IL TRAUMA RELAZIONALE E LA CURA RELAZIONALE

Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle). Sofferenza psichica
Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle), 1930, visibile in Villa Necchi Campiglio, Milano, proprietà FAI, Fondo Ambiente Italiano

 

“Scrivo questa scena per la prima volta. Fino a oggi mi era sempre sembrato impossibile, persino nel mio diario. Come fosse un gesto proibito che avrebbe comportato una punizione […]. Ho persino l’impressione, ora che sono riuscita a raccontare di quella domenica, che si tratti di un episodio banale, più frequente nelle famiglie di quanto non avessi immaginato. Forse la narrazione, ogni narrazione, rende normale qualunque gesto, persino il più drammatico. Ma poiché in me questa scena è sempre stata un’immagine priva di parole, […] le frasi che ho usato per descriverla mi risultano estranee, quasi incongrue. È diventata una scena per gli altri.”

Ernaux, A., La vergogna, L’orma editore, Roma, 2018, p.12

In questo romanzo autobiografico l’autrice cerca di elaborare a distanza di quarantaquattro anni il trauma vissuto quando ne aveva dodici: quando ha dovuto assistere alla scena in cui il padre tenta di uccidere la madre.

È una scrittrice e perciò si avvale della scrittura per farlo, ma fin dalle prime pagine realizza di dover fare i conti con il limite delle parole per descrivere, afferrare e tollerare quanto le è accaduto, poiché, una volta scritte, le parole le appaiono estranee e incongrue.

Questa sensazione di estraneità viene vissuta anche quando in un percorso psicoanalitico si affronta un evento traumatico: a lungo, mentre il paziente ricorda o rivive sensazioni penose associate al trauma, l’angoscia, il dolore e la vergogna cocenti per ciò che ha subito (che si tratti di violenza assistita o di violenza subita in prima persona) si alternano appunto ad un senso di estraneità, come se ciò che sta raccontando non lo riguardasse in prima persona oppure non fosse veramente accaduto, come se fosse solo frutto di una propria fantasia, vissuta per soprammercato, come colpevolmente malvagia – quando si tratta di violenza intra-familiare – per il fatto stesso di aver osato attribuire a qualcuno di molto intimo e affettivamente importante l’azione inconcepibilmente violenta.

“Il trauma relazionale è, generalmente, più difficile da trattare del trauma derivante da incidenti stradali o disastri naturali. […] L’abuso infantile, la molestia e la violenza domestica sono tutti inflitti da persone che dovrebbero amarci. Tutto ciò invalida la più importante difesa contro la traumatizzazione: la protezione da parte delle persone che amiamo.” [1]

Scoprire o ricordare (magari dopo anni di amnesia [2]) che è stata una persona familiare ad abusare della propria innocente fiducia naturalmente riposta in lei è qualcosa di devastante, che fa sprofondare il senso del proprio stesso esistere – dal momento che le relazioni da cui veniamo costituiscono il nostro fondamento psichico – come se si aprisse una voragine sotto i piedi.

D’altra parte, anche quando non si sa ancora – o meglio bisognerebbe dire “non si sa più” – di essere stati traumatizzati, in quanto l’evento è stato bandito come ricordo dalla coscienza, il trauma non smette di generare i suoi effetti patogeni. Al posto del ricordo ci saranno le percezioni angosciose che ritorneranno all’improvviso, ci saranno inibizioni, fantasie, immagini, suoni, incubi, difficoltà relazionali, somatizzazioni e sintomi, i più vari, che hanno l’effetto di perpetuare all’infinito l’orrore del trauma. È come se, insomma, la paura, l’angoscia, l’annichilamento e la vergogna connessi all’evento traumatico dimenticato o sepolto nel profondo di sé fossero stati congelati in un tempo eternamente presente.

Occorre dunque scongelarli.

Se è ovvio che gli eventi passati non possono essere modificati nella loro sostanza, ciò che è possibile fare attraverso un percorso psicoterapeutico è ricollocare emotivamente l’evento nel passato affinché il flusso del divenire possa riprendere a scorrere e i sintomi regredire. Raggiungere questo risultato è possibile solo tollerando via via sempre di più, nella condivisione graduale con lo psicoterapeuta che permette di non sentirsi più soli, bugiardi o saturi di vergogna, quelle percezioni, sensazioni corporee e viscerali, quelle emozioni strazianti connesse al trauma, quei sintomi e quegli incubi, che inizialmente possono presentarsi associati al dubbio di essere stati davvero violati, abusati, traumatizzati. Il sentirsi accolti farà emergere via via altri sogni, immagini, pensieri, brandelli di ricordi, sempre più intelligibili. È solo così che si potrà arrivare ad una narrazione capace di collegare fra loro le percezioni, i pensieri e le immagini per depotenziarne la invadenza invalidante nel presente. Le parole, solo allora,  acquisiranno consistenza di verità vissuta, e non dissociata; solo, cioè, se e in quanto si inseriranno in una relazione supportiva, empatica e che doni speranza.

La questione della condivisione è fondamentale poiché è proprio l’impossibilità di condividere [3]  o la mancanza di vicinanza emotiva, di comprensione e di supporto, che si è sperimentati nell’intorno del trauma ciò che più di ogni altra cosa rende traumatico un evento. Non bisogna infatti dimenticare che sopratutto nel caso di traumi perpetrati dagli adulti di riferimento, essi vanno pensati come eventi, più o meno continuativi che siano, significativi non tanto o non solo in sé e per sé, non cioè in modo puntiforme, come evenienze slegate da un contesto relazionale, ma proprio in quanto fatti che emergono da dinamiche familiari più ampie, evidentemente distorte e patogene, dove la fiducia e il bisogno fondamentale di sicurezza emotiva e fisica sono profondamente compromessi.

[1] Van Der Kolk, B. (2014), Il corpo accusa il colpo, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015, p. 241.

[2]) Ivi, a p. 220 si legge: “[…] centinaia di pubblicazioni scientifiche […] documentano come la memoria del trauma possa essere rimossa, per poi riemergere anni o decenni più tardi.”

[3] Ernaux nel libro citato in apertura significativamente scrive, a p. 11, con una descrizione tanto sobria quanto pregna di conseguenze : “Non se n’è parlato mai più”. Il silenzio su di un evento traumatico fa integralmente parte del suo effetto traumatizzante.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

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TRAUMA RELAZIONALE: UN CASO CLINICO

Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle). Sofferenza psichica
Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle), 1930, visibile in Villa Necchi Campiglio, Milano, proprietà FAI, Fondo Ambiente Italiano

La descrizione del caso è stata appositamente alterata quel tanto necessario a impedire di individuare la paziente; le modifiche non alterano la coerenza psicologica dello stesso e, nella sostanza, rimane invariato l’aspetto esemplificativo della vignetta clinica quanto all’obiettivo dell’articolo.

La vita di X appare inceppata da tempo sostanzialmente in tutti gli ambiti, come se qualcuno avesse azionato il fermoimmagine e questo si fosse poi bloccato. Un lavoro profondamente insoddisfacente in cui è stata via via declassata a mansioni di tipo meramente esecutivo, anche per la sua stessa mancanza di fiducia nella possibilità di assumersi le responsabilità che le erano state inizialmente delegate; un rapporto sentimentale routinario e ormai privo da anni di qualsiasi guizzo o slancio affettivo; pochissime amicizie superficiali; rapporti con la madre, molto anziana e svalutante, improntati alla dedizione assoluta verso le sue esigenze fisiche sempre più pressanti per l’avanzare dell’età e verso le sue pretese “tiranniche” per gli inveterati aspetti caratteriali del genitore, ma anche per il sacrificio di sé che X, fin da quando era bambina, offre in ogni relazione significativa: ecco il susseguirsi dei suoi giorni, uno uguale all’altro.

Se questa è la fotografia della sua vita per così dire esteriore, piatta, monotona e frustrante, la vita interiore di X è, all’opposto, tutta un fermento: X è una persona, infatti, estremamente creativa, curiosa, piena di immaginazione potenzialmente generativa, che però deve assolutamente rimanere confinata nella sua testa, mai essere tradotta in progetti operativi, pena invalidanti sensi di colpa. X prova all’inizio del percorso psicoterapeutico una vergogna indicibile per la sua potenza immaginativa che cerca di soffocare impegnandosi nel mantenimento rigido e ossessivo di un ordine incrollabile nelle proprie giornate. A volte le improvvise emergenze creative che prorompono inaspettate nella sua mente le fanno temere di essere folle, quando sono, invece, la sua parte più vitale e desiderante. Solo gradualmente, man mano che si va creando una solida fiducia fra noi, può raccontarmi questo aspetto vulcanico di sé e lentamente conferirvi valore.

Il fatto è che X doveva nascondere questo lato di sé, dissociarlo, perché nell’infanzia non è mai stato accolto, ma è anzi stato vissuto con fastidio: disordinava la quotidianità come del resto accade per qualsiasi bambino che, venendo al mondo, scompagina l’ordine preesistente. Sono infatti i genitori a dover modificare il loro mondo mentale e concreto per fare spazio al nuovo nascente rappresentato dal figlio; laddove e nella misura in cui non riescono a farlo porteranno il bambino ad “abortire” le parti di sé più innovative e vissute come disturbanti rispetto allo status quo, a dissociarle e viverle a sua volta come inopportune. Se ciò accade in maniera massiva si perviene ad una situazione di blocco evolutivo in cui l’emergente è congelato per evitare il trauma di venire rifiutato nuovamente.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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“PICCOLI” TRAUMI CRESCONO

IL TRAUMA EVOLUTIVO O RELAZIONALE

Adolfo Wildt, Maschera del dolore. Sofferenza psicologica
Adolfo Wildt, Maschera del dolore (Autoritratto), 1909 – Forlì, Musei Civici

Non sempre alla base del malessere psichico è possibile rintracciare un singolo evento traumatico chiaramente identificabile (e anche quando c’è, ciò che rileva è soprattutto il come e con l’appoggio di chi è stato possibile affrontarlo e rielaborarlo). Nella mia esperienza di psicoanalista, a volte, se non spesso, le persone che mi consultano palesano anche imbarazzo per il fatto di non sapersi giustificare il malessere per il quale sono approdate nella mia stanza d’analisi: in fondo – pensano – non manca loro nulla di tanto rilevante e la vita non appare poi così dissimile esternamente da quella di molti altri più sereni di loro. Hanno avuto una famiglia tutto sommato “normale”, non sono stati abusati o maltrattati e sono fisicamente sani. E allora come spiegarsi la depressione o gli attacchi di panico o la difficoltà a costruire buone relazioni o qualsiasi altra sintomatologia? Si sentono, in definitiva, intrinsecamente dei deboli e provano una profonda vergogna per la propria condizione psichica.

Il fatto è che esistono traumi di altro genere, meno circoscrivibili e chiaramente individuabili, ma non per questo meno efficaci nel produrre malessere.

“Il potere più grande che i genitori hanno sui loro figli non deriva tanto da ciò che dicono al bambino di fare, quanto piuttosto dal fatto di “mostrargli” chi egli sia; ciò significa che, relazionandosi al bambino come fosse “così e così”, ignorando gli altri suoi aspetti come se non esistessero, i genitori “disconfermano” […] l’esistenza relazionale degli aspetti del Sè del bambino che stanno ignorando. Questa disconferma, essendo non negoziabile su un piano relazionale, è traumatica per definizione ed è intrinseca all’esistenza di un trauma evolutivo (relazionale). Tale trauma è tipicamente cumulativo.” [1]

Gli aspetti di sé sistematicamente disconfermati, soprattutto se si manifestano in momenti a forte carica affettiva, verranno vissuti con vergogna dal bambino, il quale crescerà non potendo più credere nella realtà della propria esperienza soggettiva; ciò creerà anche confusione e senso di disvalore di sé (non diversamente, del resto, da come verrà poi vissuto con disvalore il fatto in se stesso di stare male, di soffrire), e gli aspetti rifiutati, disconosciuti, verranno dissociati, sentiti quindi come “non me”, come se non gli appartenessero. Sarà così compromessa la capacità del bambino “di elaborare cognitivamente i propri stati mentali carichi di significati affettivi in un contesto interpersonale – di riflettere su di essi, tollerarli come stati di conflitto intrapsichico e quindi riconoscerli come “me””  [2]. Il bambino, e poi l’adulto, cioè, non potrà autorizzarsi da sé a riconoscere e a far valere le istanze affettive connesse a quegli stati mentali rifiutati e dissociati e ciò genererà sofferenza, a volte fino al limite della depersonalizzazione o dell’annichilamento [3].

In qualche misura, tutti abbiamo fatto esperienza del trauma relazionale. Ma è appunto una questione di misura, che non sempre è apprezzabile dalla persona stessa in autonomia. Si potrebbe dire, in altre parole, che ci ammaliamo della nostra stessa normalità: immersi come siamo in essa, non siamo più in grado di vederla e valutarla, fino a che non possiamo confrontarla con un altro punto di vista o un’altra esperienza. Come avviene in un percorso psicoterapeutico ad orientamento psicoanalitico.

[1] Bromberg, Destare il sognatore, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009, pag. 7

[2] Ivi, p. 147

[3] Bromberg, L’ombra dello tsunami, Raffaello Cortina Editore, 2012, Milano, p. 23.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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IL TEATRO DELLA MENTE: PLURALITÀ DEGLI STATI DEL SÉ E MECCANISMI DISSOCIATIVI NORMALI E PATOLOGICI

Narrativa e psicologia
Parole in prestito

“Si può […] paragonare la mente dell’uomo a un teatro di grandezza indefinita il cui proscenio è molto ristretto ma il cui palcoscenico diventa più ampio man mano che si allontana dal proscenio. Su questo proscenio illuminato c’è posto per un solo attore. Questi entra, si muove per un momento, e poi esce; ne arriva un altro, poi un altro, e così via… Tra la scena e il lontano retroscena, vi sono moltitudini di forme oscure che possono essere richiamate sul palcoscenico […] e tra queste folle di attori hanno luogo incessantemente ignote evoluzioni”. [1]

Il paragone effettuato da Hippolyte Taine nel XIX secolo fra mente e teatro si attaglia piuttosto bene alla concezione psicoanalitica relazionale secondo cui la prima è costituita, in ragione di meccanismi dissociativi, da differenti stati del Sé – cioè nuclei della personalità che organizzano coerentemente i sentimenti, i pensieri, i ricordi, le modalità di relazionarsi e le rappresentazioni di Sé e degli altri – che si alternano nella vita cosciente (il proscenio) dove sono di volta in volta vissuti come “Io”.

Per meglio comprendere, possiamo affermare che i meccanismi dissociativi operano normalmente nella ordinaria vita di tutti i giorni al fine di selezionare le configurazioni mentali più adatte di volta in volta allo specifico contesto e compito in cui e per cui l’individuo si trova ad agire; si tratta dunque di meccanismi adattativi, che consentono al contempo di attivare i modi di essere più funzionali alle circostanze e di preservare un senso di continuità di sé malgrado la pluralità degli stessi.

“Una relazione flessibile fra stati del Sé attraverso l’uso della dissociazione normale è ciò che permette ad un essere umano di affrontare le richieste sempre mutevoli della vita con creatività e spontaneità; è ciò che conferisce a un individuo la straordinaria capacità di negoziare tra carattere e cambiamento: di rimanere cioè se stesso nel cambiamento” [2].

Accanto ai meccanismi ordinari esiste, poi, la struttura dissociativa patologica che insorge in presenza di traumi: essa si caratterizza per  una “rigida balcanizzazione dei vari aspetti del Sé” [3] alcuni dei quali risultano come segregati, ma non per questo non in grado di produrre effetti psicologici. Le difficoltà che si creano in presenza di tale struttura di personalità stanno nel fatto che gli affetti e i bisogni di cui sono portatori quegli stati del Sé segregati non sono negoziabili con quelli degli altri stati perché non in relazione fra loro, ma appunto dissociati. Ne seguiranno comportamenti contraddittori, oscillazioni consistenti nei modi di essere, e, talvolta, un vissuto di incoerenza o di perdita di unitarietà.

Come si vedrà nel prossimo post, esistono vari tipi di traumi in grado di produrre effetti dissociativi.

Attraverso un percorso psicoanalitico diviene possibile reintegrare la personalità senza perdere la ricchezza delle sue articolazioni interne per ristabilire una buona fluidità e flessibilità fra i diversi aspetti del Sé.

[1] Taine, H., 1871, citato in Bromberg, P.M., Destare il sognatore, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009, p. 3.

[2] Bromberg, P.M., ivi, p. 2.

[3] Ivi, p.3.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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