PAROLE COME SCATOLE: AD ESEMPIO LA PAROLA CAPRICCI

Sostegno alla genitorialità
Sostegno alle capacità genitoriali

photo by Peter Sieling:  http://www.flickr.com/photos/bluespete

Ci sono parole usate frequentemente con riguardo ai bambini che non hanno un preciso campo semantico, ma si prestano, anzi, ad indicare fenomeni molto differenti fra loro;  per questo le chiamo “parole-scatole”: ci si può infilare dentro ciò che si vuole mantenendo la parvenza di un riferimento oggettivo, di un significato univoco che, in verità, manca loro. L’unico elemento inequivocabile è la valenza negativa loro attribuita.

Penso, ad esempio alla parola <<capricci>>: <<non fare i capricci!>> è un’espressione molto comune, usata in mille circostanze differenti da genitori, nonni, educatori chiaramente infastiditi. Ma cosa sono esattamente questi capricci? La parola evoca immediatamente un bambino che si impunta o magari strilla e comunque si oppone al volere dei genitori. Ma nulla dice sulle motivazioni sottostanti, le quali, potendo essere molto differenziate fra loro, rimandano a fenomeni chiaramente diversi.

Un bambino può fare spesso i cosiddetti capricci perché, a fronte di regole date in modo incostante e imprevedibile da parte degli adulti, ha imparato che impuntandosi può sfondare il limite che gli viene dato: nessuno infatti accetta con facilità i limiti, a maggior ragione i bambini che non sanno ancora scambiare una frustrazione attuale per un vantaggio futuro il quale, oltretutto, è magari per loro del tutto astratto (essere educati e rispettosi per ricevere rispetto; essere in salute se questo vuol dire rinunciare ad una merendina di troppo; essere capaci di sviluppare i propri talenti se questo implica anche impegnarsi, ecc.). Se c’è modo di sottrarsi è inevitabile che un bambino ci provi.

Oppure, più banalmente, il capriccio episodico può esprimere stanchezza e minore capacità temporanea di reggere la frustrazione.

O ancora può essere una reazione per quella che è stata vissuta come una ingiustizia subita, magari perché il bambino non ha compreso il motivo della regola che gli è stata imposta, forse perché non gli è stata nemmeno spiegata, o perché, ancora, una ingiustizia effettivamente c’è stata. La regola o l’imposizione contro cui si ribella, allora, non può che essergli apparsa come frutto di uno strapotere ingiustificato e non autorevole che egli cerca a suo modo di contrastare in maniera altrettanto poco dialogante.

Oppure, ancora, il bambino sta cercando di conquistare una propria autonomia o una propria visibilità perché non si sente considerato come legittimo fautore di scelte o non si sente ascoltato come un interlocutore e quindi, pur di essere visto, ascoltato e riconosciuto, si inalbera, magari anche per inezie. A volte non avrebbe effettivamente senso concedergli l’autonomia rispetto al motivo specifico per cui fa i capricci, ma sarebbe invece possibile riconoscergliene comunque un po’ in altre situazioni, a seconda anche dell’età.

In definitiva, a fronte di un bambino <<capriccioso>>, un adulto dovrebbe sempre domandarsi che cosa quel bambino sta cercando di esprimere attraverso il capriccio e come egli stesso si pone in relazione alle istanze così espresse, seppure malamente e spesso per meri pretesti. Non esistono infatti bambini costituzionalmente capricciosi e i capricci si inseriscono in una relazione di cui fanno evidentemente parte tanto il bambino quanto l’adulto, e, quest’ultimo, con un maggiore potere di influenza.

Se i capricci sono frequenti, esprimono senz’altro un qualche disagio della relazione e sarebbe bene che il genitore si facesse allora aiutare a decodificarli e a gestirli diversamente mediante un sostegno alla genitorialità.

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

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CHE FINE HA FATTO IL MIO BAMBINO?

 

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Miguel Ángel Belinchón Bujes, noto come Belin

Tratto da: https://www.keblog.it/street-art-murales-dipinti-postneocubismo-belin/

“Che fine ha fatto il mio bambino, il bambino che mi amava tanto e mi considerava la più bella mamma del mondo, il bambino che mi ascoltava e con cui era facile capirsi? Questo figlio all’improvviso non lo riconosco più, non so più chi è e perché sembra tenermi a distanza o addirittura avercela con me.”

Tutti sanno che i figli ad un certo punto fanno la “muta” e da bambini facili da gestire, affettuosi e adoranti, si trasformano sotto gli occhi, come per incantesimo, in ragazzini a volte burberi e distanzianti, se non francamente oppositivi e trasgressivi. Eppure i genitori vengono spesso colti di sorpresa quando è il loro turno di assistere alla muta. Di fronte alle manifestazioni della preadolescenza si sentono spiazzati e vivono i primi accenni di conflittualità come una sorta di tradimento dell’affetto, come un’accusa ingiusta che i figli, tanto amorevolmente accuditi, rivolgono loro. E si arrovellano di domande. E soffrono.

È così che mi trovo spesso a suggerire ai genitori che mi consultano di fare tesoro dello spaesamento che provano come della nostalgia per l’infanzia perduta del loro figlio per riuscire a sintonizzarsi nuovamente con quanto lo stesso figlio vive, sospinto violentemente com’è fuori dall’infanzia senza avere ancora sufficienti strumenti cognitivi e affettivi per affrontare il cambiamento. Anche i preadolescenti si sentono spaesati, a dispetto di quell’atteggiamento supponente che all’improvviso hanno tirato su come una barriera; sono in verità alle prese con un corpo che si modifica velocemente e che, spesso troppo precocemente rispetto alle possibilità di elaborazione della mente, diviene sessuato. Anche loro provano nostalgia per l’infanzia, per quel periodo di armoniosa quiete a fronte della tempesta che stanno vivendo ora, seppure in alternanza alla urgenza delle spinte interne all’autonomia.

Per crescere e diventare individui con una propria personalità separata da quella dei genitori, i preadolescenti (e gli adolescenti) non possono che tenersi in parte lontani dal “risucchio” dell’amore dei genitori, respingere il richiamo di quel senso di protezione connesso all’infanzia, pena il non riuscire a trovare la forza per “tradire” l’immagine di sé bambini, l’immagine che i genitori rispecchiano loro, e diventare altro, diventare grandi. E tanto più sono forti il risucchio e il richiamo tanto più avranno bisogno di ricorrere alla conflittualità per separarsi e diversificarsi. La protezione e il senso di appartenenza la cercheranno d’ora in poi soprattutto nel gruppo dei pari.

Per questo, i genitori, fatto salvi problemi specifici di relazione, non hanno da temere l’oppositività che, entro certi limiti, è sana e necessaria per crescere. E non devono viverla come un’accusa o un tradimento, ma come una fase, faticosa – certo – ma necessaria dello sviluppo. L’alternativa sarebbe avere dei figli eterni bambini, compiacenti e senza una propria individualità delineata, il che non è certamente auspicabile. Sostengo, inoltre, che le persone che al giusto tempo non hanno attraversato il travaglio della preadolescenza e dell’adolescenza, prima o poi manifestano un disagio derivante proprio dall’essere compiacenti e aderenti alle aspettative altrui.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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I SENTIMENTI AMBIVALENTI IN GRAVIDANZA

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I pensieri e sentimenti ambivalenti che non vengono riconosciuti e accolti, associati alla gravidanza anche quando cercata o comunque voluta, finiscono con il convertirsi in motivi di disagio o con il nutrire sintomi, come del resto avviene per tutti i pensieri/emozioni che sono censurati, a un qualche livello, e quindi non integrati nell’esperienza e non elaborati.

La società in cui siamo immersi non aiuta granché a riconoscere o mitigare, laddove possibile, le ambivalenze delle madri perché è ancora molto forte una certa cultura sacrificale della maternità. Inoltre, al di là di ogni retorica intorno al ruolo della Madre, non sono stati ancora rimossi gli ostacoli, per esempio nel mondo del lavoro, alla possibilità di contemperare la maternità con altre dimensioni di sé, come appunto quella professionale, ma non solo. Come se il crescere i figli fosse solo una questione femminile e non qualcosa che riguarda la società tutta.

Ma a quali pensieri/emozioni ambivalenti mi riferisco?

Sono convinta che sia inevitabile provare un miscuglio di pensieri/emozioni, di differente segno, in ordine al divenire madri. Accanto e mescolata alla gioia e all’eccitazione, al senso di mistero, alla speranza e soddisfazione connessa al realizzarsi e trascendersi, alla commozione di un figlio voluto come frutto dell’amore della coppia genitoriale (quando è così), vi sono l’ansia per l’ignoto che l’avventura di un figlio rappresenta, anche quando non è il primo (perché ogni figlio è una storia a sé e perché anche la madre è in una condizione sicuramente differente da quella in cui si trovava al momento dell’arrivo del primo bambino, non fosse altro perché ora la compagine familiare è un’altra); la preoccupazione di farcela a crescere un bambino e poi un ragazzo: “sarò capace? saprò tutelarlo dalle insidie di questa società così complessa e differente da quella in cui sono cresciuta io e che galoppa a un ritmo di cambiamento a cui è difficile stare dietro?”; la paura di essere molto vincolata dal bimbo in arrivo e di perdere quella libertà di cui si godeva prima nel gestire il proprio tempo libero – molte cose per un po’ non si potranno più fare, perché un figlio è oggettivamente anche un grande impegno; le preoccupazioni economiche e quelle legate alla propria posizione lavorativa, alla propria carriera; l’apprensione circa gli effetti sul rapporto di coppia e/o sul primogenito all’arrivo del secondo; un  più o meno vago senso di soffocamento che si accompagna all’aspetto di irreversibilità della scelta – si è madri per tutta la vita – ;  l’inquietante connesso al corpo che cambia, si deforma per lasciare spazio a qualcuno di totalmente sconosciuto e invisibile e che abita – altro da sé – le proprie profondità; vi è la certezza che nulla sarà più come prima e che si sta lasciando alle spalle per sempre una stagione della vita. Ecco, dunque, affacciarsi un vissuto di perdita o di lutto.

“Ma come perdita e lutto? Di fronte alla meraviglia della vita che si rinnova? Che scandalo! Sarò una ingrata, una madre degenere? Verrò punita per questi miei pensieri men che felici?”. I sensi di colpa si intrufolano nella gravidanza a ingrandire la paura di non essere una brava madre e la paura di non saper generare un figlio sano e normale.

Questa congerie di pensieri/emozioni, più o meno presenti e  forti a seconda anche della specifica esperienza che ciascuna donna si porta appresso come figlia e nel rapporto con la propria madre, può ingolfare la mente della donna se bandita dalla propria possibilità di riflettere su di essa e di “tenerne insieme” le differenti componenti. A volte, può esitare in forme più o meno serie di depressione post partum.

È importante che una donna in gravidanza possa esternare i suoi pensieri ed emozioni anche negativi ed essere ascoltata senza giudizio né scandalo per evitare di aggravare sensi di colpa che è possibile già provi da sola.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

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MATERNITÀ

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Michelangelo Buonarroti, Pietà, 1497-1499, Basilica di San Pietro in Vaticano

 

Il divenire madre espone a una situazione psicologica complessa: alla onnipotenza del momento generativo e, contemporaneamente, alla consapevolezza del limite rappresentato dalla mortalità del figlio generato [1].

Non è facile accettare questa stridente condizione, così, peraltro, terribilmente umana: può provocare sofferenza, contribuire alla depressione post partum. A volte più per l’aspetto della potenza creativa – poiché anche la creatività può generare angoscia – a volte più per quello del toccare il limite.

È possibile elaborare tale sofferenza attraverso percorsi di sostegno alla maternità sia individuali sia di gruppo, oppure, quando la sofferenza è alta, attraverso percorsi psicoterapeutici.

[1] “Nel momento generativo, infatti, infinito e finito si toccano” in Leonelli Langer, L., Diventare madre, tra onnipotenza e limite, in Borgogno F., Maggioni G. (a cura di ), Una mente a più voci . Sulla vita e sull’opera di Dina Vallino, Mimesis, Milano – Udine, 2017, p. 96.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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SCOPRO COSA PROVO SE NE PARLO CON QUALCUNO

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Balatresi, Napoli

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2015/04/11/foto/sguardi_che_s_incrociano_inchiostro_e_dolcezza_nelle_opere_di_balatresi_a_palazzo_reale-111710522/1/#1

PSICOANALISI COME NARRAZIONE CONDIVISA

“[…] un bambino  – e poi un adulto – può scoprire cosa sta provando solo se ha l’occasione di parlarne con qualcuno. Ma non nel senso di parlare volutamente di cosa sta provando, poiché in questo caso lui, il bambino [e poi l’adulto] sarebbe allora già in grado di sapere che “il che cosa gli capita” è un’emozione, che è sua. Nel senso, invece, del mettersi a parlare con qualcuno che abbia in mente la psiche come storia, che abbia in mente il fatto che qualunque cosa il piccolo si metta a dire o a fare, quella cosa è un modo per spiegare come sta. Qualcuno – cioè – che sappia invitare con sensibilità “il piccolo” [e poi l’adulto] a non aver paura di cosa gli capita nella testa e a scoprire che questa cosa non è interessante solo per lui, ma può essere apprezzata da un altro.” [1]

Detto in altri termini:

“[…] una psiche esiste solo se “avviene” una storia che la possa raccontare e se c’è qualcuno a cui rivolgersi mentre prende forma”. [2]

Queste citazioni si riferiscono al farsi della mente di un bambino e al rapporto con uno psicoanalista dei bambini (ma potremmo dire più in generale con un adulto – genitore o care-giver che sia – “attento”).

Le parole dell’autore, peraltro, si potrebbero senz’altro estendere anche alla mente di un adulto (e al rapporto con uno psicoanalista degli adulti). Anche quando un uomo o una donna pensano di conoscersi, infatti, possono sempre scoprire qualcosa di nuovo di sé parlando con altri, se hanno la fortuna di trovare un interlocutore attento ad accogliere e “sentire insieme”. A maggior ragione se ciò che si prova è opaco a se stessi.

O, meglio ancora, possiamo affermare che il poter dare voce, anche in modo indiretto, a ciò che si sente, se si viene ascoltati empaticamente e si viene rispecchiati, fa sì che ciò che si sente, appunto, venga messo in forma, divenga pensiero e vada a costituire la mente. Per effetto dell’ascolto la mente si espande e viene abitata, per così dire, in tutte le sue stanze, addomesticata (da “domus”), resa cioè più intima e familiare.

[1] Cassardo C., Il mito e l’impegno poetico nella clinica di Dina Vallino, in  Borgogna F., Maggioni G., (a cura di) Una mente a più voci. Sulla vita e sull’opera di Dino Vallino, Mimesis, Milano-Udine, 2017, p. 87.

[2] Ibidem, p. 88. La citazione così continua: “Siamo qui, in pieno, nel campo delle nuove cornici teoriche relative alla mente […] secondo le quali la mente non è un fenomeno individuale ma il frutto di un incontro; non si costituisce – ossia – da sé o “in assolo”, ma si costruisce per forza in due, o anche in più di due.”

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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LE CONOSCENZE INTELLETTUALI NON BASTANO

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“Chiunque sia stato genitore e non viva in uno stato di perfetto autoinganno sa per esperienza come possa riuscire difficile tollerare certi aspetti del carattere del proprio figlio. Accorgersi di questo è particolarmente doloroso, se vogliamo bene al bambino, desideriamo realmente rispettarne l’individualità e tuttavia non ci riusciamo. Magnanimità e tolleranza non si possono raggiungere con l’aiuto di conoscenze intellettuali. Se non abbiamo avuto la possibilità di vivere e rielaborare in modo cosciente il disprezzo di cui siamo stati vittime nella nostra infanzia, continueremo a riprodurlo e a trasmetterlo ai nostri figli. La conoscenza puramente intellettuale delle leggi dello sviluppo infantile non ci impedisce di provare irritazione o rabbia se il comportamento di nostro figlio non corrisponde alle nostre idee, se non è in sintonia con i nostri bisogni, o se – peggio ancora – minaccia i nostri meccanismi di difesa.

Per i bambini le cose stanno in tutt’altro modo: essi non sono intralciati da alcuna storia precedente e la loro tolleranza nei confronti dei genitori è illimitata. Ogni crudeltà psichica, cosciente o inconscia, compiuta dai genitori è difesa con sicurezza nell’amore del bambino dalla possibilità di venire scoperta.”

Miller, A., La persecuzione del bambino, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, pp. 5-6

Che le conoscenze puramente intellettuali – il sapere astrattamente ciò che si dovrebbe fare – non bastino a intessere buone relazioni intime, se la propria storia di relazioni è stata difficile, è a mio parere vero in generale, non solo nei confronti dei figli – verso i quali abbiamo delle precise responsabilità come genitori – ma anche nei confronti delle altre persone a cui teniamo e con cui siamo in stretti rapporti. È, infatti, particolarmente verso queste ultime che risulta più probabile ripetere inconsapevolmente le proprie esperienze primarie.

Una ulteriore difficoltà consiste nel fatto che, proprio come la Miller afferma con cruda onestà, tendiamo a salvaguardare l’immagine dei genitori, a preservarla attraverso il nostro amore filiale, a volte anche da adulti, non volendo acquisire coscienza fino in fondo delle difficoltà che abbiamo vissuto nella relazione con loro o addossandocene in qualche modo la colpa.

Per tutto quanto appena accennato, penso che, affinché un percorso di sostegno alla genitorialità sia efficace, esso non possa prescindere dal condurre a riattraversare emozionalmente la propria storia di figli, per poterla rielaborare e trascendere.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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LE BUGIE IN ADOLESCENZA parte seconda

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Miguel Ángel Belinchón Bujes, noto come Belin

Tratto da: https://www.keblog.it/street-art-murales-dipinti-postneocubismo-belin/

Nel precedente post, ho messo in rilievo la funzione della bugia in adolescenza nell’ambito del normale processo di separazione psicologica dagli adulti e di individuazione, ciò che rappresenta un compito evolutivo specifico di questa fase della vita; quindi ho tratteggiato la situazione in cui l’adolescente non può reggere il conflitto e finisce con il nascondere il suo vero sentire per compiacere i genitori.

In altre circostanze, le bugie, soprattutto quando dette ai coetanei, possono invece rappresentare il modo attraverso cui l’adolescente cerca di nascondere quelle che gli sembrano  delle proprie inadeguatezze, insufficienze o immaturità rispetto al modello percepito come ideale di ragazzo/a. Può sostenere, per esempio, di aver avuto delle avventure sessuali o trasgressive di un qualche tipo, pur di sentire di appartenere al gruppo di riferimento e di non essere da meno, nella fase in cui il giudizio dei pari è avvertito come fondamentale.

Può accadere che il modello ritenuto appropriato nell’universo dei coetanei confligga aspramente con quello dei genitori e che questo conflitto crei notevoli difficoltà nella mente dell’adolescente che risulta così divisa fra diverse identificazioni.

Se ci si debba preoccupare o meno è come sempre una questione di misura. L’adolescente è in crescita e si trova naturalmente a dover affrontare delle turbolenze e dei conflitti. La misura del disagio va valutata in termini soggettivi – quanto soffre il/la ragazzo/a – ma anche attraverso indici per così dire esterni poiché la sofferenza può, negli adolescenti, essere facilmente manifestata attraverso il corpo o comportamenti agiti, auto e/o etero-distruttivi.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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