SINTONIZZAZIONE EMOTIVA parte prima

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Si parla tanto della necessità che i genitori si sintonizzino emotivamente con i figli, cioè siano in grado di sentire empaticamente dentro di sé le loro emozioni, di accoglierle, rispecchiarle, per poi, modularle affinché non sovrastino, disorganizzandola, la mente dei bambini e la loro capacità di elaborazione.

Ma la sintonizzazione emotiva concretamente cos’è?

Le parole di Daniel Pennac tratte dal suo meraviglioso racconto per bambini L’occhio del lupo mi sembrano in grado più di qualsiasi spiegazione teorica di mostrare di cosa si tratta. Andiamo dunque a leggerle.

I

“Il ragazzo è immobile, ritto davanti al recinto del lupo. Il lupo va e viene. Gira in lungo e in largo senza mai fermarsi. ‘Che scocciatore, quel tipo…’
Ecco quel che pensa il lupo. Sono ormai due ore che il ragazzo sta davanti alla rete piantato lì come un albero gelato, a guardare aggirarsi il lupo.
‘Che vuole da me?’
Questo si chiede il lupo. Quel ragazzo lo turba. Non lo spaventa (un lupo non ha paura di niente), ma lo turba.
‘Che vuole da me?’
Gli altri bambini corrono, saltano, gridano, piangono, fanno la linguaccia al lupo e nascondono il viso nella gonna della mamma. […] Ma quel ragazzo lì, no. Rimane in piedi, immobile, silenzioso. Solo i suoi occhi si muovono: seguono il viavai del lupo, lungo la rete.
‘E che, non ha mai visto un lupo?’
Dal canto suo, il lupo non riesce a scorgere il ragazzo che una volta su due. Perché non ha che un occhio, il lupo. Ha perduto l’altro lottando contro gli uomini, dieci anni fa, il giorno che fu catturato. All’andata dunque (se quella si può chiamare andata), il lupo vede lo zoo tutto intero, con le sue gabbie, i bambini che impazzano e, in mezzo a loro, quel ragazzo del tutto immobile.
Al ritorno (se quello si può chiamare ritorno), il lupo non vede che l’interno del recinto. Un recinto vuoto, perché la lupa è morta la settimana passata. Un recinto triste, con la sua unica roccia grigia e il suo albero morto. Poi il lupo fa dietrofront, ed ecco lì di nuovo il ragazzo, col respiro regolare che emana vapore bianco nell’aria fredda.
‘Si stancherà prima di me’ pensa il lupo continuando il suo andirivieni.
E aggiunge: ‘Sono più paziente di lui’.
E aggiunge ancora: ‘Io sono il lupo’.

II

Ma il mattino dopo, svegliandosi, la prima cosa che il lupo vede è il ragazzo, in piedi davanti al recinto, sempre nello stesso punto. Per poco, il lupo non è trasalito.
[…]
‘Che ho da interessarlo tanto?’
[…] Gli secca porsi tutte quelle domande a proposito del ragazzo. Si era ripromesso di non interessarsi mai più agli uomini.
E da dieci anni mantiene la parola: non un solo pensiero per gli uomini, non un solo sguardo, niente.
[…] Trotta da mattina a sera […].

III

[…] il giorno dopo il ragazzo è sempre là. E il giorno seguente. E l’altro ancora. Così che il lupo è costretto a ripensare a lui.
[…]
‘Vuoi guardarmi? D’accordo! Anch’io ti guardo! Si starà a vedere…’
Ma c’è qualcosa che disturba il lupo; un particolare stupido: lui non ha che un occhio, mentre il ragazzo ne ha due. A un tratto il lupo non sa in che occhio del ragazzo fissare lo sguardo. Esita. Il suo unico occhio salta da destra a sinistra e da sinistra a destra. Il ragazzo non batte ciglio. Il lupo è maledettamente a disagio; per niente al mondo stornerebbe lo sguardo, di riprendere la marcia non se ne parla. Così il suo unico occhio impazzisce sempre più e ben presto, attraverso la cicatrice dell’occhio morto, spunta una lacrima. Non è dolore, è impotenza e collera.
Allora il ragazzo fa una cosa curiosa che calma il lupo, lo mette a suo agio. Il ragazzo chiude un occhio.
[…]”

Pennac, D., L’occhio del lupo, Salani Editore, Milano, 2016, pp. 7-16.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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I MAL SEGUITI AMORI

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“Di nodi d’oro e di gemmati ceppi

vede c’han forma i mal seguiti amori”.

Ariosto L., Orlando furioso, canto XXXIV

 

Quando Astolfo si reca sulla luna a cercare il senno perduto di Orlando, vi trova tutti i vizi, le illusioni e le cose responsabili delle follie degli umani, fra cui “i mal seguiti amori”, cioè gli amori infelici che hanno le sembianze ingannevoli di nodi d’oro e di gemmati ceppi.

Spesso gli amori infausti e folli sono, infatti, difficili da sciogliere, come ben si vede nelle separazioni conflittuali, e trattengono a lungo nel dolore, quasi gli amanti o anche gli innamorati illusi fossero costretti in ceppi che, tuttavia, paiono loro preziosi.

Quante persone fanno esperienza di amori saturi di dolore, maltrattanti o inaccessibili e che malgrado ciò o, paradossalmente, proprio in quanto tali, continuano a tenerli incatenati?

Ci sono sempre ragioni profonde di ordine psicologico per tutto questo e molti validamente si rivolgono  a psicoterapeuti o psicoanalisti per liberarsi dai suddetti nodi e ceppi.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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IL SENSO DI SOLITUDINE E DI NOSTALGIA DURANTE LE FESTE NATALIZIE

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“Il Natale di Harry

periodo: Natale

luogo: una stanza

Harry sta contando i suoi biglietti d’auguri

Quattro, cinque, sei. E basta. Tutto qui… però ne ho qualcuno dell’anno scorso… vediamo un po’.

(Guarda fra quelli dell’anno precedente)

Magari potrei aggiungerne un paio… Ma che ti viene in mente… è puerile … per fare più scena… ma chi se ne frega? Però così ha l’aria un po’ striminzita. Ti preoccupi di quel che può pensare la gente? L’hai detto. Qualcuno che magari ti viene a trovare e potrebbe pensare, povero Harry, a conoscenze stiamo maluccio? Sì, qualcosa del genere. Vedere i sei biglietti d’auguri e compatirti? Forse, sì, forse. Pensare cosa dev’essere la sua vita per avere così pochi biglietti d’auguri? Magari, ecco. Chi e che cos’è lui per il mondo? Il Natale è rivelatore… Se il tuo Natale vale zero spaccato è perché questo è quello che vali tu… e se non ricevi che sei miserabili bigliettini… Bah, il Natale sembra fatto apposta per farti sentire che non esisti… Il Natale è come una valanga che ti viene addosso … vorresti scappare, ma non c’è un buco dove nascondersi… Lo odio… Ma va’! E poi non è andata così male… direi che ho mantenuto la mia media. Ma se non ne arrivano più di sei è deciso: ne aggiungo due dell’anno passato … se non tre. Ha ha, e allora perché non caricarceli tutti quelli dell’anno scorso, no, anzi, quelli degli ultimi cinque anni, e crepi l’avarizia. Ha! Ha! Dio, Harry, come sei popolare! Perché lasciarli in un cassetto? Qualcuno è anche così carino. Sono ricordi. Schegge di memoria.”

Berkoff, S., Kvetch (Piagnistei). Il Natale di Harry. Acapulco, Gremese Editorep. 81.

Il monologo teatrale di Berkoff mette in scena il disagio che si può provare durante il periodo natalizio quando ci si sente soli. Il Natale simboleggia per eccellenza la festa della famiglia e dell’abbondanza affettiva: ma quando si è subìto un lutto o una perdita, si è in crisi di coppia, ci si sta separando, non si ha al momento un legame affettivo importante, oppure la propria rete sociale è scarna, si vive con fatica questa ricorrenza annuale. I riti sociali, poi, lo sfarzo e l’eccesso consumistico (che sta al posto della ricchezza affettiva, secondo uno scambio simbolico tipico nella società capitalistica), tutto lo sfolgorante luccichio del Natale, insomma, non fanno che sottolineare per contrasto la condizione, quando c’è, di desolante solitudine.

Harry, il protagonista della pièce di Berkoff, misura il valore di sé attraverso la sua popolarità. Oggi, al posto dei bigliettini natalizi, molti potrebbero contare le amicizie e gli auguri su Facebook o su altri social networks: la logica non cambia, quella del riscontro esterno per sentire di esistere. Il Natale, in ogni caso, sembra fatto apposta per denunciare anche pubblicamente la quantità di affetto da cui ci si sente circondati.

A volte, anche quando le cose tutto sommato non vanno tanto male, ma sono segnate dalla assenza di una gioiosa partecipazione, si può comunque provare una nostalgia dolorosa per quell’aurea di magia del Natale propria di quando si era bambini. “Non ritroverò mai più quel senso di protezione che avevo da piccola, quel senso di non dovermi prendere delle responsabilità e di attesa fiduciosa”: queste, all’incirca, le parole di una paziente. Altre volte, ancora, si può rivivere la delusione che si è sempre provata allora per qualche dinamica familiare che rovinava ogni aspettativa: “Mia madre era sempre capace di guastare i momenti di festa. Non ricordo un Natale in cui non sia riuscita a litigare con mio padre. Era eternamente insoddisfatta, la principessa sul pisello”, mi dice, più o meno, un altro paziente per il quale il Natale è l’emblema del clima familiare infelice e conflittuale.

Non è un caso se, di fatto, si riscontra un picco di richieste di psicoterapia nell’intorno di questo periodo di festa. Il malessere che si prova, e che cova magari in sordina in altri periodi dell’anno perché i ritmi concitati del lavoro lo coprono e nascondono, esplode senza più filtri e difese all’ombra delle decorazioni dell’albero.

Photo by Marisa Faioni

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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“ASSUMERE LA PROPRIA STORIA” IN TEMPI POSTMODERNI

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“Spesso, ci sentiamo impotenti di fronte alla confusione di questi tempi: una tale congerie di eventi e di esperienze, apparentemente incontrollabili, che bisogna vivere, tentare di capire e, se possibile, ordinare; ma non dobbiamo ritirarci, se abbiamo qualcosa, anche poco, da offrire, altrimenti, rischiamo di sminuire la nostra umanità.”

Da Bernard Malamud, L’uomo di Kiev, Einaudi, 1968, p.136.

È interessante che queste parole non siano state scritte oggi, ma nel 1968, in un periodo cioè di forti cambiamenti socio-politici, all’interno di un romanzo ambientato in tempi ancora antecedenti, nella Russia zarista, una manciata di anni prima della Rivoluzione di ottobre.

Credo ci si possa riconoscere in quella sensazione di impotenza e confusione e – aggiungerei – di grande incertezza descritta dall’autore citato.

L’esortazione a non ritirarsi e a contribuire, come ogni esortazione, può farci sentire in difetto laddove non si riesca a seguirla. Il ritirarsi nel chiuso del proprio mondo privato, il sentirsi e dichiararsi vittima di un destino che sfugge di mano, a me sembra siano oggi tentazioni molto forti. Del resto, spesso non si sa bene cosa davvero possiamo fare per cambiare la nostra sorte, individuale e collettiva. Le parole in chiusura di Malamud, di nuovo, ci indicano una via per emergere dall’impotenza: “Una cosa ho imparato, pensò Yakov. Non esiste, un uomo non politico, specialmente un ebreo. Non puoi essere l’uno senza essere l’altro, è chiaro” [1].

Non so se interpreto correttamente il pensiero di Malamud, posso solo fornire la mia personale lettura che non pretende assolutamente di essere né di critica letteraria né politica in senso stretto. Malamud, a me sembra, esorta ad “assumere la storia del proprio tempo”, per non esserne vittima. Nel romanzo, che si ispira a una vicenda vera accaduta nel 1913, una vicenda di antisemitismo e di ricerca del capro espiatorio in un periodo in cui stanno maturando profondi cambiamenti, il protagonista è oggettivamente una vittima poiché subisce un’accusa e una punizione ingiusta e crudele solo perché ebreo. Eppure esce a testa alta, rileggendo il proprio destino personale dentro un flusso storico per riacquistare la propria libertà di pensiero, la propria libertà interiore.

Quando affermo che “prendere su di sé la nostra storia personale e sociale” ci restituisce libertà e minor senso di impotenza, intendo dire che, non potendo modificare né il passato né, da soli, il flusso della grande Storia in cui siamo immersi, possiamo però cercare di comprenderli, di dare loro un senso per trascenderli, per ritrovare il valore simbolico dei nostri gesti ed evitare di subire passivamente ogni potere. Certamente, non è facile capire cosa ci stia accadendo intorno mentre si è immersi nelle vicende del presente, senza una distanza prospettica, ma anche solo il provare a interrogarci in proposito, inseguendo una visione che si allarghi rispetto al “nostro ombelico”, può aiutare. Provare a decentrarci, insomma.

In fondo, anche alla fine di un percorso psicoanalitico si arriva ad accettare la propria storia, ma non in termini passivi: si arriva, anzi, a non sentirsi più una vittima priva di qualsiasi possibilità di incidere. Il poter rintracciare le matrici transgenerazionali che agiscono in noi, permette di emanciparsene; ampliare l’angolo visuale rispetto a noi stessi per ricomprendere chi ci ha generato e per concepirlo a sua volta figlio di una storia, ci mette in prospettiva. Anziché pensarci come oggetto di intenzioni malevoli, del fato o delle persone vicine, possiamo vederci parte di un processo più ampio di cui siamo solo un piccolo tassello e, per quanto paradossale possa sembrare, ciò ci restituisce il potere di pensare più in grande e di agire, per esiguo che possa residuare quel potere.

[1] Malamud, B., L’uomo di Kiev, Einaudi, 1968, p. 259.

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LA MEMORIA AUTOBIOGRAFICA MUTA NEL TEMPO PORTANDO A NARRAZIONI DIFFERENTI.

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“[…] ogni volta che volgo lo sguardo al passato mi accorgo che è mutato di nuovo. Uno scenario sparisce, oppure si aggiunge un altro racconto.”

Hakan Günday,  Ancóra, Marcos Y Marcos, 2016, Milano, p. 20.

La memoria autobiografica non è come un processo di trascrizione fedele di dati registrati oggettivamente e quindi salvati nel file di un computer; allo stesso modo il ricordo non è il ripescaggio ogni volta uguale degli eventi passati così come effettivamente si sono prodotti.

Quando assistiamo a dei fatti, la loro stessa percezione e la loro traccia mnestica sono influenzate dal nostro mondo interiore, fatto di emozioni, motivazioni, rappresentazioni mentali e strumenti conoscitivi a disposizione in quel momento, nonché dall’attribuzione di senso che deriva dalle variabili appena elencate e dalle esperienze pregresse che il particolare contesto in cui quegli eventi si sono verificati ha portato in primo piano nella mente. Solo a titolo di  esempio, posso ipotizzare che sarà diverso lo stato mentale con cui reagirò se assisto a una rapina o se guardo una scena di gioco fra bambini (tuttavia non necessariamente diverso come apparirà alla fine di questo capoverso); ma la mia reazione sarà anche sicuramente differente da quella di chiunque altro in ragione di come quelle scene saranno specificamente vissute e integrate nella mia mente. La violenza della rapina mi può scioccare in modo variabile a seconda dell’età che ho e delle esperienze precedenti: se nella mia storia ho già assistito a situazioni violente in casa, per esempio, è possibile che quella scena mi turbi in modo differente rispetto al caso in cui io non abbia mai subito traumi da violenza. Determinante nell’elaborare quei fatti, nuovi o antichi, in un modo o in un altro, sarà anche la circostanza che io abbia o abbia avuto la possibilità di condividere le mie emozioni di paura parlando con qualcuno capace di accoglierle. Parimenti, la scena di gioco fra bambini potrà suscitare differenti vissuti a seconda che mi richiami, sempre per fare soltanto un esempio, qualche ricordo gioioso o la malinconia di quando mio figlio era piccolo o il desiderio di abbandonarmi ancora a tanta libera creatività che ora non posso più esprimere per qualche motivo o, ancora, il senso di allarme che magari provavo da bambino per il clima di violenza che si respirava in famiglia alla presenza di un padre spesso ubriaco dalle reazioni imprevedibili. L’angoscia allora potrebbe essere non molto dissimile da quella che potrei provare in presenza della rapina.

Non solo la percezione e registrazione dei fatti sono dunque influenzate dal contesto attuale e dalla storia pregressa, anche la rievocazione del ricordo è condizionata dalla situazione del momento. Sarà capitato a tutti di riscontrare come certi episodi della propria vita assumano colorazioni emotive differenti e siano arricchite più o meno di dettagli o sfumature diversi in momenti diversi. Accade spesso che quando si diviene genitori, per esempio, si modifichi il modo di vivere e ricordare certi aspetti della relazione con i propri genitori. Non si tratta solo di interpretazioni differenti dei medesimi fatti trascorsi, ma proprio del ricordare in modo diverso e del connettere i ricordi in narrazioni differenti. A volte, letture nuove di relazioni passate conducono a far emergere ricordi sepolti nella propria mente da chissà quanto che ora possono entrare a far parte di una rete semantica. Altre volte certi ricordi tornano a galla perché richiamati da qualche pensiero inedito o episodio di adesso e vanno ad arricchire il proprio racconto autobiografico.

La memoria autobiografica è, insomma, un processo ricostruttivo influenzato dallo stato mentale, caratterizzato da emozioni, cognizioni, modalità di reazione proprie, che il contesto presente elicita. E poiché ogni specifico stato mentale si è sviluppato nel corso della propria personale storia in funzione dei rapporti con l’ambiente e degli altri significativi, possiamo dire che la memoria autobiografica è una funzione anche adattiva che intreccia, ogni volta in modo specifico, il qui e ora e il passato.

Si riscontra regolarmente che la memoria autobiografica si modifica durante il percorso psicoanalitico o psicoterapeutico ad orientamento analitico e che le narrazioni si fanno via via più ricche, articolate e coerenti.

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LA FORZA DELLE DOMANDE E IL RISCHIO DELLE INTERPRETAZIONI PSICOANALITICHE

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“Mi spiegava con grande insistenza che ogni domanda possedeva una forza che la risposta non conteneva più…”

Elie Wiesel, La notte, Editrice La Giuntina, Firenze, 1980, p. 12

Almeno nell’ambito della indagine della mente umana, le risposte possono perdere in parte la forza delle domande da cui scaturiscono perché rischiano di saturare con la loro attitudine alla certezza e la loro parzialità il campo dell’indagine stessa. I prodotti della mente presentano infatti una ambivalenza e una densità di significati, come ben dimostrano i sogni, che li rendono suscettibili di venire letti attraverso più chiavi non necessariamente coerenti. La complessità dei prodotti mentali – che si tratti di comportamenti, pensieri, fantasie, sogni, artefatti artistici, ecc. – discende inoltre dal fatto che si collocano sempre dentro una relazione con un interlocutore in carne e ossa o interiorizzato: pertanto coinvolgono, nel loro significato, anche il ricevente o destinatario degli stessi.

Per questo le interpretazioni in un percorso psicoanalitico possono congelare l’esplorazione e ostacolarne ulteriori sviluppi soprattutto se “calate dall’alto” come se avessero carattere di oggettività,  senza la disponibilità da parte dell’analista di farle a loro volta oggetto con il paziente di ulteriori domande e riflessioni in quanto esse stesse espressione della relazione analitica [1].

[1] Si veda il concetto di interpretazione di secondo livello in Diego Napolitani, Ethos ed Eros, in Rivista Italiana di Gruppoanalisi, n. 1-2 ’89.

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LA “SCADENZA SOCIALE” DEL LUTTO

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“È un altro degli inconvenienti del subire una disgrazia: per chi la soffre gli effetti durano molto di più di quel che dura la pazienza di quanti si mostrano disposti ad ascoltarlo e a stargli vicino, l’incondizionalità non è mai molto durevole se si tinge di monotonia. E così, presto o tardi, la persona triste rimane da sola quando ancora il suo lutto non è concluso o non le è più consentito di parlare oltre di quello che è ancora il suo unico mondo, perché quel mondo angoscioso risulta insopportabile e allontana. Si rende conto che per gli altri qualunque disgrazia reca una data di scadenza sociale, che nessuno è fatto per contemplare il dolore, che tale spettacolo è tollerabile soltanto per un periodo breve, finché vi è ancora commozione e lacerazione e una certa possibilità di protagonismo per quelli che guardano e assistono, che si sentono imprescindibili, salvatori, utili. Ma nel verificare che niente cambia e che la persona in questione non avanza e non riesce ad emergere, si sentono frustrati e superflui, la prendono quasi come un’offesa e si ritirano: <<Forse non le basto? Come mai non ne viene fuori, pur avendo me accanto? Se non riesce a risollevare la testa, che affondi o sparisca>>. E allora l’avvilito fa proprio questo, si ritrae, si assenta, si nasconde.”

Marías, J., Gli innamoramenti, Einaudi editore, Torino, 2012, 2013, 2014, pp. 60-61

Penso che molte persone che hanno subito un lutto potrebbero raccontare la loro esperienza di condivisione del dolore per la morte di una persona cara nei termini magistralmente e implacabilmente descritti dallo scrittore spagnolo Javier Marías. Alcune potrebbero anche testimoniare persino un abbandono di amici o parenti che si credevano importanti nei momenti critici fin dalle fasi iniziali del lutto o della malattia che ha condotto a quello.

Il dolore profondo e la morte sono esperienze da cui ci si ritrae facilmente, perché troppo minacciose e, appunto, intollerabili a lungo. Viviamo, inoltre, in un’epoca in cui, almeno in Occidente,  la morte è bandita dal discorso collettivo, come fosse uno scandalo, non una realtà connaturata alla vita [1]. Ciò non aiuta a simbolizzare e superare l’esperienza del lutto.

La solitudine che si prova nel dolore, inevitabile in sé per la perdita che si è subita e aggravata dall’allontanamento delle altre persone care intorno, può essere elaborata emotivamente in un percorso psicoterapeutico. Ciò risulta particolarmente utile quando i sensi di colpa associati alla morte siano particolarmente disturbanti.

Una buona elaborazione della perdita conduce a ritrovare la presenza della persona morta come un interlocutore interno importante che lenisce la sua mancanza nella realtà quotidiana, a sentirla dentro di sé come una presenza che riscalda e non come un vuoto incolmabile.

[1] Appare significativo che nel passaggio dal DSM-IV, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, ovvero la “bibbia” della Società americana di psichiatria in materia di diagnosi, alla versione successiva del 2013, vi sia una maggiore patologizzazione del lutto. Nel DSM-V è affidato solo ad una nota la differenziazione dei sintomi fra Depressione Maggiore e il lutto. Quest’ultimo, nel DSM-V, non è sufficiente ad escludere una diagnosi di depressione maggiore, anche oltre i primi 2 mesi successivi alla perdita. Una flessione del tono dell’umore entro un intervallo di queste dimensioni era invece considerata fisiologica nel DSM-IV.

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Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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