretende assolutamente di essere né di critica letteraria né politica in senso stretto. Malamud, a me sembra, esorta ad “assumere la storia del proprio tempo”, per non esserne vittima. Nel romanzo, che si ispira a una vicenda vera accaduta nel 1913, una vicenda di antisemitismo e di ricerca del capro espiatorio in un periodo in cui stanno maturando profondi cambiamenti, il protagonista è oggettivamente una vittima poiché subisce un’accusa e una punizione ingiusta e crudele solo perché ebreo. Eppure esce a testa alta, rileggendo il proprio destino personale dentro un flusso storico per riacquistare la propria libertà di pensiero, la propria libertà interiore.

Quando affermo che “prendere su di sé la nostra storia personale e sociale” ci restituisce libertà e minor senso di impotenza, intendo dire che, non potendo modificare né il passato né, da soli, il flusso della grande Storia in cui siamo immersi, possiamo però cercare di comprenderli, di dare loro un senso per trascenderli, per ritrovare il valore simbolico dei nostri gesti ed evitare di subire passivamente ogni potere. Certamente, non è facile capire cosa ci stia accadendo intorno mentre si è immersi nelle vicende del presente, senza una distanza prospettica, ma anche solo il provare a interrogarci in proposito, inseguendo una visione che si allarghi rispetto al “nostro ombelico”, può aiutare. Provare a decentrarci, insomma.

In fondo, anche alla fine di un percorso psicoanalitico si arriva ad accettare la propria storia, ma non in termini passivi: si arriva, anzi, a non sentirsi più una vittima priva di qualsiasi possibilità di incidere. Il poter rintracciare le matrici transgenerazionali che agiscono in noi, permette di emanciparsene; ampliare l’angolo visuale rispetto a noi stessi per ricomprendere chi ci ha generato e per concepirlo a sua volta figlio di una storia, ci mette in prospettiva. Anziché pensarci come oggetto di intenzioni malevoli, del fato o delle persone vicine, possiamo vederci parte di un processo più ampio di cui siamo solo un piccolo tassello e, per quanto paradossale possa sembrare, ciò ci restituisce il potere di pensare più in grande e di agire, per esiguo che possa residuare quel potere.

[1] Malamud, B., L’uomo di Kiev, Einaudi, 1968, p. 259.

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Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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