DOPO LA SEPARAZIONE: QUANDO I FIGLI NON RACCONTANO NULLA A UN GENITORE DI CIÒ CHE ACCADE MENTRE SONO PRESSO L’ALTRO

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Separarsi

Quando ho a che fare con genitori separati che mi chiedono aiuto nella gestione dei figli e nel superamento delle difficoltà che insorgono dopo la separazione, mi informo, fra le altre cose, se i bambini raccontano o meno spontaneamente ciò che fanno quando sono con l’altro genitore, poiché, quando non raccontano nulla, lo prendo come un campanello d’allarme, come qualcosa su cui soffermarsi e interrogarsi.

Sarà forse perché sono preoccupati di ferire papà o mamma se invece raccontano che si sono divertiti e sono stati bene nell’altra casa? O sarà perché temono di aumentare la conflittualità dei genitori se raccontano che hanno fatto qualcosa che potrebbe suscitare dispetto in uno di loro tanto da dare adito a nuovi litigi? Sarà perché sanno che mamma o papà soffrono tanto quando loro non ci sono e non vogliono con i racconti ricordare la loro assenza?

Anche il comportamento del genitore è ovviamente importante: se appena i figli tornano presso di lui questi li bombarda di domande quasi si trattasse di un interrogatorio, i bambini si sentiranno a disagio, come se il loro comportamento o quello dell’altro genitore fosse oggetto di controllo e di giudizio, più che di interesse autentico. Del resto, se anche solo pensiamo ad una situazione ben più ordinaria come quella dei bambini che escono da scuola, possiamo constatare – ed è esperienza assai comune  – come essi diventino reticenti, telegrafici, laconici, se si chiede loro, appunto appena usciti, cosa hanno fatto e che voti hanno preso. Se invece li si accoglie senza richieste puntuali se non quella di sapere come stanno e si permette loro di decantare la giornata a scuola, piano piano, secondo i loro ritmi, racconteranno spontaneamente ciò che li ha colpiti e che per loro è stato significativo, purché ovviamente trovino qualcuno curioso di ascoltare le loro esperienze e non solo pronto a valutarne le prestazioni.

Ma anche il genitore che proprio non sembra interessarsi a come sono stati i figli nell’altra casa e a cosa hanno fatto, che non chiede mai nulla in proposito o che quando i figli incominciano a raccontare sono palesemente infastiditi o fanno cadere il discorso, quasi a negare la relazione con l’altro genitore, darà ai bambini un messaggio implicito che si tratta di un argomento tabù.

E perché è opportuno evitare argomenti tabù? Perché gli argomenti tabù sono l’effetto e la causa insieme di una impossibilità di tenere contemporaneamente nella mente configurazioni diverse di pensieri ed emozioni, configurazioni relazionali diverse, come in questo caso. I bambini saranno portati infatti a sentire che non possono vivere contemporaneamente con serenità i sentimenti e le rappresentazioni suscitati dal rapporto con ciascun genitore; sentiranno che è in qualche modo proibito provare emozioni relative all’altro genitore mentre sono con l’uno; scinderanno il loro mondo relazionale che non rappresenta però solo il rapporto con il mondo esterno, ma che, trattandosi niente di meno che del rapporto con i genitori, struttura nel profondo la loro stessa personalità che ne uscirà conseguentemente scissa e non integrata.

Come per ogni altro aspetto nella relazione con i figli, non è immediato né scontato trovare da genitori il comportamento migliore, è anzi facile sbagliare anche senza volerlo, anche perché a ridosso di una separazione le emozioni dolorose e/o di rabbia possono essere ancora molto forti e non lasciare abbastanza spazio mentale all’accoglimento e al sostegno delle emozioni dei figli. Ogni storia familiare e relazionale, poi, è a sé e va compresa nella sua specificità.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

http://www.psicoterapia-milano.eu

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SE CI SI SEPARA QUANDO I FIGLI SONO ANCORA PICCOLI

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Separarsi

Se ci si separa quando il figlio è ancora piccolo è molto probabile che nel passaggio da mamma a papà, o viceversa, il bambino manifesti reazioni particolari. Tipicamente accade che egli fatichi a separarsi dal genitore con cui è fisicamente in quel momento, che si tratti di colui con cui vive più stabilmente o al contrario di quello che vede solo qualche giorno alla settimana; a volte il bambino esprime addirittura rabbia non solo nel lasciare il genitore, ma anche nel ritornare da lui. Sembrerebbe un comportamento contraddittorio, ma se ne esploriamo i significati psicologici non lo è. Capita anche che il bambino dica esplicitamente che non vuole andare con l’altro genitore o che al momento di andare faccia i “capricci”.

Madre e padre tendono spesso a sbattersi reciprocamente in faccia questi comportamenti come fossero il segno di una difficoltà, se non di un vero e proprio rifiuto, del figlio a stare con il genitore verso cui esprime rabbia o con quello dal quale pare non aver voglia di andare, ma bisogna essere molto cauti nel trarre simili conclusioni affrettate che spesso hanno il sapore di una strumentalizzazione dei figli nel conflitto ancora aperto con il marito/la moglie da cui ci si è separati.

Se ci immedesimiamo nel bambino, possiamo comprendere come salutare un genitore per andare con l’altro rappresenti ogni volta un passaggio di stato significativo, per quanto duri poco nel tempo. Basta pensare a come sia normalmente difficile per un bimbo anche solo interrompere il gioco in cui è immerso per dedicarsi ad un diversa attività che gli viene proposta e che comunque gli piace, come andare ai giardinetti, fare un bagno caldo con la schiuma e le paperelle, o quant’altro, per comprendere come andare dal papà quando è con la mamma o viceversa rappresenti per lui un cambiamento molto più oneroso che fatica ad affrontare. Esso implica fra l’altro perdere, seppure temporaneamente, il genitore con cui è in quel momento: internamente può assumere la valenza di un abbandono.

La funzione tempo, il potersi cioè prefigurare mentalmente la durata di una certa condizione e il pensare al dopo, è una funzione che si acquisisce, non è innata. Il bambino piccolo vive nell’immediato presente, non riesce a immaginarsi nel futuro. Se il bambino è al di sotto dei tre anni di età è probabile che non abbia ancora acquisito pienamente quella che si chiama in psicoanalisi la costanza dell’oggetto, ovvero la capacità di immaginarsi esistente la persona che non vede in quel momento. Pensiamo anche solo alla difficoltà dei bambini ad addormentarsi da soli, hanno bisogno dell’accompagnamento della mamma o del papà che li rassicuri testimoniando con la loro presenza che tutti continuano ad esistere, genitori e bambino stesso, anche se chiudono gli occhi e si “assentano” nel sonno.

Il passaggio da un genitore all’altro vuol dire di fatto cambiare registro relazionale, poiché il tipo di relazione con la mamma sarà sicuramente differente da quello con il papà, non necessariamente migliore o peggiore, ma diverso, perché ogni persona ha un suo stile relazionale e interpreta a suo modo la condizione di genitore. Il bambino è quindi chiamato ad adattarsi in maniera meno fluida, se non francamente brusca, a un altra modalità di stare con lui, molto più di quanto non avvenga quando i genitori si alternano momentaneamente nel suo accudimento mentre convivono. Anche il cambio di ambiente fisico – la casa – che il bambino deve sperimentare dopo la separazione ha il potere di sottolineare la diversità di ambiente relazionale.

Ci vorrà dunque del tempo affinché un bimbo di genitori separati, a forza di andare e tornare dalla mamma e dal papà, riesca a essere sereno ogni volta che saluta l’uno o l’altro, perché sicuro del fatto che non perderà definitivamente nessuno, che ritroverà il genitore che lascia di volta in volta in quanto non solo questi sopravvive all’assenza ma  viene anche “portato dentro di sé  e con sé”.

Agli aspetti specificamente cognitivi si intersecano quelli emotivi. Se sia papà sia mamma sapranno aiutare il proprio figlio nel passaggio all’altro genitore, incoraggiandolo e mostrandoglielo come una bella prospettiva, il bambino farà meno fatica. In questa loro funzione di sostegno, è importante che curino i rituali nel passaggio che hanno la funzione di facilitare psicologicamente l’ingresso nell'”altra dimensione”, quella connessa al mondo dell’altro genitore. I rituali costituiscono, per così dire, un ponte simbolico, un momento transizionale, fra il prima e il dopo, fra madre e padre. Anche degli oggetti che viaggino insieme al bambino dalla casa della madre a quella del padre e viceversa (un peluche o una qualsiasi altra cosa che abbia un valore affettivo per lui) possono aiutarlo a transitare da una relazione all’altra.

Una madre che si era rivolta a me per un sostegno alla genitorialità subito dopo la separazione aveva inventato una sorta di formula magica da dire insieme alla figlia di cinque anni: dopo averla pronunciata la madre in carne e ossa spariva (si nascondeva abilmente) per entrare invisibile in una tasca speciale, come una sorta di marsupio interno, dentro il petto della sua bambina così da non abbandonarla mai.

Le specifiche sfumature emotive che il passaggio da un genitore all’altro assume dipenderanno ovviamente da ogni specifico bambino e dalla sua storia, nonché dalla storia della separazione dei suoi genitori. Più è conflittuale il rapporto fra papà e mamma più il bambino soffrirà i passaggi perché temerà di ferire il genitore che lascia e di tradirlo, vivrà quello che viene chiamato un conflitto di lealtà. Ma anche se uno dei genitori è eccessivamente sofferente per la separazione e vive il figlio come la propria unica risorsa affettiva e consolatoria, rischierà di trasmettere la propria vulnerabilità al bambino il quale inconsapevolmente sentirà di doversene fare carico in una inversione di ruoli. È consigliabile in questi casi chiedere un aiuto psicologico.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

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SEPARARSI IN MODO COLLABORATIVO

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Separarsi

Photo by Annarita Migliaccio

Separarsi è di per sé doloroso, persino quando si è il partner che ha deciso di farlo.

Vuol dire, infatti, comunque chiudere con un progetto di vita; vuol dire attraversare un periodo di lutto e di relativa elaborazione rispetto ad un legame su cui si è investito almeno fino a quel momento; vuol dire affrontare l’incertezza del dopo; vuol dire spesso incominciare ad esprimere aspetti inediti di sé che non sono ancora consolidati e che, come tutte le cose nuove, un po’ disorientano; vuol dire, ancora, affrontare la prospettiva di prendersi cura degli eventuali figli in un modo necessariamente ancora sconosciuto nella nuova configurazione familiare.

Separarsi vuol dire anche fronteggiare tutta quella fase spesso di conflitto con l’ex coniuge o compagno/a per definire le condizioni della separazione e della gestione dei figli, laddove ci sono. A volte le rivendicazioni reciproche, i rancori, il sentirsi in credito affettivo nonché il desiderio di rivalsa conducono gli ex coniugi a protrarre guerre infinite fra loro e a strumentalizzare anche involontariamente i figli. Penso che, salvo alcuni casi, sia auspicabile per sé e per questi ultimi evitare separazioni giudiziali, faticose, lunghe, ulteriormente dolorose e dove le decisioni sono assunte da altri e calate dall’alto. In alternativa, è per esempio possibile, fra altre modalità, separarsi attraverso la pratica collaborativa scegliendo avvocati che, senza dimettere il loro ruolo difensivo, aiutino, dentro una cornice precisa e rispettosa delle parti e della loro autodeterminazione, a uscire dalle secche del conflitto mediante la definizione di accordi che gli stessi ex coniugi individuano, con il supporto appunto dei legali e di altri eventuali professionisti collaborativi, e che soddisfano i bisogni di entrambi e dei figli in comune.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

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COSA E COME DIRE AI PROPRI FIGLI CHE PAPÀ E MAMMA SI SEPARANO

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Separazioni

Photo by Annarita Migliaccio

Quando una coppia, coniugata o meno, decide di separarsi, si trova costretta ad affrontare la spinosa questione, carica di implicazioni emotive, di come informare i figli della decisione.

Non è molto comune che la volontà di interrompere la convivenza sia condivisa ed espressa all’unisono dai partners: per lo più accade che sia uno solo di essi ad assumersi la responsabilità della scelta e a dare voce al malessere, anche quando è sentito da entrambi. Spesso l’altro membro della coppia non condivide che la crisi debba essere risolta sciogliendo l’unione familiare. Ma tant’è. Basta una persona per procedere con la separazione.

Di fatto, questa disparità di posizioni spesso rende più complessa la comunicazione alla prole. Vi è infatti frequentemente la tentazione da parte del genitore che non vorrebbe separarsi di imputare all’altro la colpa dei mutamenti nell’assetto familiare quando parla con i propri figli.

Ritengo che sia altamente opportuno, se non strettamente necessario per il benessere di questi ultimi, che la scelta di come spiegare loro i fatti e le conseguenze future debba essere presa insieme da padre e madre affinché venga fornita un’unica versione condivisa. In questa versione, inoltre, non dovrebbe assolutamente comparire alcuna indicazione della presunta colpa, non solo perché è difficile nelle dinamiche di una coppia in difficoltà stabilire dove incominci la responsabilità dell’uno e dove finisca quella dell’altro – e non a caso mi riferisco a responsabilità e non a colpe – ma soprattutto perché occorre preservare agli occhi dei figli la figura tanto del papà quanto della mamma.

Sembrerebbe superfluo raccomandare che i bambini o i ragazzi non vengano strumentalizzati nella fase del rancore e del dolore di una separazione, in quanto raccomandazione di buon senso, ma, nella realtà, purtroppo, il dolore e il rancore sono a volte così profondi da rendere difficile seguirla. Altre volte, poi, i genitori semplicemente sottovalutano il male che fanno ai figli cercando di allearli a sé e spingendoli contro l’altro dei due. E se spesso ciò avviene perché il partner che subisce la separazione comprensibilmente attribuisce ai figli la stessa natura di vittima che attribuisce a se stesso di una decisione altrui, rimane che così facendo non li aiuta a superare la fatica emotiva che anche essi stanno attraversando nell’affrontare i mutamenti familiari.

È fondamentale, infatti, per i bambini e i ragazzi poter continuare a contare sulla fiducia nei confronti di entrambi i genitori e di pensarsi, almeno loro, ancora oggetto dell’amore condiviso di questi ultimi, in quanto altrimenti il disamore intervenuto fra questi rischierebbe di retroagire, nella loro fantasia, al momento del loro stesso concepimento non sentendosi più frutto dell’amore di papà e mamma. Potrebbero essere inoltre indotti a pensare che il genitore incolpato e messo in minoranza non provi più amore per loro come non ne prova più per il coniuge, che in fondo desideri abbandonare anche loro perché  “cattivo”.

A volte, uno dei partners, di solito la madre, sostiene che “intanto” l’altro, il padre, non è mai stato un punto di riferimento per i figli e che questi lo sanno bene, è sempre stata lei ad occuparsi delle loro necessità. Con le dovute eccezioni, però, spesso capita che anche i padri o comunque i genitori accusati di essere meno accudenti, con la separazione, abbiano l’opportunità di ritrovare il loro ruolo a cui hanno rinunciato fino ad allora.

Può essere utile qualche volta farsi aiutare nel comprendere come dare la notizia della separazione ai figli rivolgendosi per un consulto ad uno specialista dell’età evolutiva in grado di sostenere nella propria funzione genitoriale che con la separazione non viene certo meno.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

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