IL SOGNO COME OPPORTUNITÀ

Carnevale-di-Arlecchino-Joan-Miro-1925Joan Miró, Il carnevale di Arlecchino, Albright-Knox Art Gallery di Buffalo (Stati Uniti d’America)

“Il sogno è una fortuna e un’opportunità. È vero che tutti sognano, e probabilmente quattro o cinque volte per notte. Ma un sogno che svanisce è come un frutto che non si è colto.” [1]

Ma in che senso il sogno è un’opportunità?

Nel senso che può rappresentare un cambiamento di equilibri fra le diverse parti di sé, un cambiamento in nuce che deve essere colto nella sua valenza trasformativa prima che venga abortito e si disperda nel mondo delle possibilità che non si realizzano.

Affinché quindi il sogno possa dispiegare tutte le sue potenzialità, si rende necessario un interprete, qualcuno che sappia sottolineare l’aspetto predittivo – diciamo così – del sogno e tradurne la forza visionaria in parole che anticipano e legittimano i cambiamenti possibili, pena il rischio che questi vengano affossati dal modo di vedere  e di vedersi abituale del sognatore che possiede la forza ancora maggiore della routine e dell’inerzia.  “Dunque, un interprete di sogni è un ostetrico dell’indomani.” [2]

 [1] Nathan, T., Una nuova interpretazione dei sogni, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2011, p. 189.

[2] Così ancora Tobie Nathan, ivi, a p.190.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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LA MEMORIA E IL SENTIMENTO DI ESISTERE

Adolfo Wildt, Maschera del dolore. Sofferenza psicologica
Adolfo Wildt, Maschera del dolore (Autoritratto), 1909 – Forlì, Musei Civici

 

Alcuni pazienti hanno pochissimi ricordi della loro infanzia e del loro passato in generale. Quando il loro modo di porsi in relazione presenta una qualità che non saprei come altro chiamare se non “eterea”, quando riscontro una sorta di “volatilità” del loro sentire, una difficoltà da parte loro ad “acciuffarlo”, una marcata incapacità, in altri termini, di “registrare” le proprie emozioni e di conferire loro “peso specifico”,  quando la mancanza di memoria del loro passato è molto estesa, tendo a ipotizzare che essa non sia l’effetto del meccanismo della rimozione, che presuppone un conflitto fra istanze psichiche differenti, quanto piuttosto dell’esperienza precoce che questi pazienti hanno fatto di essersi sentiti come inesistenti, invisibili, perché non riconosciuti nei loro bisogni affettivi e nelle loro emozioni dai care-giver, genitori o chi per essi.

È come se il fatto di non essersi potuti rispecchiare nell’altro, nell’adulto che ha la responsabilità di accudirli e di aiutarli a significare il loro sentire, di non essere stati in definitiva compresi [1], non abbia permesso a questi pazienti né di mettere in forma le loro sensazioni corporee e le loro emozioni né di immagazzinarle nella memoria come ricordi richiamabili con le parole, in modo intelligibile, perché dotate di un qualche senso in rapporto alla realtà.

Come dice la psicoanalista infantile Dina Vallino [2]:

“[…] l’essere capito per un bambino piccolo è tutt’uno col sentimento di esistere, e […] la mancanza di quest’esperienza di esserci produce una sofferenza globale e un sentimento di annichilamento molto vicino alla sensazione di poter sparire nel nulla.”

Non avere memoria di sé è un po’ come sparire nel nulla, non lasciare traccia del proprio passaggio.

Il che non vuol dire che quelle sensazioni ed emozioni si siano semplicemente volatilizzate, poiché esse si ripresenteranno in circostanze della vita del paziente che in qualche modo richiamano quelle senza nome e senza senso (senza che nessuno abbia saputo dare loro un senso) in cui sono scaturite, in altre circostanze, cioè, in cui egli semplicemente non riesce a donare loro un senso per sé. È come se il corpo avesse una sua memoria autonoma che può tradursi anche in sintomi fisici, quelli sì più tangibili per se stessi e per il mondo esterno.

Penso, del resto, che questa esperienza di “non-senso”, di “non esistenza” e di “smemoratezza” ci riguardi tutti, in una maniera meno massiccia di quella fatta dai pazienti presi ora in considerazione, poiché è inevitabile essere stati ignorati o misconosciuti, in una certa misura, per qualche esperienza emotivo/sensoriale fatta da piccoli.

È comunque possibile, attraverso un percorso psicoanalitico, arrivare a sviluppare quella funzione mentale che attribuisce rilevanza e senso alle proprie sensazioni, alle emozioni che si esprimono primariamente attraverso il corpo, avvertendo così di esistere pienamente, come un corpo vissuto e una mente incarnata, arrivare a modulare tali emozioni e ad usarle, una volta messe in forma, come faro che indichi la rotta nella propria vita.

[1] “Compresi” nel senso proprio etimologico del verbo comprendere: “[lat. comprehendĕre e comprendĕre, comp. di con– e pre(he)ndĕre «prendere»] (coniug. come prendere). – 1. a. Contenere in sé, abbracciare, racchiudere […] 2. a. Accogliere spiritualmente in sé […] b. Sapersi spiegare, rendersi ragione di qualche cosa […]”, da http://www.treccani.it/vocabolario/comprendere/

[2] Vallino D., Raccontami una storia. Dalla consultazione all’analisi dei bambini, Borla, Roma, 2011, p. 58

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IL CAVALLO E IL PRONOME IN TERZA PERSONA: TRA SOGGETTO E OGGETTO DELLA NARRAZIONE

 

snoopy sogni

 

“Cosa c’entra il cavallo col pronome di terza persona? Algirdas Julien Greimas, che non amava parlare a sproposito, ripeteva spesso che si tratta delle due più azzeccate invenzioni della specie umana [più che il cavallo, l’asservimento del cavallo], poiché, a ben vedere, hanno svolto nel tempo la medesima funzione antropologica: quella di distaccare l’ominide dalla sua condizione cosiddetta naturale, cioè bestiale, permettendogli di accedere alla sfera della cultura, della socialità, della simbolizzazione. Laddove l’asservimento dell’equino, con buona pace degli odierni animalisti, ha aiutato nel lavoro e nei trasporti, innalzando di parecchio la qualità del vita umana, l’egli ha permesso di parlare di qualcosa che non è lì mentre si parla, che è supposta esistere a prescindere da chi, al contrario, la sta esprimendo. Come dire che, se il cavallo ha prodotto qualcosa come la soggettività, la terza persona ha reso possibile l’oggettività. Che non è poco.”

Marrone, G., Algirdas Greimas. Del senso in esilio, Doppiozero, 23 giugno 2017

Lo studioso cui si fa riferimento nell’articolo è il linguista e semiologo lituano Algirdas Greimas che rinviene nella narrazione ogni atto di attribuzione di senso. Come del resto è con la stessa narrazione che egli fa collegando il cavallo al pronome in terza persona che ricostruisce una specifica visione della storia dell’umanità, della nostra storia.

Potremmo dire, in effetti, anche dal punto di vista psicologico, che l’uomo si muove oscillando nello spazio fra il soggetto e l’oggetto, fra il divenire soggetto partendo dall’essere l’oggetto del racconto di qualcun altro per arrivare a distinguersene, almeno in una certa misura, come in una certa misura rende l’altro l’oggetto del proprio racconto e in un’altra, se va bene, lo concepisce esistente come soggetto altro da sé, e quindi non coincidente con la propria narrazione su di lui. In ogni caso il soggetto non può nascere senza prima essere oggetto e senza l’oggetto (variamente avvertito) con cui è in relazione (una relazione narrabile).

Anche il narrare richiede, infatti, almeno un soggetto e un oggetto, perché narrare vuol dire mettere in relazione, in una relazione specifica, anziché in un’altra.

Come continua l’autore dell’articolo citato: “Ogni nostra azione, ogni cosa che ci accade, ogni evento piccolo o grande della nostra vita hanno senso se e solo se stanno in una qualche serie narrativa, là dove ogni soggetto, individuale o collettivo, va in cerca di oggetti che sono carichi di valori: i valori, appunto, delle nostre esistenze, quelli che inseguiamo perché hanno per noi un qualche senso, una qualche importanza, regalandoci anche per lo spazio di un attimo quel demone che ci opprime e che si chiama identità. Non siamo altro che l’esito delle storie che ci accade di vivere, ripeteva Greimas – dando alla pratica dello storytelling uno spessore e un’ampiezza straordinariamente più grandi di quello dei suoi odierni teorici.”

Il percorso fra oggetto e soggetto e fra soggetto e oggetto si dà attraverso la narrazione. Penso al peso delle narrazioni e dei miti familiari [1] sulla immagine che si ha di sé e della propria identità e ruolo; così come mi viene in mente che il percorso psicoanalitico porta a trasformazioni della personalità anche attraverso la de-costruzione dei miti familiari, in quanto verità subìte, attraverso narrazioni di senso condivise, co-costruite, dove il paziente diviene autore.

[1] “Il mito familiare può essere definito come una griglia di lettura della realtà, in parte ereditata dalle generazioni passate, in parte creata nella generazione attuale, che assegna a ciascun membro della famiglia un ruolo e un destino specifici. E’ un concetto usato per descrivere le credenze che la famiglia ha di sé, che si compone di immagini e leggende che contribuiscono a creare il senso di identità della famiglia stessa. I miti, benché falsi e illusori, sono accettati da tutti, anzi hanno qualcosa di sacro e tabù che nessuno oserebbe sfidare. Infatti per ogni famiglia i propri miti rappresentano la verità.”, come ci dice Cecilia Coccia in http://www.psicologiarelazionale.org/letture/mito-familiare.html.

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MENTE E CORPO CONNESSI, RAGIONE ED EMOZIONI A BRACCETTO

 

psicoanalisi, psicoterapia come viaggio
Le metafore della psicoanalisi: il viaggio

 

PERCHÈ UN PERCORSO PSICOTERAPEUTICO?

Per evitare che il passato e il futuro collassino nell’oggi.

Attraverso la nuova esperienza relazionale che la psicoterapia offre, per emanciparsi dal passato evitando che esso si perpetui come una maledizione a condizionare le scelte future.

Per vivere appieno il presente, con la capacità di farsi sorprendere dall’esperienza e di imprimervi la propria orma.

Per scongiurare che il domani incomba provocando un eccesso di ansia o di attesa, come una cambiale che non si potrà mai pagare o mai riscuotere.

Perché il “qui e ora”, a pensarci bene, rappresenta l’unica condizione di spazio/tempo davvero a nostra disposizione.

Possiamo arrivare, con la psicoterapia [1], ad attraversarla, questa condizione, con tutto il nostro essere, il corpo e la mente connessi, le emozioni e la ragione a braccetto.

 

[1] Quando parlo di percorso di psicoterapia mi riferisco ad un percorso ad orientamento psicoanalitico. Si veda CHI SONO.

Photo by Marisa Faioni

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SCOPRO COSA PROVO SE NE PARLO CON QUALCUNO

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Balatresi, Napoli

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2015/04/11/foto/sguardi_che_s_incrociano_inchiostro_e_dolcezza_nelle_opere_di_balatresi_a_palazzo_reale-111710522/1/#1

PSICOANALISI COME NARRAZIONE CONDIVISA

“[…] un bambino  – e poi un adulto – può scoprire cosa sta provando solo se ha l’occasione di parlarne con qualcuno. Ma non nel senso di parlare volutamente di cosa sta provando, poiché in questo caso lui, il bambino [e poi l’adulto] sarebbe allora già in grado di sapere che “il che cosa gli capita” è un’emozione, che è sua. Nel senso, invece, del mettersi a parlare con qualcuno che abbia in mente la psiche come storia, che abbia in mente il fatto che qualunque cosa il piccolo si metta a dire o a fare, quella cosa è un modo per spiegare come sta. Qualcuno – cioè – che sappia invitare con sensibilità “il piccolo” [e poi l’adulto] a non aver paura di cosa gli capita nella testa e a scoprire che questa cosa non è interessante solo per lui, ma può essere apprezzata da un altro.” [1]

Detto in altri termini:

“[…] una psiche esiste solo se “avviene” una storia che la possa raccontare e se c’è qualcuno a cui rivolgersi mentre prende forma”. [2]

Queste citazioni si riferiscono al farsi della mente di un bambino e al rapporto con uno psicoanalista dei bambini (ma potremmo dire più in generale con un adulto – genitore o care-giver che sia – “attento”).

Le parole dell’autore, peraltro, si potrebbero senz’altro estendere anche alla mente di un adulto (e al rapporto con uno psicoanalista degli adulti). Anche quando un uomo o una donna pensano di conoscersi, infatti, possono sempre scoprire qualcosa di nuovo di sé parlando con altri, se hanno la fortuna di trovare un interlocutore attento ad accogliere e “sentire insieme”. A maggior ragione se ciò che si prova è opaco a se stessi.

O, meglio ancora, possiamo affermare che il poter dare voce, anche in modo indiretto, a ciò che si sente, se si viene ascoltati empaticamente e si viene rispecchiati, fa sì che ciò che si sente, appunto, venga messo in forma, divenga pensiero e vada a costituire la mente. Per effetto dell’ascolto la mente si espande e viene abitata, per così dire, in tutte le sue stanze, addomesticata (da “domus”), resa cioè più intima e familiare.

[1] Cassardo C., Il mito e l’impegno poetico nella clinica di Dina Vallino, in  Borgogna F., Maggioni G., (a cura di) Una mente a più voci. Sulla vita e sull’opera di Dino Vallino, Mimesis, Milano-Udine, 2017, p. 87.

[2] Ibidem, p. 88. La citazione così continua: “Siamo qui, in pieno, nel campo delle nuove cornici teoriche relative alla mente […] secondo le quali la mente non è un fenomeno individuale ma il frutto di un incontro; non si costituisce – ossia – da sé o “in assolo”, ma si costruisce per forza in due, o anche in più di due.”

 

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IL MILLEPIEDI CONFUSO E GLI EFFETTI COLLATERALI DELLA COMPLESSITÀ MENTALE

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“[…] siamo guidati da intenzioni complesse e multiformi di tre tipi diversi: alcune caratterizzate da autoconsapevolezza deliberativa, altre prive della nostra attenzione focale ma riconoscibili come coerenti con il nostro approccio conscio alla vita e altre ancora irriconoscibili e rinnegate dalla nostra agency cosciente. Non è una fortuna il fatto che l’uso delle nostre menti non necessiti di una tale attenzione focale, di un’autocoscienza così laboriosa? Sarebbe solo paralizzante. La complessità e l’efficacia della nostra attività richiede che noi generiamo molte delle nostre intenzioni non solo in modo conscio, ma anche in modo preconscio e inconscio. E così la sensazione soggettiva che le nostre intenzioni e i significati delle nostre attività siano tutti trasparenti è un’illusione efficace che consente alla nostra esperienza di essere più o meno continua. Diventare improvvisamente consapevoli della complessità e della molteplicità delle nostre intenzioni ci precipiterebbe nell’intricata situazione del leggendario millepiedi che, quando gli chiesero come riuscisse a coordinare le sue mille gambe per camminare, fu improvvisamente paralizzato dalla confusione.”

Mitchell, S., L’amore può durare? Il destino dell’amore romantico, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2003, pp. 135-136

Se è vero che rappresenta una grande fortuna il fatto che siamo in grado di dedicarci a molte attività mediante automatismi (preconsci), senza dovere cioè ogni volta porvi un’attenzione cosciente, esattamente come fa il millepiedi quando cammina, è altrettanto vero che l’esistenza di intenzioni “rinnegate dalla nostra agency“, quelle che non possiamo riconoscere come nostre (inconsce), può creare qualche non piccolo problema in termini di disagio, sintomatologie varie o inibizioni.

La nostra complessità mentale, insomma, è affascinante ed efficiente per molte cose ma può anche talvolta farci inciampare e cadere, quando produce un aspro conflitto fra intenzioni consce e intenzioni stabilmente inconsce.

Un percorso psicoanalitico o psicoterapeutico ad orientamento psicoanalitico consente di farsi carico di quelle situazioni in cui la complessità mentale si è tramutata in un ostacolo ai propri progetti, in termini di inibizioni e blocchi evolutivi, e al proprio benessere. Esso consente di costruire equilibri complessivi migliori fra le diverse intenzionalità e di recuperare e integrare quelle parti di sé – motivazioni, sentire, ricordi, pensieri – che erano state tagliate fuori dalla consapevolezza e quindi, in definitiva, di godere maggiormente, più efficacemente e in modo più responsabile, della propria complessità mentale.

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TRADIMENTI E SENSI DI COLPA

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“In realtà, non può darsi nascita psicologica individuale senza l’esperienza del “tradimento”. Venendo al mondo l’uomo accede a una condizione che è ontologicamente esposta allo scacco del tradimento: il tradimento della vita attraverso la morte, il tradimento dell’amore attraverso l’odio, il tradimento dell’unità originaria attraverso la stessa nascita. “

In effetti, come dice lo psicoanalista Aldo Carotenuto [1], nascere psicologicamente (quante volte si nasce in una vita!) significa separarsi dall’altro, l’altro che pure ha contribuito a costituirci anche mentalmente. Solo così, poi, possiamo rivolgerci di nuovo all’alterità come persone individuate, distinte, a nostra volta “altre”, disponibili allo scambio profondo, a fonderci provvisoriamente per cercare ancora il piacere dell’unità,  per poi, di nuovo, ristabilire i nostri confini. Confini dunque elastici, permeabili, mobili, che si possono oltrepassare ma anche ripristinare, per ritrovare se stessi, mutati dall’incontro con l’altro.

Però separarsi vuol dire anche tradire, tradire le aspettative altrui. E non sempre è possibile tollerare i sensi di colpa che il tradire comporta, soprattutto quando le aspettative sono delle persone a noi più care. Ma se non si riesce a farlo si finisce prima o poi con il tradire inevitabilmente se stessi, le proprie aspirazioni, i propri bisogni, con il condannarsi alla compiacenza e alla non autenticità.

Quando non si riesce a tradire, quando si è sovrastati dai sensi di colpa, è bene chiedere un aiuto attraverso un percorso psicoterapeutico o psicoanalitico.

[1] Carotenuto, A., Amare tradire, Bompiani, Milano, 2001, p. 113.

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