LA MEMORIA E IL SENTIMENTO DI ESISTERE

Adolfo Wildt, Maschera del dolore. Sofferenza psicologica
Adolfo Wildt, Maschera del dolore (Autoritratto), 1909 – Forlì, Musei Civici

 

Alcuni pazienti hanno pochissimi ricordi della loro infanzia e del loro passato in generale. Quando il loro modo di porsi in relazione presenta una qualità che non saprei come altro chiamare se non “eterea”, quando riscontro una sorta di “volatilità” del loro sentire, una difficoltà da parte loro ad “acciuffarlo”, una marcata incapacità, in altri termini, di “registrare” le proprie emozioni e di conferire loro “peso specifico”,  quando la mancanza di memoria del loro passato è molto estesa, tendo a ipotizzare che essa non sia l’effetto del meccanismo della rimozione, che presuppone un conflitto fra istanze psichiche differenti, quanto piuttosto dell’esperienza precoce che questi pazienti hanno fatto di essersi sentiti come inesistenti, invisibili, perché non riconosciuti nei loro bisogni affettivi e nelle loro emozioni dai care-giver, genitori o chi per essi.

È come se il fatto di non essersi potuti rispecchiare nell’altro, nell’adulto che ha la responsabilità di accudirli e di aiutarli a significare il loro sentire, di non essere stati in definitiva compresi [1], non abbia permesso a questi pazienti né di mettere in forma le loro sensazioni corporee e le loro emozioni né di immagazzinarle nella memoria come ricordi richiamabili con le parole, in modo intelligibile, perché dotate di un qualche senso in rapporto alla realtà.

Come dice la psicoanalista infantile Dina Vallino [2]:

“[…] l’essere capito per un bambino piccolo è tutt’uno col sentimento di esistere, e […] la mancanza di quest’esperienza di esserci produce una sofferenza globale e un sentimento di annichilamento molto vicino alla sensazione di poter sparire nel nulla.”

Non avere memoria di sé è un po’ come sparire nel nulla, non lasciare traccia del proprio passaggio.

Il che non vuol dire che quelle sensazioni ed emozioni si siano semplicemente volatilizzate, poiché esse si ripresenteranno in circostanze della vita del paziente che in qualche modo richiamano quelle senza nome e senza senso (senza che nessuno abbia saputo dare loro un senso) in cui sono scaturite, in altre circostanze, cioè, in cui egli semplicemente non riesce a donare loro un senso per sé. È come se il corpo avesse una sua memoria autonoma che può tradursi anche in sintomi fisici, quelli sì più tangibili per se stessi e per il mondo esterno.

Penso, del resto, che questa esperienza di “non-senso”, di “non esistenza” e di “smemoratezza” ci riguardi tutti, in una maniera meno massiccia di quella fatta dai pazienti presi ora in considerazione, poiché è inevitabile essere stati ignorati o misconosciuti, in una certa misura, per qualche esperienza emotivo/sensoriale fatta da piccoli.

È comunque possibile, attraverso un percorso psicoanalitico, arrivare a sviluppare quella funzione mentale che attribuisce rilevanza e senso alle proprie sensazioni, alle emozioni che si esprimono primariamente attraverso il corpo, avvertendo così di esistere pienamente, come un corpo vissuto e una mente incarnata, arrivare a modulare tali emozioni e ad usarle, una volta messe in forma, come faro che indichi la rotta nella propria vita.

[1] “Compresi” nel senso proprio etimologico del verbo comprendere: “[lat. comprehendĕre e comprendĕre, comp. di con– e pre(he)ndĕre «prendere»] (coniug. come prendere). – 1. a. Contenere in sé, abbracciare, racchiudere […] 2. a. Accogliere spiritualmente in sé […] b. Sapersi spiegare, rendersi ragione di qualche cosa […]”, da http://www.treccani.it/vocabolario/comprendere/

[2] Vallino D., Raccontami una storia. Dalla consultazione all’analisi dei bambini, Borla, Roma, 2011, p. 58

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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LA GIUSTA DISTANZA: A YO-YO

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La giusta distanza tra sé e gli altri rappresenta quella dimensione critica che spesso è in gioco nelle situazioni di disagio nelle relazioni.

Ma cosa intendo per distanza? E cosa per giusta?

Mi riferisco alla distanza affettiva, in particolare rispetto alle persone amate o comunque significative; o, meglio ancora, alla capacità di regolare la distanza affettiva nelle diverse situazioni.

Non si tratta infatti di una dimensione statica, bensì dinamica. Si tratta della possibilità di avvicinarsi all’altro e di allontanarsene in maniera fluida, per assecondare i propri e altrui bisogni affettivi e per rispettare i propri e altrui confini psichici. La distanza giusta, dunque, si accorcia e si allunga normalmente, come uno yo-yo, in ragione dei differenti momenti e delle differenti situazioni relazionali. E poiché questa distanza si riferisce appunto ad una relazione, non può che essere frutto di continue negoziazioni tra i suoi partecipanti, poiché non sempre i bisogni di due persone, per quanto in armonia, coincidono nel loro manifestarsi, anzi!

Se abbiamo senz’altro bisogno degli altri, di amare ed essere amati, abbiamo anche bisogno di preservare la nostra privata intimità. Il lasciarsi andare all’altro e fondersi momentaneamente con lui può essere davvero una condizione meravigliosa, ma può anche divenire angosciosa se si avverte di non poter riprendere la propria individualità separata senza deludere o, viceversa, sentirsi abbandonati. La condizione migliore, dunque, si realizza quando si riesce a entrare ed uscire in modo “scorrevole” fra  fusionalità e separatezza.

Ci sono persone che non tollerano una eccessiva vicinanza, neanche temporanea, perché non tollerano di sentirsi dipendenti o perché la percepiscono come una invasione e un controllo; e ci sono persone che non riescono a ri-separarsi senza soffrire dopo aver assaporato l’intimità.

Molte coppie patiscono a causa del fatto di non riuscire a negoziare la giusta distanza: può capitare allora che i partner si polarizzino in ruoli rigidi, che uno si lamenti costantemente della eccessiva distanza dell’altro, l’altro della eccessiva richiesta di vicinanza dell’uno. Appare allora opportuna una psicoterapia di coppia.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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SILENZI OSTINATI

Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle). Sofferenza psichica
Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle), 1930, visibile in Villa Necchi Campiglio, Milano, proprietà FAI, Fondo Ambiente Italiano

A volte il silenzio, in una relazione di coppia o nel rapporto con i figli, può diventare un’arma, una punizione peggiore di un castigo, poiché fa sentire in colpa chi lo subisce, senza peraltro sapere per cosa esattamente, ed estromesso dalla relazione, privato della possibilità tanto di difendere le proprie ragioni quanto di riparare se un torto involontario lo ha pur commesso. Impedisce, insomma, ogni negoziazione di senso del comportamento reciproco.

Penso alle parole di una paziente la cui madre, quando era bambina, usava “tenere il muso” sia nei confronti del marito sia nei confronti delle figlie. La paziente soffriva di una costante incertezza emotiva per il clima familiare imbalsamato che si era così venuto a creare nella famiglia di origine in cui nessuno sapeva come muoversi, cosa poteva dire o fare, per la paura di suscitare quella reazione materna inesplicabile e intollerabile.

“Davanti al silenzio ci si ritrova “puniti” e non si sa perché. […] Il silenzio può essere letteralmente, e non solo letterariamente, “crudele”, può rivelare una forte componente sadica anche se chi lo adotta ha piuttosto l’aria di atteggiarsi a vittima, ribaltando così i ruoli grazie a una scelta vistosamente rinunciataria e perciò “passiva”.  [1]

Il silenzio protratto e ostinato può essere in definitiva l’espressione di una passività alquanto aggressiva.

[1] Così Carotenuto, A., Amare tradire, Bompiani, Milano, 2001, p. 105.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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TRADIMENTI E SENSI DI COLPA

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“In realtà, non può darsi nascita psicologica individuale senza l’esperienza del “tradimento”. Venendo al mondo l’uomo accede a una condizione che è ontologicamente esposta allo scacco del tradimento: il tradimento della vita attraverso la morte, il tradimento dell’amore attraverso l’odio, il tradimento dell’unità originaria attraverso la stessa nascita. “

In effetti, come dice lo psicoanalista Aldo Carotenuto [1], nascere psicologicamente (quante volte si nasce in una vita!) significa separarsi dall’altro, l’altro che pure ha contribuito a costituirci anche mentalmente. Solo così, poi, possiamo rivolgerci di nuovo all’alterità come persone individuate, distinte, a nostra volta “altre”, disponibili allo scambio profondo, a fonderci provvisoriamente per cercare ancora il piacere dell’unità,  per poi, di nuovo, ristabilire i nostri confini. Confini dunque elastici, permeabili, mobili, che si possono oltrepassare ma anche ripristinare, per ritrovare se stessi, mutati dall’incontro con l’altro.

Però separarsi vuol dire anche tradire, tradire le aspettative altrui. E non sempre è possibile tollerare i sensi di colpa che il tradire comporta, soprattutto quando le aspettative sono delle persone a noi più care. Ma se non si riesce a farlo si finisce prima o poi con il tradire inevitabilmente se stessi, le proprie aspirazioni, i propri bisogni, con il condannarsi alla compiacenza e alla non autenticità.

Quando non si riesce a tradire, quando si è sovrastati dai sensi di colpa, è bene chiedere un aiuto attraverso un percorso psicoterapeutico o psicoanalitico.

[1] Carotenuto, A., Amare tradire, Bompiani, Milano, 2001, p. 113.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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CRESCERE IN NUCLEI FAMILIARI ABUSANTI: L’AUTOCOLPEVOLIZZAZIONE

Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle). Sofferenza psichica
Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle), 1930, visibile in Villa Necchi Campiglio, Milano, proprietà FAI, Fondo Ambiente Italiano

 

“I bambini che crescono in nuclei familiari abusanti o caotici vivono in una realtà che è troppo spaventosa e dolorosa da accettare. Siccome è impossibile vivere in un mondo nel quale si è vittime di un abuso così imprevedibile, di una sofferenza così ingiusta, questi bambini organizzano i racconti della propria esperienza attorno alla presunzione della propria colpevolezza. È semplicemente insopportabile commiserare realmente se stessi, affrontare in modo diretto la disperata impotenza della propria situazione. E perciò questi bambini pensano che la causa degli abusi che subiscono sia la loro cattiveria; se fossero buoni, quell’incubo non ci sarebbe.”

Così si esprime lo psicoanalista relazionale Stephen Mitchell [1] ed è esattamente ciò che ogni psicoanalista constata quando lavora con pazienti che provengono da contesti familiari siffatti.

[1] Mitchell, S., L’amore può durare?, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2003, p. 115.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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QUANDO LE DIFESE DALLA SOFFERENZA NON SONO PIÙ FUNZIONALI

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Musei civici, Imola

 

I meccanismi psicologici con cui ci difendiamo dalla sofferenza agiscono con varie modalità escludendo di fatto dalla coscienza ciò che appare angoscioso, traumatico o inaccettabile, ma non possono annientarlo: possono solo nasconderlo in tutto o in parte in un’altra “stanza della mente”, per così dire, se vogliamo avvalerci di una metafora architettonica di quest’ultima.

Ogni persona ha un suo stile difensivo, nel senso che tende a servirsi di certi meccanismi, più o meno maturi, più che non di altri.

È inevitabile e anche buono difendersi dalla sofferenza, purché tale difesa non porti a dover rinunciare eccessivamente al contatto con la propria interiorità e la propria ricchezza psicologica. Le strategie difensive diventano patologiche quando sono troppo rigide e la persona vi ricorre in maniera massiccia. Non possiamo non considerare infatti che, poiché i comparti della mente non sono stagni, per rimanere nella precedente metafora, prima o poi il materiale ivi nascosto o scisso fra più di essi ne straboccherà e potrà farlo sotto la forma di sintomi e di nuova sofferenza.

Ma come si può rinunciare a difendersi nel modo in cui si è abituati a fare senza rischiare di trovarsi totalmente esposti all’angoscia o al dolore? Nel corso di un percorso psicoterapeutico ad orientamento psicoanalitico si verifica spesso che le emozioni da cui ci si era messi al riparo nel corso dell’infanzia (e da cui si continua per lo più a difendersi) riguardavano situazioni e/o relazioni rispetto alle quali non si possedevano ai tempi strumenti conoscitivi sufficienti. Riguardando quelle situazioni da adulti, invece, si possono attivare risorse intellettive ed emotive che permettono di attribuire loro un senso e una valenza differente. È poi possibile, nel corso di una psicoanalisi, mobilitare modalità più mature di difesa.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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SAPER RICEVERE

Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle). Sofferenza psichica
Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle), 1930, visibile in Villa Necchi Campiglio, Milano, proprietà FAI, Fondo Ambiente Italiano

Saper ricevere non è affatto una cosa scontata. Molte persone che si lamentano di non essere oggetto frequente di manifestazioni affettive da parte dei loro compagni/compagne, in realtà non sono in grado di lasciarsi andare a ricevere amore e per questo, inconsapevolmente, vanno in cerca di persone poco generose affettivamente, salvo poi comunque soffrirne.

Non sono in grado – o meglio bisognerebbe dire che non possono inconsciamente permettersi di ricevere – perché non vi sono abituate, perché si sono andate strutturando nel corso della loro vita in modo difensivo, rinunciando a ciò che non hanno ricevuto con  sufficiente abbondanza nella loro infanzia e che pure anelerebbero.

Non sono in grado, ancora, perché ricevere vuol dire esporsi alla possibilità di perdere  ciò che si desidera tanto e rivivere tutto il dolore già conosciuto, la disillusione; perché vorrebbe dire rinunciare all’immagine di sé che si è costruita col tempo e lanciarsi in un’avventura che ha dell’ignoto e, per quanto paradossale sembri, l’ignoto spesso spaventa più di quanto si desideri il cambiamento.

Poiché, poi, l’immagine di sé, di colui o di colei che si sente in credito di affetto, è strettamente connessa all’immagine dell’altro affettivamente rifiutante o sfuggente,  modificare la visione di sé implicherebbe modificare anche quella dell’altro ad essa complementare, un altro che però affonda le sue origini nei primi legami affettivi importanti e interiorizzati. Ma cambiare la relazione con l’altro ha il sapore di un tradimento intollerabile verso quei legami di attaccamento che ci fondano [1].

La questione è ulteriormente complicata dalla circostanza che le persone che non possono permettersi di ricevere tendono a non dare peso alle manifestazioni affettive che pur sono loro rivolte, tendono cioè ad interpretare le loro esperienze relazionali solo come l’ennesima conferma del loro destino: semplicemente non saranno mai oggetto di un amore soddisfacente. Capita spesso durante il percorso psicoterapeutico, specialmente se ad orientamento psicoanalitico, di arrivare a realizzare che certe letture del comportamento altrui (“si è comportato così solo perché ha un secondo fine; lo avrebbe fatto con chiunque, non era un gesto rivolto specificamente a me; si è sentito in dovere ma non era un movimento autentico di affetto nei miei confronti”, ecc) sono costruzioni, per così dire, preconfezionate della propria mente che non reggono alla prova dei fatti.

Le persone che non hanno conosciuto una sicurezza affettiva nella storia precoce delle loro relazioni, tendono anche, in un capovolgimento di ruoli, a rifiutare o rifuggire a loro volta coloro che pure sono premurosi nei loro confronti. Se la logica relazionale interiorizzata, e che per questo si tende inconsapevolmente a riprodurre, è quella fra uno che desidera amore e uno che lo nega, non cambia molto da che parte ci si ponga in questa dinamica.

Il risvolto tragico di quest’ultima, per cui la profezia del disamore non può che autoavverarsi, è che, sottostante, si annida una spiegazione, più o meno cosciente, coerente con le premesse ma del tutto fuorviata, che conduce ad una mancanza profonda di autostima: “se non sono amato è perché non sono amabile; il difetto sta in me.”

[1] “Il bambino apprende una modalità di connessione, un modo per entrare nella famiglia umana, e queste modalità apprese vengono mantenute con forza disperata per tutta la vita. […] Essere diversi, anche se questo significa aprirsi alla gioia e alla vera intimità con gli altri, significa perdere i legami con gli oggetti interni che hanno fornito un senso duraturo di appartenenza e connessione, anche se mediato dal dolore e dalla desolazione.”, in Mitchell, S.A., Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino, 1993, p. 27

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IL SINTOMO COME UN FILE COMPRESSO

Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle). Sofferenza psichica
Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle), 1930, visibile in Villa Necchi Campiglio, Milano, proprietà FAI, Fondo Ambiente Italiano

A volte i pazienti manifestano il desiderio di liberarsi con urgenza di un sintomo, di evacuarlo, per così dire: chiedono una soluzione veloce e indolore per alleggerirsi dal loro gravame angosciante. Come non comprendere la loro esigenza? Solo, non si tratta di un desiderio realizzabile – tutto qua – non, almeno, con quella modalità.

Mi viene alla mente una metafora: il sintomo come un file compresso che va ri-espanso per ritrovare il senso che contiene. Per decomprimerlo va ri-connesso al proprio mondo interno attraverso la rete associativa di fantasie, emozioni, pensieri, ricordi, immagini di sé e degli altri di cui naturalmente fa parte, con l’aiuto dello psicoterapeuta. Invece di  voler semplicemente cestinare il sintomo nella forma aggrovigliata con la quale si presenta, occorre riappropriarsene come qualcosa che effettivamente appartiene a sé, denso di un senso che va tuttavia sviluppato, da avviluppato che era; come qualcosa che finalmente possa essere narrato, perché non più winzippato, e riconosciuto emergente dalla propria storia di bisogni e relazioni: solo questo percorso consente di svuotare il sintomo della sua carica inquietante e, infine, di eliminarlo.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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TRAUMA RELAZIONALE: UN CASO CLINICO

Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle). Sofferenza psichica
Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle), 1930, visibile in Villa Necchi Campiglio, Milano, proprietà FAI, Fondo Ambiente Italiano

La descrizione del caso è stata appositamente alterata quel tanto necessario a impedire di individuare la paziente; le modifiche non alterano la coerenza psicologica dello stesso e, nella sostanza, rimane invariato l’aspetto esemplificativo della vignetta clinica quanto all’obiettivo dell’articolo.

La vita di X appare inceppata da tempo sostanzialmente in tutti gli ambiti, come se qualcuno avesse azionato il fermoimmagine e questo si fosse poi bloccato. Un lavoro profondamente insoddisfacente in cui è stata via via declassata a mansioni di tipo meramente esecutivo, anche per la sua stessa mancanza di fiducia nella possibilità di assumersi le responsabilità che le erano state inizialmente delegate; un rapporto sentimentale routinario e ormai privo da anni di qualsiasi guizzo o slancio affettivo; pochissime amicizie superficiali; rapporti con la madre, molto anziana e svalutante, improntati alla dedizione assoluta verso le sue esigenze fisiche sempre più pressanti per l’avanzare dell’età e verso le sue pretese “tiranniche” per gli inveterati aspetti caratteriali del genitore, ma anche per il sacrificio di sé che X, fin da quando era bambina, offre in ogni relazione significativa: ecco il susseguirsi dei suoi giorni, uno uguale all’altro.

Se questa è la fotografia della sua vita per così dire esteriore, piatta, monotona e frustrante, la vita interiore di X è, all’opposto, tutta un fermento: X è una persona, infatti, estremamente creativa, curiosa, piena di immaginazione potenzialmente generativa, che però deve assolutamente rimanere confinata nella sua testa, mai essere tradotta in progetti operativi, pena invalidanti sensi di colpa. X prova all’inizio del percorso psicoterapeutico una vergogna indicibile per la sua potenza immaginativa che cerca di soffocare impegnandosi nel mantenimento rigido e ossessivo di un ordine incrollabile nelle proprie giornate. A volte le improvvise emergenze creative che prorompono inaspettate nella sua mente le fanno temere di essere folle, quando sono, invece, la sua parte più vitale e desiderante. Solo gradualmente, man mano che si va creando una solida fiducia fra noi, può raccontarmi questo aspetto vulcanico di sé e lentamente conferirvi valore.

Il fatto è che X doveva nascondere questo lato di sé, dissociarlo, perché nell’infanzia non è mai stato accolto, ma è anzi stato vissuto con fastidio: disordinava la quotidianità come del resto accade per qualsiasi bambino che, venendo al mondo, scompagina l’ordine preesistente. Sono infatti i genitori a dover modificare il loro mondo mentale e concreto per fare spazio al nuovo nascente rappresentato dal figlio; laddove e nella misura in cui non riescono a farlo porteranno il bambino ad “abortire” le parti di sé più innovative e vissute come disturbanti rispetto allo status quo, a dissociarle e viverle a sua volta come inopportune. Se ciò accade in maniera massiva si perviene ad una situazione di blocco evolutivo in cui l’emergente è congelato per evitare il trauma di venire rifiutato nuovamente.

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“PICCOLI” TRAUMI CRESCONO

IL TRAUMA EVOLUTIVO O RELAZIONALE

Adolfo Wildt, Maschera del dolore. Sofferenza psicologica
Adolfo Wildt, Maschera del dolore (Autoritratto), 1909 – Forlì, Musei Civici

Non sempre alla base del malessere psichico è possibile rintracciare un singolo evento traumatico chiaramente identificabile (e anche quando c’è, ciò che rileva è soprattutto il come e con l’appoggio di chi è stato possibile affrontarlo e rielaborarlo). Nella mia esperienza di psicoanalista, a volte, se non spesso, le persone che mi consultano palesano anche imbarazzo per il fatto di non sapersi giustificare il malessere per il quale sono approdate nella mia stanza d’analisi: in fondo – pensano – non manca loro nulla di tanto rilevante e la vita non appare poi così dissimile esternamente da quella di molti altri più sereni di loro. Hanno avuto una famiglia tutto sommato “normale”, non sono stati abusati o maltrattati e sono fisicamente sani. E allora come spiegarsi la depressione o gli attacchi di panico o la difficoltà a costruire buone relazioni o qualsiasi altra sintomatologia? Si sentono, in definitiva, intrinsecamente dei deboli e provano una profonda vergogna per la propria condizione psichica.

Il fatto è che esistono traumi di altro genere, meno circoscrivibili e chiaramente individuabili, ma non per questo meno efficaci nel produrre malessere.

“Il potere più grande che i genitori hanno sui loro figli non deriva tanto da ciò che dicono al bambino di fare, quanto piuttosto dal fatto di “mostrargli” chi egli sia; ciò significa che, relazionandosi al bambino come fosse “così e così”, ignorando gli altri suoi aspetti come se non esistessero, i genitori “disconfermano” […] l’esistenza relazionale degli aspetti del Sè del bambino che stanno ignorando. Questa disconferma, essendo non negoziabile su un piano relazionale, è traumatica per definizione ed è intrinseca all’esistenza di un trauma evolutivo (relazionale). Tale trauma è tipicamente cumulativo.” [1]

Gli aspetti di sé sistematicamente disconfermati, soprattutto se si manifestano in momenti a forte carica affettiva, verranno vissuti con vergogna dal bambino, il quale crescerà non potendo più credere nella realtà della propria esperienza soggettiva; ciò creerà anche confusione e senso di disvalore di sé (non diversamente, del resto, da come verrà poi vissuto con disvalore il fatto in se stesso di stare male, di soffrire), e gli aspetti rifiutati, disconosciuti, verranno dissociati, sentiti quindi come “non me”, come se non gli appartenessero. Sarà così compromessa la capacità del bambino “di elaborare cognitivamente i propri stati mentali carichi di significati affettivi in un contesto interpersonale – di riflettere su di essi, tollerarli come stati di conflitto intrapsichico e quindi riconoscerli come “me””  [2]. Il bambino, e poi l’adulto, cioè, non potrà autorizzarsi da sé a riconoscere e a far valere le istanze affettive connesse a quegli stati mentali rifiutati e dissociati e ciò genererà sofferenza, a volte fino al limite della depersonalizzazione o dell’annichilamento [3].

In qualche misura, tutti abbiamo fatto esperienza del trauma relazionale. Ma è appunto una questione di misura, che non sempre è apprezzabile dalla persona stessa in autonomia. Si potrebbe dire, in altre parole, che ci ammaliamo della nostra stessa normalità: immersi come siamo in essa, non siamo più in grado di vederla e valutarla, fino a che non possiamo confrontarla con un altro punto di vista o un’altra esperienza. Come avviene in un percorso psicoterapeutico ad orientamento psicoanalitico.

[1] Bromberg, Destare il sognatore, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009, pag. 7

[2] Ivi, p. 147

[3] Bromberg, L’ombra dello tsunami, Raffaello Cortina Editore, 2012, Milano, p. 23.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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