PSICOTERAPIA DI GRUPPO ATTRAVERSO LO PSICODRAMMA

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Conduco gruppi psicoterapeutici ad orientamento psicoanalitico relazionale avvalendomi della metodologia dello psicodramma.

Dopo aver effettuato dei colloqui individuali per comprendere la richiesta iniziale del paziente, posso ritenere a volte adeguato al suo disagio e alla sua personalità proporgli l’inserimento in un gruppo di psicodramma, magari affiancando per un certo tempo al relativo percorso ulteriori sedute individuali. Anche nel caso in cui sia lo stesso paziente a contattarmi per partecipare ad un gruppo di psicodramma, si rendono necessari dei colloqui preliminari individuali.

In cosa consiste la metodologia psicodrammatica e quali sono le specificità e i vantaggi del gruppo psicoterapeutico condotto con essa? [1]

Lo psicodramma è una metodologia “attiva”, vale a dire che in ogni seduta si comincia con l’azione per procedere solo in un secondo tempo alla riflessione. La differenza con una psicoterapia di gruppo basata sui colloqui sta dunque nel fatto che i pazienti sono invitati, nello psicodramma, a mettere in scena ciò che vogliono affrontare: una discussione in famiglia, una problematica sul lavoro, un sogno, una sintomatologia, una paura, un conflitto di coppia o qualsiasi altro accadimento, fonte di disagio, che vogliono elaborare per stare meglio.

Il paziente che di volta in volta diviene protagonista si avvale della collaborazione degli altri membri del gruppo che chiama ad interpretare, secondo le precise indicazioni da lui stesso fornite, i differenti personaggi coinvolti nella vicenda di cui ha fatto solo un succinto racconto. Ciò gli permette di rivivere le situazioni che hanno creato malessere, riviverle direttamente con il corpo e con le emozioni, senza il filtro della razionalizzazione, come se stessero accadendo in quel preciso istante della drammatizzazione: il “là e allora” diviene “qui e ora”, ma con la differenza che questa volta l’evento viene vissuto in uno spazio protetto ed emotivamente supportato dal conduttore psicoanalista e dal gruppo. Diverse tecniche di cui si avvale il conduttore consentono altresì al paziente di rivisitare da altre prospettive quelle stesse vicende e di visualizzare come il suo modo di percepire gli altri della scena drammatizzata sia spesso il frutto di proiezioni di suoi aspetti ed esperienze pregresse. In definitiva, lo psicodramma lo porta ad integrare parti di sé precedentemente scisse e proiettate e di arrivare a guardare con occhi differenti la propria storia personale così come di rapportarsi in modo nuovo nelle relazioni con gli altri.

Le tecniche a cui mi riferisco sono – solo per citarne alcune – quella del doppio e quella del cambio di ruolo. Nella prima il conduttore si pone alle spalle del protagonista, come se fosse una parte di lui, una sua sua voce interiore, e,  grazie alle proprie capacità empatiche e alla propria competenza analitica, esprime ad alta voce e in prima persona i pensieri e i vissuti del paziente al fine di renderlo consapevole di ciò che è rimasto implicito e di indurlo ad esprimersi a sua volta ad alta voce continuando il dialogo con se stesso. Nel cambio di ruolo il paziente è invece invitato a impersonare, in un secondo momento, uno degli altri personaggi significativi della sua vicenda facendo giocare al compagno di gruppo che lo aveva impersonato per primo il ruolo di se stesso.

Dalla prima scena si passerà poi ad altre, su sollecitazione del conduttore, in ragione di quanto emerge da essa, portando il paziente e il gruppo nella storia passata di relazioni del primo, facendogli giocare per esempio una situazione che per qualche vissuto possa assomigliare a quella appena portata, o nel futuro così come desiderato o paventato. Cosicché la sequenza di scene diviene l’equivalente delle libere associazioni proprie del metodo psicoanalitico.

I partecipanti del gruppo sono poi chiamati ad esprimere liberamente i vissuti relativi a quanto esperito nella sequenza di scene appena drammatizzate. Il conduttore, quindi, inviterà ancora a giocare un altro membro del gruppo, quello che gli sembra stare esprimendo in modo intenso qualcosa che i giochi precedenti gli hanno fatto emergere, attraverso l’identificazione con il precedente protagonista o i suoi interlocutori.

Ci tengo a precisare che la conduzione dello psicodramma non ha uno stile imperativo e nessuno è forzato a giocare o ad esprimersi finché non se la sente. Può essere incoraggiato, ma mai obbligato.

Nella condivisione e nella lettura finale della seduta da parte dello psicoanalista si potranno individuare i temi psicologici di fondo della seduta che, declinati in diversi modi dai differenti partecipanti a seconda della loro storia di vita, sono rimbalzati da un partecipante all’altro come una eco.

Lo psicodramma è uno strumento analitico molto potente sia perché si avvale del gruppo che permette di vedersi rispecchiati da più persone e di ricevere più rimandi, sia perché è in grado di far lavorare l’inconscio, pieno di risorse, in modo produttivo grazie al fatto di aggirare in buona misura le difese della razionalizzazione. Inoltre, i costi sono inferiori a quelli della psicoterapia individuale.

I gruppi di psicodramma sono aperti, vale a dire che quando un paziente finisce il  proprio percorso al suo posto ne entra uno nuovo, cosicché la composizione dei gruppi varia nel tempo. Ciò, fra l’altro, consente ai partecipanti di confrontarsi di volta in volta con le proprie specifiche modalità, e con quelle del gruppo stesso, di accogliere il nuovo (rappresentato dal nuovo paziente) e di affrontare le separazioni (rappresentate dall’uscita dei compagni dal percorso comune), nonché di elaborarle. L’incognito e la perdita, che di fatto accompagnano e costellano la nostra esistenza, segnata dall’incertezza e dal fluire, non sono mai neutre dal punto di vista emotivo: poter imparare a gestirle senza perdersi, negare le emozioni o aggredire, è fondamentale per vivere con una certa serenità.

[1] Propongo come riferimento bibliografico il testo di Gasca, G., Lo psicodramma gruppoanalitico, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2012.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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IL SOGNO: UN TESTO CON PIÙ LIVELLI DI SIGNIFICATO DA SVELARE E DA CUI RIPARTIRE

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René Magritte, La Décalcomanie, 1966, Collection of Dr. Noémi Perelman Mattis and Dr. Daniel C. Mattis

 

I sogni raccontati in analisi rappresentano una fonte preziosa di conoscenza del mondo interno del paziente e dei temi su cui, nel tentativo di elaborarli, egli si sta inconsciamente impegnando nel periodo in cui li produce.

Già Freud riteneva il sogno “la via regia che conduce all’inconscio”, una via che per essere percorsa richiede, tuttavia, un lavoro di interpretazione. Gli elementi manifesti del sogno non vanno presi alla lettera, non solo perché ciò sarebbe spesso difficile, stante la loro usuale bizzarria, ma anche perché non vi è una corrispondenza univoca fra le immagini oniriche e il loro significato, non vi si può applicare, cioè, una equazione simbolica universale. Nell’interpretazione occorre tener conto del mondo culturale e sociale del sognatore caratterizzato da suoi simboli specifici che non per forza coincidono con quelli dell’analista. Inoltre, in ragione del processo onirico della condensazione, le immagini del sogno presentano un carattere polisemico: rinviano cioè a più significati latenti, a più agglomerati di pensieri/emozioni, che vanno appunto svelati. E questo è il compito che spetta alla coppia paziente/psicoanalista.

Lo psicoanalista, da solo, non è infatti in grado di comprendere il sogno senza l’apporto del paziente, e non solo per la necessità di rintracciare i rimandi all’ambiente culturale e simbolico proprio di quest’ultimo. È come se il sogno andasse “ri-sognato insieme” da entrambi, paziente e analista: a partire dalle associazioni del primo, ci si lascia liberamente trasportare, attraverso ulteriori immagini e pensieri, alle osservazioni che spontaneamente ne scaturiscono sulla realtà attuale o passata del paziente. Occorre evitare che un eccessivo intervento della razionalità venga ad interferire in questo processo immaginativo e riflessivo, come avverrebbe se si pretendesse di applicare un codice preciso di semplice traduzione simbolica dei singoli elementi del sogno. Il sogno è prezioso, detto in altri termini, se diviene un testo non solo da svelare, in quanto prodotto dell’inconscio, ma anche un testo in divenire che va arricchendosi di nuove suggestioni ed elaborazioni anche sul  futuro: ciò si rende possibile se a partire da esso ci ci si lascia andare a “veleggiare”, con una disposizione cognitiva/affettiva che potremmo definire in parte in continuazione con  quella onirica, a mezzo fra il consapevole e l’inconsapevole, sul mare inconscio che è almeno parzialmente sgorgato in superficie grazie al sogno.

Il fatto stesso, poi, che il sogno venga ricordato (quando accade) e narrato in analisi (quanti infatti saranno quelli che non vengono raccontati?), ne fa anche un precipuo oggetto del campo relazionale analitico che rinvia alla sua trama di proiezioni e realtà.

I prodotti onirici, pertanto, non si limitano a parlare solo del paziente, della sua struttura psichica e relazionale, del suo immaginario, del suo lavorio inconscio del momento, ma sono in grado anche di svelare le dinamiche che stanno intercorrendo nel rapporto con l’analista. Essi sono, dunque, una fonte preziosa anche per questi, per comprendere le correnti affettive e ideative che corrono fra lui e il paziente, e, in definitiva, per la coppia al lavoro tutta (o per il gruppo, se si tratta di un’analisi di gruppo). [1]

[1] Giulio Gasca, psicodrammatista analitico, rinviene nel sogno tre differenti dimensioni che si intersecano: quello del mondo interno e delle strutture psichiche del paziente, quello riferito all’ambito attuale che sta vivendo il sognatore o alla sua dimensione storico-personale, e, infine, quello della dinamica di gruppo. Così in Gasca, G., Sviluppi teorici e pratici della tecnica di analisi dei sogni nei gruppi di Psicodramma analitico, in Psicodramma analitico, Il sogno. Teatro interiore dell’anima, n. 8, 1999/2000, p. 5.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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IL SOGNO COME OPPORTUNITÀ

Carnevale-di-Arlecchino-Joan-Miro-1925Joan Miró, Il carnevale di Arlecchino, Albright-Knox Art Gallery di Buffalo (Stati Uniti d’America)

“Il sogno è una fortuna e un’opportunità. È vero che tutti sognano, e probabilmente quattro o cinque volte per notte. Ma un sogno che svanisce è come un frutto che non si è colto.” [1]

Ma in che senso il sogno è un’opportunità?

Nel senso che può rappresentare un cambiamento di equilibri fra le diverse parti di sé, un cambiamento in nuce che deve essere colto nella sua valenza trasformativa prima che venga abortito e si disperda nel mondo delle possibilità che non si realizzano.

Affinché quindi il sogno possa dispiegare tutte le sue potenzialità, si rende necessario un interprete, qualcuno che sappia sottolineare l’aspetto predittivo – diciamo così – del sogno e tradurne la forza visionaria in parole che anticipano e legittimano i cambiamenti possibili, pena il rischio che questi vengano affossati dal modo di vedere  e di vedersi abituale del sognatore che possiede la forza ancora maggiore della routine e dell’inerzia.  “Dunque, un interprete di sogni è un ostetrico dell’indomani.” [2]

 [1] Nathan, T., Una nuova interpretazione dei sogni, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2011, p. 189.

[2] Così ancora Tobie Nathan, ivi, a p.190.

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LA MEMORIA E IL SENTIMENTO DI ESISTERE

Adolfo Wildt, Maschera del dolore. Sofferenza psicologica
Adolfo Wildt, Maschera del dolore (Autoritratto), 1909 – Forlì, Musei Civici

 

Alcuni pazienti hanno pochissimi ricordi della loro infanzia e del loro passato in generale. Quando il loro modo di porsi in relazione presenta una qualità che non saprei come altro chiamare se non “eterea”, quando riscontro una sorta di “volatilità” del loro sentire, una difficoltà da parte loro ad “acciuffarlo”, una marcata incapacità, in altri termini, di “registrare” le proprie emozioni e di conferire loro “peso specifico”,  quando la mancanza di memoria del loro passato è molto estesa, tendo a ipotizzare che essa non sia l’effetto del meccanismo della rimozione, che presuppone un conflitto fra istanze psichiche differenti, quanto piuttosto dell’esperienza precoce che questi pazienti hanno fatto di essersi sentiti come inesistenti, invisibili, perché non riconosciuti nei loro bisogni affettivi e nelle loro emozioni dai care-giver, genitori o chi per essi.

È come se il fatto di non essersi potuti rispecchiare nell’altro, nell’adulto che ha la responsabilità di accudirli e di aiutarli a significare il loro sentire, di non essere stati in definitiva compresi [1], non abbia permesso a questi pazienti né di mettere in forma le loro sensazioni corporee e le loro emozioni né di immagazzinarle nella memoria come ricordi richiamabili con le parole, in modo intelligibile, perché dotate di un qualche senso in rapporto alla realtà.

Come dice la psicoanalista infantile Dina Vallino [2]:

“[…] l’essere capito per un bambino piccolo è tutt’uno col sentimento di esistere, e […] la mancanza di quest’esperienza di esserci produce una sofferenza globale e un sentimento di annichilamento molto vicino alla sensazione di poter sparire nel nulla.”

Non avere memoria di sé è un po’ come sparire nel nulla, non lasciare traccia del proprio passaggio.

Il che non vuol dire che quelle sensazioni ed emozioni si siano semplicemente volatilizzate, poiché esse si ripresenteranno in circostanze della vita del paziente che in qualche modo richiamano quelle senza nome e senza senso (senza che nessuno abbia saputo dare loro un senso) in cui sono scaturite, in altre circostanze, cioè, in cui egli semplicemente non riesce a donare loro un senso per sé. È come se il corpo avesse una sua memoria autonoma che può tradursi anche in sintomi fisici, quelli sì più tangibili per se stessi e per il mondo esterno.

Penso, del resto, che questa esperienza di “non-senso”, di “non esistenza” e di “smemoratezza” ci riguardi tutti, in una maniera meno massiccia di quella fatta dai pazienti presi ora in considerazione, poiché è inevitabile essere stati ignorati o misconosciuti, in una certa misura, per qualche esperienza emotivo/sensoriale fatta da piccoli.

È comunque possibile, attraverso un percorso psicoanalitico, arrivare a sviluppare quella funzione mentale che attribuisce rilevanza e senso alle proprie sensazioni, alle emozioni che si esprimono primariamente attraverso il corpo, avvertendo così di esistere pienamente, come un corpo vissuto e una mente incarnata, arrivare a modulare tali emozioni e ad usarle, una volta messe in forma, come faro che indichi la rotta nella propria vita.

[1] “Compresi” nel senso proprio etimologico del verbo comprendere: “[lat. comprehendĕre e comprendĕre, comp. di con– e pre(he)ndĕre «prendere»] (coniug. come prendere). – 1. a. Contenere in sé, abbracciare, racchiudere […] 2. a. Accogliere spiritualmente in sé […] b. Sapersi spiegare, rendersi ragione di qualche cosa […]”, da http://www.treccani.it/vocabolario/comprendere/

[2] Vallino D., Raccontami una storia. Dalla consultazione all’analisi dei bambini, Borla, Roma, 2011, p. 58

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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IL CAVALLO E IL PRONOME IN TERZA PERSONA: TRA SOGGETTO E OGGETTO DELLA NARRAZIONE

 

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“Cosa c’entra il cavallo col pronome di terza persona? Algirdas Julien Greimas, che non amava parlare a sproposito, ripeteva spesso che si tratta delle due più azzeccate invenzioni della specie umana [più che il cavallo, l’asservimento del cavallo], poiché, a ben vedere, hanno svolto nel tempo la medesima funzione antropologica: quella di distaccare l’ominide dalla sua condizione cosiddetta naturale, cioè bestiale, permettendogli di accedere alla sfera della cultura, della socialità, della simbolizzazione. Laddove l’asservimento dell’equino, con buona pace degli odierni animalisti, ha aiutato nel lavoro e nei trasporti, innalzando di parecchio la qualità del vita umana, l’egli ha permesso di parlare di qualcosa che non è lì mentre si parla, che è supposta esistere a prescindere da chi, al contrario, la sta esprimendo. Come dire che, se il cavallo ha prodotto qualcosa come la soggettività, la terza persona ha reso possibile l’oggettività. Che non è poco.”

Marrone, G., Algirdas Greimas. Del senso in esilio, Doppiozero, 23 giugno 2017

Lo studioso cui si fa riferimento nell’articolo è il linguista e semiologo lituano Algirdas Greimas che rinviene nella narrazione ogni atto di attribuzione di senso. Come del resto è con la stessa narrazione che egli fa collegando il cavallo al pronome in terza persona che ricostruisce una specifica visione della storia dell’umanità, della nostra storia.

Potremmo dire, in effetti, anche dal punto di vista psicologico, che l’uomo si muove oscillando nello spazio fra il soggetto e l’oggetto, fra il divenire soggetto partendo dall’essere l’oggetto del racconto di qualcun altro per arrivare a distinguersene, almeno in una certa misura, come in una certa misura rende l’altro l’oggetto del proprio racconto e in un’altra, se va bene, lo concepisce esistente come soggetto altro da sé, e quindi non coincidente con la propria narrazione su di lui. In ogni caso il soggetto non può nascere senza prima essere oggetto e senza l’oggetto (variamente avvertito) con cui è in relazione (una relazione narrabile).

Anche il narrare richiede, infatti, almeno un soggetto e un oggetto, perché narrare vuol dire mettere in relazione, in una relazione specifica, anziché in un’altra.

Come continua l’autore dell’articolo citato: “Ogni nostra azione, ogni cosa che ci accade, ogni evento piccolo o grande della nostra vita hanno senso se e solo se stanno in una qualche serie narrativa, là dove ogni soggetto, individuale o collettivo, va in cerca di oggetti che sono carichi di valori: i valori, appunto, delle nostre esistenze, quelli che inseguiamo perché hanno per noi un qualche senso, una qualche importanza, regalandoci anche per lo spazio di un attimo quel demone che ci opprime e che si chiama identità. Non siamo altro che l’esito delle storie che ci accade di vivere, ripeteva Greimas – dando alla pratica dello storytelling uno spessore e un’ampiezza straordinariamente più grandi di quello dei suoi odierni teorici.”

Il percorso fra oggetto e soggetto e fra soggetto e oggetto si dà attraverso la narrazione. Penso al peso delle narrazioni e dei miti familiari [1] sulla immagine che si ha di sé e della propria identità e ruolo; così come mi viene in mente che il percorso psicoanalitico porta a trasformazioni della personalità anche attraverso la de-costruzione dei miti familiari, in quanto verità subìte, attraverso narrazioni di senso condivise, co-costruite, dove il paziente diviene autore.

[1] “Il mito familiare può essere definito come una griglia di lettura della realtà, in parte ereditata dalle generazioni passate, in parte creata nella generazione attuale, che assegna a ciascun membro della famiglia un ruolo e un destino specifici. E’ un concetto usato per descrivere le credenze che la famiglia ha di sé, che si compone di immagini e leggende che contribuiscono a creare il senso di identità della famiglia stessa. I miti, benché falsi e illusori, sono accettati da tutti, anzi hanno qualcosa di sacro e tabù che nessuno oserebbe sfidare. Infatti per ogni famiglia i propri miti rappresentano la verità.”, come ci dice Cecilia Coccia in http://www.psicologiarelazionale.org/letture/mito-familiare.html.

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MENTE E CORPO CONNESSI, RAGIONE ED EMOZIONI A BRACCETTO

 

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Le metafore della psicoanalisi: il viaggio

 

PERCHÈ UN PERCORSO PSICOTERAPEUTICO?

Per evitare che il passato e il futuro collassino nell’oggi.

Attraverso la nuova esperienza relazionale che la psicoterapia offre, per emanciparsi dal passato evitando che esso si perpetui come una maledizione a condizionare le scelte future.

Per vivere appieno il presente, con la capacità di farsi sorprendere dall’esperienza e di imprimervi la propria orma.

Per scongiurare che il domani incomba provocando un eccesso di ansia o di attesa, come una cambiale che non si potrà mai pagare o mai riscuotere.

Perché il “qui e ora”, a pensarci bene, rappresenta l’unica condizione di spazio/tempo davvero a nostra disposizione.

Possiamo arrivare, con la psicoterapia [1], ad attraversarla, questa condizione, con tutto il nostro essere, il corpo e la mente connessi, le emozioni e la ragione a braccetto.

 

[1] Quando parlo di percorso di psicoterapia mi riferisco ad un percorso ad orientamento psicoanalitico. Si veda CHI SONO.

Photo by Marisa Faioni

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SCOPRO COSA PROVO SE NE PARLO CON QUALCUNO

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Balatresi, Napoli

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2015/04/11/foto/sguardi_che_s_incrociano_inchiostro_e_dolcezza_nelle_opere_di_balatresi_a_palazzo_reale-111710522/1/#1

PSICOANALISI COME NARRAZIONE CONDIVISA

“[…] un bambino  – e poi un adulto – può scoprire cosa sta provando solo se ha l’occasione di parlarne con qualcuno. Ma non nel senso di parlare volutamente di cosa sta provando, poiché in questo caso lui, il bambino [e poi l’adulto] sarebbe allora già in grado di sapere che “il che cosa gli capita” è un’emozione, che è sua. Nel senso, invece, del mettersi a parlare con qualcuno che abbia in mente la psiche come storia, che abbia in mente il fatto che qualunque cosa il piccolo si metta a dire o a fare, quella cosa è un modo per spiegare come sta. Qualcuno – cioè – che sappia invitare con sensibilità “il piccolo” [e poi l’adulto] a non aver paura di cosa gli capita nella testa e a scoprire che questa cosa non è interessante solo per lui, ma può essere apprezzata da un altro.” [1]

Detto in altri termini:

“[…] una psiche esiste solo se “avviene” una storia che la possa raccontare e se c’è qualcuno a cui rivolgersi mentre prende forma”. [2]

Queste citazioni si riferiscono al farsi della mente di un bambino e al rapporto con uno psicoanalista dei bambini (ma potremmo dire più in generale con un adulto – genitore o care-giver che sia – “attento”).

Le parole dell’autore, peraltro, si potrebbero senz’altro estendere anche alla mente di un adulto (e al rapporto con uno psicoanalista degli adulti). Anche quando un uomo o una donna pensano di conoscersi, infatti, possono sempre scoprire qualcosa di nuovo di sé parlando con altri, se hanno la fortuna di trovare un interlocutore attento ad accogliere e “sentire insieme”. A maggior ragione se ciò che si prova è opaco a se stessi.

O, meglio ancora, possiamo affermare che il poter dare voce, anche in modo indiretto, a ciò che si sente, se si viene ascoltati empaticamente e si viene rispecchiati, fa sì che ciò che si sente, appunto, venga messo in forma, divenga pensiero e vada a costituire la mente. Per effetto dell’ascolto la mente si espande e viene abitata, per così dire, in tutte le sue stanze, addomesticata (da “domus”), resa cioè più intima e familiare.

[1] Cassardo C., Il mito e l’impegno poetico nella clinica di Dina Vallino, in  Borgogna F., Maggioni G., (a cura di) Una mente a più voci. Sulla vita e sull’opera di Dino Vallino, Mimesis, Milano-Udine, 2017, p. 87.

[2] Ibidem, p. 88. La citazione così continua: “Siamo qui, in pieno, nel campo delle nuove cornici teoriche relative alla mente […] secondo le quali la mente non è un fenomeno individuale ma il frutto di un incontro; non si costituisce – ossia – da sé o “in assolo”, ma si costruisce per forza in due, o anche in più di due.”

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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