UN DISTURBO SESSUALE MOLTO FREQUENTE: LA EIACULAZIONE PRECOCE

 

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Antonio Canova, Amore e Psiche, 1788-1793, Museo del Louvre

 

La eiaculazione precoce è un disturbo sessuale piuttosto frequente che può creare notevole sofferenza psicologica e relazionale, individuale e di coppia.

Anche se nel nome vi è una inequivocabile indicazione temporale (“precoce”), si è ampiamente discusso su come il disturbo vada esattamente definito. Poiché è difficile pervenire ad una quantificazione del tempo, considerato insufficiente, che intercorre fra la penetrazione e l’orgasmo, si ricorre, per lo più, al criterio della presenza o assenza nell’uomo del controllo volontario sulla eiaculazione; a volte si fa riferimento anche alla soddisfazione sessuale della partner grazie alla possibilità di tale controllo [1], introducendo così un elemento strettamente relazionale nella stessa definizione. Non a caso, l’attenzione alla eiaculazione precoce è relativamente recente e legata anche al diverso modo di concepire la sessualità femminile rispetto al passato e all’importanza che oggi si attribuisce al piacere sessuale della donna non meno che dell’uomo.

Ovviamente, una mancanza di controllo occasionale o alle primissime esperienze sessuali non è sufficiente per parlare di eiaculazione precoce in termini di disturbo acclarato. Inoltre, bisogna considerare che la insoddisfazione sessuale della partner può dipendere, a sua volta, da problematiche specifiche della stessa, come per esempio la dispareunia o il vaginismo o l’anorgasmia.

Le cause dell’eiaculazione precoce possono essere di origine sia organica che psicologica. Occorre primariamente escludere ogni possibile causa organica e solo in seguito rivolgersi ad uno psicologo per un percorso psicoterapeutico, che potrà, a seconda dei casi, essere individuale o di coppia.

Dal punto di vista psicologico, è impossibile individuare in astratto la motivazione del disturbo per ogni singolo paziente. Occorre ricostruire con questi la storia e le caratteristiche del sintomo: è evidentemente differente il caso in cui esso si presenta regolarmente, in tutte le sue relazioni sessuali, da quello in cui è insorto e si è manifestato solo in una specifica relazione, o, ancora, da quello in cui si è verificato solo da un certo punto in poi della sua vita sessuale; è importante anche comprendere se i tempi di latenza fra l’inizio della stimolazione e l’eiaculazione durante la masturbazione siano o no nettamente più lunghi di quelli fra l’inizio delle spinte del coito e l’eiaculazione. Nel primo caso sembrerebbe, infatti, che sia il sostare dentro il corpo della donna a creare problemi.

Tutte le predette distinzioni sono importanti da compiere per comprendere se si tratti, per ogni singolo paziente, di problematiche legate ad una specifica relazione di coppia o al rapporto con la figura femminile in generale, così come interiorizzata, o al modo di vivere la sessualità e il piacere o a un evento traumatico. Rimando comunque all’articolo La sessualità come specchio delle nostre dinamiche relazionali nella categoria del blog Sessualità e disturbi sessuali per comprendere come i disagi che si manifestano nell’ambito della sessualità vadano letti all’interno di una visione relazionale.

A queste eventuali problematiche di fondo di cui sopra è inevitabile che poi si aggiunga l’ansia anticipatoria, cioè l’ansia di incorrere ancora una volta, ad ogni nuovo rapporto sessuale, nella frustrazione derivante dal sintomo stesso, che, circolarmente, non fa che ampliarlo, fino, a volte, a condurre a preferire astenersi dalla sessualità che rischiare di “fallire”.

È importante la reazione manifestata dalla partner che può ingigantire o aiutare a sdrammatizzare il senso di fallimento e di vergogna associato al sintomo. Ma è anche evidente che è possibile venire a capo dello stesso solo se nell’uomo non si instaura un atteggiamento di negazione del problema, magari anche solo per vergogna. Non c’è alcuna colpa nelle proprie sintomatologie e vulnerabilità, e prendersi cura delle stesse chiedendo aiuto non solo è un modo di prendersi cura di sé, ma è anche un segno di forza.

[1] Per i sessuologi pionieri della disciplina Master e Johnson (1970) si trattava della incapacità dell’uomo di inibire l’eiaculazione abbastanza a lungo da consentire alla propia partner di raggiungere l’orgasmo nel 50% dei rapporti; per Helen Singer Kaplan della assenza di controllo volontario dell’eiaculazione, per il DMS-III R (l987), della: “persistente o ricorrente eiaculazione con minima stimolazione sessuale prima, durante o subito dopo la penetrazione e prima che la persona lo desideri”.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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L’URGENZA SESSUALE DEGLI UOMINI

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Molti uomini rappresentano il proprio genere di appartenenza come caratterizzato da una urgenza sessuale costitutiva, da impulsi sessuali impellenti e incoercibili. Come si trattasse solo di una questione meramente fisica, di natura organica: l’uomo deve liberarsi della pressione del liquido seminale, deve in un modo o nell’altro “sfogarsi”. È una questione di natura – dicono. Ma anche molte donne concepiscono la sessualità maschile in tal guisa, mentre attribuiscono a sé una sessualità di minor intensità e alla quale, comunque, si può più facilmente rinunciare. Del resto non hanno un liquido seminale da evacuare, loro.

Ho sentito uomini quasi vergognarsi, o vergognarsi francamente, quando non hanno avvertito in sé quella urgenza e donne disprezzare gli uomini che si sottraevano alle loro profferte sessuali appellandoli “gay” (dimostrando così un doppio pregiudizio), come se un uomo, che fosse davvero tale – questo il senso del loro dire – non potesse che eccitarsi di fronte ad una qualsiasi occasione che gli si propone di fare del sesso. E non si creda che questo accada necessariamente fra persone culturalmente “rozze”.

Persino in ambito scientifico, come ci segnala l’interessante articolo Uomini promiscui, donne caste e altre leggende sui generi di Cordelia Fine e Mark A. Elgar nel numero attuale de Le scienze [1], si è ritenuto a lungo che si potesse spiegare la differenza nei comportamenti sessuali fra maschi e femmine, ritenuti più promiscui i primi e più “caste” le seconde, in termini strettamente evolutivi, legittimando così la naturalità di questa differenza, fino alle ricerche più recenti che hanno ribaltato molti presupposti di tale visione. [2]

Personalmente credo che un rapporto fra i sessi basato su maggior reciprocità e rispetto di quello tuttora esistente nella società passi attraverso un cambiamento non solo nel modo di concepire le donne, ma anche gli stessi uomini, da parte di tutti. Gli uomini dovrebbero, a mio avviso, ribellarsi di fronte ad una immagine così squalificante di sé, che li priva della possibilità, almeno nelle aspettative diffuse, di scegliere e di esprimere la loro soggettività oltre ogni meccanicismo “animalesco” (che poi, anche il mondo animale si presenta molto più complesso dal punto di vista sessuale di quanto risulti da  questo stereotipo di genere: si veda la nota 2).

Sappiamo, fra l’altro, quanta pressione le aspettative sociali producono sulla mente e i comportamenti delle persone, in un circolo vizioso!

[1] Le scienze, novembre 2017, numero speciale: La nuova scienza di sesso e genere, pp. 37-41

[2] In questo articolo emerge che, secondo la teoria più tradizionale, la selezione sessuale (che, come quella naturale, fa sì che alcun individui abbiano più successo di altri) agirebbe con più forza nei maschi che nelle femmine, rendendo i primi più competitivi sessualmente. Ciò dipenderebbe dal fatto che vi sarebbe un’asimmetria fra i sessi nell’investimento sulla riproduzione, poiché le femmine investirebbero di più dei compagni: lo si desumerebbe sia dalla differenza dei gameti, “l’ovulo [é] grande e grosso invece dello spermatozoo piccolo ed esile” (ivi, p. 39), sia dall’impegno nella gestazione, e nell’allattamento nei mammiferi, e nella protezione. “Così, proprio come un consumatore sceglie un’automobile con molta più cura rispetto a un piccolo oggetto economico usa e getta, secondo la teoria di Trivers il sesso che investe di più – in genere quello femminile – per accoppiarsi accetta solo il miglior partner possibile. E qui sta il bello: il sesso che investe di meno – di solito quello maschile – ha comportamenti che, idealmente, distribuiscono il più possibile seme abbondante e poco costoso”. (ivi, p. 39) Tuttavia, negli ultimi decenni, sarebbe emerso che la natura “dimostra di non essere per niente semplice e chiara come indicherebbe questa linea di ragionamento, nemmeno per gli animali non umani”, dove in molte specie “una quota rilevante di femmine […] non riesce a riprodursi. E non è detto che la promiscuità maschile sia la norma” (ivi, p. 39). Figuriamoci nella nostra specie dove la faccenda è resa ancora più complessa dalla inefficienza dell’attività sessuale (poiché il coito non è coordinato con l’attività ormonale, come avviene in altre specie per far sì che il sesso sia finalizzato alla riproduzione) e dagli aspetti ambientali e culturali. “Anche se sicuramente il sesso influisce sul cervello, questa argomentazione non tiene conto di una tesi sempre più dimostrata nella biologia evolutiva: la prole non eredita solo i geni, ma anche un particolare ambiente sociale ed ecologico che può svolgere un ruolo determinante nell’espressione dei tratti adattivi”. (ivi, p.41)

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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LA DONNA-MADRE VERSUS LA DONNA-EROTICA

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Antonio Canova, Amore e Psiche, 1788-1793, Museo del Louvre

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A volte, per alcuni uomini, la compagna/moglie che diviene madre perde di erotismo ai loro occhi. Ma questo può capitare anche se non diviene madre, soprattutto quando nel corso del rapporto di coppia il ruolo della donna viene caricato di funzioni vissute come “materne” nei propri confronti a cui corrispondono immagini di sé infantilizzate.

La contrapposizione fra la donna madre, pura e immacolata, e la donna desiderata sessualmente, amante o prostituta che sia, al di fuori della coppia ufficiale e, a volte,  stereotipata nell’immaginario, segna la vita amorosa di alcuni uomini. A volte, ancora, la sessualità è vissuta come troppo violenta o sporca per poter essere condivisa con la compagna-madre.

Quando questa contrapposizione non regge più perché un rapporto importante, con l’amante o con la compagna, la mette in crisi, l’uomo chiede di poter accedere ad un percorso psicoterapeutico o psicoanalitico.

Per gli uomini eterosessuali, è complesso il percorso che porta loro ad individuarsi come persone adulte separandosi dalla madre per poi ritrovare nuovamente una persona di sesso femminile come oggetto amoroso.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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DISTURBI DEL DESIDERIO SESSUALE: L’IMPOTENZA PSICHICA

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Antonio Canova, Amore e Psiche, 1788-1793, Museo del Louvre

 

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È un’esperienza piuttosto diffusa quella che vede l’amore in conflitto con il desiderio sessuale: quante persone potrebbero infatti raccontare come il loro amore abbia finito a lungo andare col suscitare solo un blando desiderio, se non addirittura con l’infliggergli presto o tardi il colpo di grazia, salvo, poi, come quel desiderio, morto e sepolto, sia resuscitato intatto e vivo in rapporti occasionali o privi di un’affettività coinvolgente o nei confronti di persone inaccessibili?

Freud parlava di impotenza psichica per riferirsi a “una limitazione della capacità di desiderare e sostenere il desiderio” [1] nell’ambito di una esperienza d’amore, e vedeva in essa il “male” a causa del quale si ricorreva alla cura psicoanalitica con maggior frequenza. E benché il pensiero di Freud si inserisse all’interno di un preciso quadro sociologico e si riferisse, coerentemente con la sua epoca, solo alle persone di sesso maschile, possiamo affermare che tutt’oggi, sia in molti uomini sia in molte donne, un amore carico di sentimento e affetto risulta dissociato dal desiderio appassionato.

Potremmo chiederci cosa nelle relazioni d’amore stabili si ponga contro il desiderio, se sia inevitabile che in esse si instauri quella abitudine che sicuramente è la morte dell’eros.

Che la sessualità sia di per sé dirompente, eversiva e una minaccia all’ordine costituito lo si vede bene nelle opere letterarie come nella realtà. Potremmo citare fra le prime, una per tutte, 1984 di George Orwell, dove il sesso permette di sfuggire al Grande Fratello e di combatterlo: “Il loro amplesso era stato una battaglia, l’orgasmo una vittoria. Era un colpo inferto al Partito. Era un atto politico.” [2]. Ma lo si è visto anche nel movimento sessantottino, appunto nella cosiddetta rivoluzione sessuale, nonché nel fatto che la regolamentazione della sessualità ritenuta lecita e la censura del desiderio siano sempre stati un modo di controllare le coscienze, ampiamente usato per esempio dalla Chiesa, ma non solo, e rivolto di solito in modo ancora più stringente nei confronti delle donne.

L’eccitazione sessuale non può essere né voluta né controllata dalla volontà, è priva di regole e imprevedibile. Il sesso, inoltre, implica il superamento di confini, tanto fisici quanto identitari, comporta infatti un abbandonarsi temporaneamente all’altro: tutto ciò lo carica senz’altro di una dose di rischio che è al contempo attraente e minaccioso.

In contrapposizione all’anarchia e all’avventurosità del desiderio che oltrepassa i limiti, si pone negli esseri umani il bisogno altrettanto significativo di legami sicuri, stabili, affidabili. È in questa antitesi fra il bisogno da un lato del familiare e del prevedibile, dall’altro dell’ignoto e del misterioso, che si insinua il pericolo della impotenza psichica come scissione che difende dal conflitto di bisogni in urto fra loro.

Come ci suggerisce lo psicoanalista Mitchell, è il bisogno di sicurezza che rischia di farci sovrastimare l’affidabilità di una relazione e di indurci a pensare che non ci sia più nulla di sconosciuto nel partner di sempre, perché tenere viva la curiosità nei suoi confronti e il senso di avventura inoculerebbero anche un vissuto di precarietà in quella relazione in cui vorremmo invece sentirci a casa, una casa con le porte blindate, ma così blindate da divenire impenetrabile al nuovo. Il senso di stabilità di una relazione d’amore si fonda per lo più su di una illusione e una collusione delle parti che ha come prezzo il bandire il desiderio. Ma altrettanto illusorio è anche il desiderio di ciò che appare inaccessibile. “Desiderare gli oggetti che non sono disponibili significa segregare il desiderio in un ambito nel quale il suo destino è già determinato. L’amore non corrisposto è doloroso ma sicuro. Viceversa, il senso di sicurezza, possesso e proprietà che spesso si sviluppa nelle relazioni stabili è in parte un espediente basato su fantasie di durata”. [3]

È possibile eludere questa illusorietà nelle relazioni e coniugare amore e desiderio? Una via d’uscita è nel poter tollerare un certo livello di insicurezza che implica il non dare per scontato l’altro. Ma ovviamente ciò è possibile quando nella storia dei propri legami originari di attaccamento non si è sperimentata troppa precarietà, quando i vissuti abbandonici non sono soverchianti o quando si è fatta esperienza della possibilità di affidarsi all’altro da cui si dipendeva senza venire traditi nella fiducia o manipolati. Altrimenti un percorso psicoanalitico che permetta di trascendere le proprie matrici relazionali per non ripetere continuamente le esperienze precoci, può aiutare a venire a capo dell’impotenza psichica.

[1] Mitchell, S., L’amore può durare? Il destino dell’amore romantico, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2003, p.13. Più specificamente nel 1912, nel secondo contributo della Psicologia della vita amorosa, e cioè in Sulla più comune degradazione della vita amorosa, Freud affermava: “Non possiamo sottrarci alla conclusione che oggi il comportamento amoroso dell’uomo, del nostro mondo civile, è improntato a impotenza psichica. Solo in una minoranza delle persone colte la corrente di tenerezza e quella sensuale si armonizzano reciprocamente; quasi sempre, nella attività sessuale, l’uomo si sente limitato dal rispetto per la donna e sviluppa la sua piena potenza solo quando ha dinanzi a sé un oggetto sessuale degradato.”

 [2] Orwell, G., 1984, Oscar Mondadori, Milano, 2012, p.132.

[3] Mitchell, S., cit. p. 21.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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LA SESSUALITÀ COME SPECCHIO DELLE NOSTRE DINAMICHE RELAZIONALI

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Antonio Canova, Amore e Psiche, 1788-1793, Museo del Louvre

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La sessualità non ha per nulla perso di importanza “come potente organizzatore dell’esperienza” [1] fra quegli psicoanalisti, come gli psicoanalisti relazionali, che non ritengono che la mente umana sia forgiata dalle vicissitudini delle pulsioni sessuali quali spinte meramente endogene, come a suo tempo fecero Freud e poi gli psicoanalisti ortodossi, ma che piuttosto essa si forgi nel crogiolo delle relazioni significative.

Il fatto che la sessualità implichi l’esperienza del corpo in relazione a quello di un altro la connette prepotentemente al bagaglio di tutte le nostre esperienze relazionali mediate dal corpo e quindi senz’altro a quelle più primitive. Quando siamo venuti al mondo (ma anche l’esperienza prenatale deve aver avuto una sua significatività ancora troppo poco esplorabile) ci siamo rapportati ad esso e agli altri attraverso il corpo: tutto era per noi percezione di stimoli interni ed esterni a cui non eravamo originariamente in grado di donare ancora un senso e solo grazie all’intervento dell’adulto che si è preso cura di noi abbiamo potuto mettere in relazione certi stimoli con ciò che ora chiamiamo fame e con il seno che lo calmava, ciò che ora chiamiamo sonno con le braccia cullanti della mamma, ecc.; insomma abbiamo potuto mettere in relazione il nostro mondo interno di percezioni e di emozioni di disagio o di conforto/piacere col mondo esterno di oggetti e persone gravidi di significati. Ogni rimedio che veniva offerto alle nostre sensazioni sgradevoli di freddo, fame, sonno, ecc. poteva avere di volta in volta una sua qualità in grado di calmarci e rasserenarci o lasciarci più o meno inquieti, insoddisfatti, spaventati. Il modo in cui siamo stati tenuti in braccio, allattati, cambiati, manipolati, e il modo e il tempo in cui i nostri bisogni corporali sono stati accolti o non accolti da chi ci accudiva – in modo cioè amorevole, meccanico, indifferente, angosciato, aggressivo, preoccupato, imprevedibile, ecc, o lo specifico dosaggio di questi sentimenti che ciascuno di noi ha conosciuto – ha costituito il paradigma su cui abbiamo costruito le successive esperienze psicologiche: ci ha indicato quali bisogni erano degni di attenzione e leciti, quali avremmo poi dovuto censurare o di cui vergognarci, quanta fiducia avremmo potuto riporre nella premura e presenza sollecita degli altri, di quali strategie relazionali avremmo dovuto avvalerci per ottenere udienza, quanto potere la nostra voce avrebbe avuto nel procurarci l’accesso all’altro e la sua disponibilità. E ovviamente anche le esperienze successive hanno continuato a modulare il nostro modo di rappresentarci chi è oggetto dei nostri desideri, le nostre aspettative, la consapevolezza stessa dei nostri bisogni.

Il fatto, ancora, che “la sessualità implichi una compenetrazione di corpi e di bisogni rende le sue infinite variazioni strumenti ideali per rappresentare i desideri, i conflitti e le trattative nelle relazioni con gli altri. […] Le sensazioni corporee e i piaceri sensuali delimitano la pelle, il profilo, i confini dell’individuo; e la dialettica dell’intimità fisica e sessuale ci colloca in una certa posizione rispetto all’altro: sopra, sotto, dentro, contro, intorno, in posizione di controllo, di resa, di adorazione, di rapimento e così via. […] La sessualità assume tutta l’intensità delle battaglie appassionate che si combattono per stabilire un contatto, per formare dei legami, per sconfiggere l’isolamento e l’esclusione.” [2]

Ma se la sessualità è profondamente intrisa delle esperienze relazionali fatte e, circolarmente, modella le esperienze di intimità, ecco che i disturbi nella sfera sessuale vanno trattati come fatti intrinsecamente relazionali, che mettono in scena alcune delle configurazioni relazionali della persona [3] e non come qualcosa con uno statuto a sé stante. E ciò vale ovviamente anche con riguardo a quelle persone che conducono una vita così detta normale in ogni ambito e solo nelle condotte sessuali manifestano una sintomatologia vissuta lungamente in segreto e come un insopportabile fardello.

[1] Mitchell, S., Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi, Bollati Boringhieri, pp. 96-97

[2]Ivi, ancora, p. 98: “Khan (1979) fa notare che il termine intimacy si comprende meglio se si prende in considerazione la sua forma verbale, to intimate, che è definita dallo Oxford English Dictionary come <<mettere dentro, spingere dentro, rendere noto>>. Il linguaggio riflette un senso di interiorità: uno iato o uno spazio tra sé e l’altro che si tenta e si desidera di superare.”

[3]Con questo non si vuol negare il substrato biologico della sessualità, ma non diversamente da come esso esiste anche nella fame: e come la fame può venire rappresentata mentalmente in infiniti modi a seconda della cultura di appartenenza e venir diversamente gestita in ragione degli equilibri psichici e relazionali di ciascuno – basti por mente alla anoressia mentale o alla bulimia o alla ortoressia, nuova compulsione di questi tempi – similmente gli ormoni sessuali che controllano l’eccitabilità non sono in grado di dare conto da soli degli infiniti modi di esplicarsi della sessualità umana.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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ANCORA A PROPOSITO DI AMORE E ODIO NELLE RELAZIONI DI COPPIA

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“Siccome l’amore romantico [1] genera speranza, desiderio e dipendenza, e siccome la speranza, il desiderio e la dipendenza espongono spesso al rischio dell’umiliazione, l’amore è necessariamente pericoloso. L’aggressività è l’ombra dell’amore, un accompagnamento inestricabile e una costituente necessaria della passione romantica. Il degradarsi degli amori romantici non è dovuto alla contaminazione dell’aggressività, ma all’incapacità di sostenere la necessaria tensione fra questi due sentimenti. Poiché l’efficacia dell’aggressività è direttamente proporzionale a quanto si sa del suo bersaglio, l’aggressività è molto più pericolosa nelle relazioni d’amore stabili che non in quelle temporanee che si stabiliscono con estranei; la capacità di amare per molto tempo una stessa persona implica la capacità di tollerare e riparare l’odio.”

S. Mitchell, L’amore può durare? Il destino dell’amore romantico, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2003, p. 105

Uno dei modi per difendersi in anticipo dal senso di vulnerabilità e quindi dalla paura dell’aggressività distruttiva che creano il desiderio e la dipendenza è quello di dissociare l’amore e il desiderio, il senso di sicurezza e di stabilità di una relazione, da un lato, e di eccitazione erotica, dall’altro. Classica è la dicotomia di cui soffrono molti uomini fra l’immagine della moglie/Madonna e dell’amante/puttana. Mitchell in proposito ci aggiorna: “Oggi molti uomini lottano contro una versione modificata del complesso Madonna/puttana, un tema dominante tra i gentleman vittoriani  dei tempi di Freud [2]. Ora si presenta spesso non più in termini di Madonna santa contro puttana degenerata, ma in termini di donne più rispettabili contro donne che si concedono più facilmente, o di donne conosciute di cui ci si può fidare contro donne anonime e sconosciute che sono pronte  a qualsiasi avventura. Allo stesso modo, molte donne di oggi sono perennemente lacerate tra l’amore per gli uomini che credono “carini” o “buoni”, affidabili, responsabili, e il desiderio per gli uomini che reputano eccitanti, impulsivi e almeno un po’ pericolosi.”.

Ivi, pp. 13-14

Un altro dei modi di dissociare affetto ed eccitazione erotica è quello di cui si incaricano spesso i disturbi sessuali.

[1] Lo psicoanalista relazionale Stephen Mitchell, uno dei miei preferiti, con l’espressione “amore romantico” si riferisce a quella particolare esperienza dell’amore, niente affatto semplice da mantenere a lungo in vita – e a questo appunto è dedicato il libro citato – che “ha […] bisogno tanto dell’amore quanto del desiderio, perché emerge nella tensione generata dalla simultaneità di amore e desiderio. L’amore privo di desiderio può essere tenero, intimo e sicuro, ma non contiene l’avventura, la tensione e il senso di rischio di un’elevata posta in gioco che rende profonda una passione romantica.” (Ivi, p. 13). L’autore precisa come l’amore romantico non appartenga né ad ogni cultura né sia sempre stato presente in quella occidentale: “Sebbene anche nell’antichità si trovino esempi di passione romantica, alcuni storici fanno risalire la nascita dell’amore romantico come potenziale universale e genere letterario all’istituzione dell'”amore cortese”, nel tardo Medioevo, in coincidenza con la prima formazione di quella che sarebbe divenuta la nozione moderna di un sé personale.” (Ivi, p. 17)

[2] Mi permetto di affermare che tale complesso non si è affatto del tutto convertito ma è ancora presente in certi uomini anche qui in Italia, a volte solo maldestramente mascherato per supino accomodamento al diffusamente richiesto atteggiamento politically correct nei confronti delle donne.

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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