IL CAVALLO E IL PRONOME IN TERZA PERSONA: TRA SOGGETTO E OGGETTO DELLA NARRAZIONE

 

snoopy sogni

 

“Cosa c’entra il cavallo col pronome di terza persona? Algirdas Julien Greimas, che non amava parlare a sproposito, ripeteva spesso che si tratta delle due più azzeccate invenzioni della specie umana [più che il cavallo, l’asservimento del cavallo], poiché, a ben vedere, hanno svolto nel tempo la medesima funzione antropologica: quella di distaccare l’ominide dalla sua condizione cosiddetta naturale, cioè bestiale, permettendogli di accedere alla sfera della cultura, della socialità, della simbolizzazione. Laddove l’asservimento dell’equino, con buona pace degli odierni animalisti, ha aiutato nel lavoro e nei trasporti, innalzando di parecchio la qualità del vita umana, l’egli ha permesso di parlare di qualcosa che non è lì mentre si parla, che è supposta esistere a prescindere da chi, al contrario, la sta esprimendo. Come dire che, se il cavallo ha prodotto qualcosa come la soggettività, la terza persona ha reso possibile l’oggettività. Che non è poco.”

Marrone, G., Algirdas Greimas. Del senso in esilio, Doppiozero, 23 giugno 2017

Lo studioso cui si fa riferimento nell’articolo è il linguista e semiologo lituano Algirdas Greimas che rinviene nella narrazione ogni atto di attribuzione di senso. Come del resto è con la stessa narrazione che egli fa collegando il cavallo al pronome in terza persona che ricostruisce una specifica visione della storia dell’umanità, della nostra storia.

Potremmo dire, in effetti, anche dal punto di vista psicologico, che l’uomo si muove oscillando nello spazio fra il soggetto e l’oggetto, fra il divenire soggetto partendo dall’essere l’oggetto del racconto di qualcun altro per arrivare a distinguersene, almeno in una certa misura, come in una certa misura rende l’altro l’oggetto del proprio racconto e in un’altra, se va bene, lo concepisce esistente come soggetto altro da sé, e quindi non coincidente con la propria narrazione su di lui. In ogni caso il soggetto non può nascere senza prima essere oggetto e senza l’oggetto (variamente avvertito) con cui è in relazione (una relazione narrabile).

Anche il narrare richiede, infatti, almeno un soggetto e un oggetto, perché narrare vuol dire mettere in relazione, in una relazione specifica, anziché in un’altra.

Come continua l’autore dell’articolo citato: “Ogni nostra azione, ogni cosa che ci accade, ogni evento piccolo o grande della nostra vita hanno senso se e solo se stanno in una qualche serie narrativa, là dove ogni soggetto, individuale o collettivo, va in cerca di oggetti che sono carichi di valori: i valori, appunto, delle nostre esistenze, quelli che inseguiamo perché hanno per noi un qualche senso, una qualche importanza, regalandoci anche per lo spazio di un attimo quel demone che ci opprime e che si chiama identità. Non siamo altro che l’esito delle storie che ci accade di vivere, ripeteva Greimas – dando alla pratica dello storytelling uno spessore e un’ampiezza straordinariamente più grandi di quello dei suoi odierni teorici.”

Il percorso fra oggetto e soggetto e fra soggetto e oggetto si dà attraverso la narrazione. Penso al peso delle narrazioni e dei miti familiari [1] sulla immagine che si ha di sé e della propria identità e ruolo; così come mi viene in mente che il percorso psicoanalitico porta a trasformazioni della personalità anche attraverso la de-costruzione dei miti familiari, in quanto verità subìte, attraverso narrazioni di senso condivise, co-costruite, dove il paziente diviene autore.

[1] “Il mito familiare può essere definito come una griglia di lettura della realtà, in parte ereditata dalle generazioni passate, in parte creata nella generazione attuale, che assegna a ciascun membro della famiglia un ruolo e un destino specifici. E’ un concetto usato per descrivere le credenze che la famiglia ha di sé, che si compone di immagini e leggende che contribuiscono a creare il senso di identità della famiglia stessa. I miti, benché falsi e illusori, sono accettati da tutti, anzi hanno qualcosa di sacro e tabù che nessuno oserebbe sfidare. Infatti per ogni famiglia i propri miti rappresentano la verità.”, come ci dice Cecilia Coccia in http://www.psicologiarelazionale.org/letture/mito-familiare.html.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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SCOPRO COSA PROVO SE NE PARLO CON QUALCUNO

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Balatresi, Napoli

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2015/04/11/foto/sguardi_che_s_incrociano_inchiostro_e_dolcezza_nelle_opere_di_balatresi_a_palazzo_reale-111710522/1/#1

PSICOANALISI COME NARRAZIONE CONDIVISA

“[…] un bambino  – e poi un adulto – può scoprire cosa sta provando solo se ha l’occasione di parlarne con qualcuno. Ma non nel senso di parlare volutamente di cosa sta provando, poiché in questo caso lui, il bambino [e poi l’adulto] sarebbe allora già in grado di sapere che “il che cosa gli capita” è un’emozione, che è sua. Nel senso, invece, del mettersi a parlare con qualcuno che abbia in mente la psiche come storia, che abbia in mente il fatto che qualunque cosa il piccolo si metta a dire o a fare, quella cosa è un modo per spiegare come sta. Qualcuno – cioè – che sappia invitare con sensibilità “il piccolo” [e poi l’adulto] a non aver paura di cosa gli capita nella testa e a scoprire che questa cosa non è interessante solo per lui, ma può essere apprezzata da un altro.” [1]

Detto in altri termini:

“[…] una psiche esiste solo se “avviene” una storia che la possa raccontare e se c’è qualcuno a cui rivolgersi mentre prende forma”. [2]

Queste citazioni si riferiscono al farsi della mente di un bambino e al rapporto con uno psicoanalista dei bambini (ma potremmo dire più in generale con un adulto – genitore o care-giver che sia – “attento”).

Le parole dell’autore, peraltro, si potrebbero senz’altro estendere anche alla mente di un adulto (e al rapporto con uno psicoanalista degli adulti). Anche quando un uomo o una donna pensano di conoscersi, infatti, possono sempre scoprire qualcosa di nuovo di sé parlando con altri, se hanno la fortuna di trovare un interlocutore attento ad accogliere e “sentire insieme”. A maggior ragione se ciò che si prova è opaco a se stessi.

O, meglio ancora, possiamo affermare che il poter dare voce, anche in modo indiretto, a ciò che si sente, se si viene ascoltati empaticamente e si viene rispecchiati, fa sì che ciò che si sente, appunto, venga messo in forma, divenga pensiero e vada a costituire la mente. Per effetto dell’ascolto la mente si espande e viene abitata, per così dire, in tutte le sue stanze, addomesticata (da “domus”), resa cioè più intima e familiare.

[1] Cassardo C., Il mito e l’impegno poetico nella clinica di Dina Vallino, in  Borgogna F., Maggioni G., (a cura di) Una mente a più voci. Sulla vita e sull’opera di Dino Vallino, Mimesis, Milano-Udine, 2017, p. 87.

[2] Ibidem, p. 88. La citazione così continua: “Siamo qui, in pieno, nel campo delle nuove cornici teoriche relative alla mente […] secondo le quali la mente non è un fenomeno individuale ma il frutto di un incontro; non si costituisce – ossia – da sé o “in assolo”, ma si costruisce per forza in due, o anche in più di due.”

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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IL SINTOMO COME UN FILE COMPRESSO

Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle). Sofferenza psichica
Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle), 1930, visibile in Villa Necchi Campiglio, Milano, proprietà FAI, Fondo Ambiente Italiano

A volte i pazienti manifestano il desiderio di liberarsi con urgenza di un sintomo, di evacuarlo, per così dire: chiedono una soluzione veloce e indolore per alleggerirsi dal loro gravame angosciante. Come non comprendere la loro esigenza? Solo, non si tratta di un desiderio realizzabile – tutto qua – non, almeno, con quella modalità.

Mi viene alla mente una metafora: il sintomo come un file compresso che va ri-espanso per ritrovare il senso che contiene. Per decomprimerlo va ri-connesso al proprio mondo interno attraverso la rete associativa di fantasie, emozioni, pensieri, ricordi, immagini di sé e degli altri di cui naturalmente fa parte, con l’aiuto dello psicoterapeuta. Invece di  voler semplicemente cestinare il sintomo nella forma aggrovigliata con la quale si presenta, occorre riappropriarsene come qualcosa che effettivamente appartiene a sé, denso di un senso che va tuttavia sviluppato, da avviluppato che era; come qualcosa che finalmente possa essere narrato, perché non più winzippato, e riconosciuto emergente dalla propria storia di bisogni e relazioni: solo questo percorso consente di svuotare il sintomo della sua carica inquietante e, infine, di eliminarlo.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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PROFONDITÀ

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Le profondità dell’inconscio: al di sotto di ciò che compare

Photo by Martin Wilson

Quando si parla di psicoanalisi si usa, non a caso, anche la terminologia “psicologia del profondo”. La psicoanalisi o la psicoterapia ad orientamento psicoanalitico mira a far emergere anche le motivazioni dei nostri comportamenti di cui siamo al momento inconsapevoli. Per questo la profondità può essere presa come una delle metafore della psicoanalisi.

Freud ha individuato nella psicoanalisi la terza rivoluzione nella storia delle scienze che dopo quella copernicana e darwiniana ha inflitto ferite narcisistiche facendo vacillare lo statuto speciale che l’uomo si era conferito precedentemente: grazie a Copernico e alla sua teoria eliocentrica l’uomo non è più al centro dell’universo; grazie a Darwin l’uomo non è più a immagine e somiglianza di Dio, ma discende dalle scimmie; grazie al fondatore della psicoanalisi l’uomo ha scoperto di non essere padrone della propria coscienza, per la potenza dell’inconscio che condiziona il soggetto a sua insaputa.

Come eredità ulteriore del pensiero freudiano, si è abituati a pensare che l’inconscio sia un ribollire infernale degli istinti più bassi o delle pulsioni sessuali e aggressive più incontrollate, e in molti tendono ad avere di conseguenza paura di scoprire chissà cosa mai si agita nelle proprie profondità, per rimanere nella metafora.

Ma nell’inconscio rimangono spesso intrappolati la creatività ed aspetti di noi censurati che, se viceversa venissero accolti, permetterebbero di raggiungere equilibri migliori, di integrare la personalità rendendola ricca e articolata e  di fare delle scelte più consapevoli quando siamo mossi da spinte interne contraddittorie.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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LA CATÀBASI, OVVERO LA DISCESA FRA LE OMBRE

“Dante e Virgilio all’Inferno”, di William-Adolphe Bouguereau (dettaglio di Dante e Virgilio), 1850, Musée d’Orsay, Parigi
“Dante e Virgilio all’Inferno”, di William-Adolphe Bouguereau (dettaglio di Dante e Virgilio), 1850, Musée d’Orsay, Parigi

Il percorso psicoanalitico può essere paragonato all’esperienza della catàbasi, la discesa nell’Oltretomba alla ricerca dei propri cari, cantata tante volte in letteratura a partire dall’Odissea fino ad arrivare alla Divina Commedia [1]. E come in quest’ultima Dante è accompagnato dalla guida di Virgilio, così il paziente è accompagnato dall’analista a rivisitare il luogo delle proprie origini e delle proprie ombre, per poter riemergere alla fine alla superficie del presente, cambiato dall’esperienza fatta in sé e per sé e dall’aver esperito una relazione di profonda condivisione e di confidente sicurezza.

Il viaggio negli Inferi è funzionale a ritrovare la propria identità [2], è un viaggio iniziatico. Ulisse discende nell’Ade (XI canto dell’Odissea) per conoscere il destino che gli spetta: vuol sapere da Tiresia quando finalmente raggiungerà Itaca. È proprio grazie all’incontro con gli affetti più cari – la madre Anticlea e i compagni di guerra, Agamennone, Aiace e Achille – per quanto ormai ombre, che Ulisse ha la possibilità di soffermarsi sul passato per guardare al futuro consapevolmente [3].

L’analista deve incoraggiare il paziente alla discesa, rischiare di perdersi insieme a lui fra le sue ombre, come deve aver già rischiato di fare fra le proprie in una sua precedente catàbasi [4], per poi confortarlo rispetto alla paura di non riuscire a tornare ed effettivamente riaccompagnarlo fuori: tornare vuol dire emergere dall’angoscia delle sue parti oscure dopo averle visitate, altrimenti esse saranno costrette a rivivere in eterno la medesima pena. Il paziente, dal canto suo, deve comunque metterci impegno nella discesa e rinunciare ad una illusoria risoluzione del male senza il proprio ingaggio [5].

I pazienti si lamentano, a volte, di ritrovarsi nel corso dell’analisi a dolersi sempre delle medesime questioni – ciò che invero è inevitabile – e interpretano la cosa come se non stessero facendo progressi. Al contrario, io credo fermamente che sia solo vivendo e rivivendo in analisi quelle situazioni emotive che ci hanno fatto soffrire, ma questa volta in modo per così dire assistito dall’analista che accoglie e aiuta a rimodulare l’esperienza, che possiamo emergere rinnovati. Purtroppo non conosco scorciatoie, ma è anche vero che, per esperienza, posso certificare che di volta in volta la discesa negli Inferi si fa meno paurosa e meno dolorosa, si acquisisce sempre più fiducia nella capacità di fare ritorno rinvigoriti e si fa via via più corta la durata della catàbasi.

Non è, infatti, solo la ripetizione pregressa di esperienze negative ad aver provocato un effetto vizioso, scavando i solchi della sofferenza in cui si continua ad inciampare, è anche, viceversa, la ripetizione di esperienze positive di accoglienza e di sicurezza affettiva, mentre si affrontano i propri spettri, a divenire virtuosa tanto da far sviare da quei solchi.

[1] Si tratta in effetti di un tòpos letterario della cultura sia greca sia latina. Si pensi, nella mitologia greca, anche alla discesa negli Inferi compiuta da Eracle, da Dioniso, da Orfeo e da Teseo insieme all’amico Piritoo, e nella letteratura latina, a quella di Enea che ritrova Didone e il padre Anchise, cantata da Virgilio. Nella letteratura italiana delle origini, poi, spicca ovviamente la Divina Commedia con il viaggio di Dante nell’Inferno, nella prima cantica, accompagnato da Virgilio. Ma a ben vedere, il motivo topico della catàbasi si ritrova anche più anticamente, per esempio, nella epopea mesopotamica di Gilgamesh e nella saga egizia di Iside.

[2] Dioniso, secondo una versione del mito, si cala nell’Oltretomba per ritrovare la propria identità divina.

[3] Interessante è l’esortazione che Anticlea pronuncia rivolta al figlio Ulisse, dopo che questi si dispera di non riuscire ad abbracciarla e dopo avergli spiegato la condizione propria delle anime private del corpo: “Ma tu cerca al più presto la luce; però tutto qui/ guarda, per raccontarlo poi alla tua donna!”, come se la consapevolezza piena venisse dal racconto che si fa ad altri di ciò che si vede.

[4] Non a caso Virgilio aveva scritto nel libro VI dell’Eneide della discesa di Enea negli Inferi: se partiamo dal presupposto dell’identificazione fra scrittore e personaggio – come peraltro avviene esplicitamente fra Dante scrittore e Dante protagonista della Divina Commedia – è come se Virgilio fosse sceso lui stesso nell’aldilà e per questo fosse in grado poi di fare da guida sicura a Dante. È ciò che, del resto, egli stesso dichiara davanti la porta di Dite, nel quinto cerchio dell’Inferno, ovvero di conoscere la strada verso il regno dei morti (canto IX, vv. 19 e ): “Ver è ch’altera fiata qua fui” e “ben so’l cammin; però ti fa sicuro”. E quanto al rischio di perdersi, è proprio in questo canto che Virgilio manifesta, unica volta, una esitazione e un’ansia, impallidendo e cambiando discorso, denunciando così nel suo stesso smarrimento la sua natura umana anche nel ruolo di guida sicura (vv. 1-3: “Quel color che viltà di fuor mi pinse/ leggendo il duca mio tornare in volta,/ più tosto dentro il suo novo ristrinse.” e vv. 7-9: “<<pur a noi converrà vincere la punga>>,/ cominciò el, <<se non… Tal ne s’offerse./ Oh quanto tarda a me ch’alteri qui giunga!”).

[5] Più e più volte Dante è preso da sconforto e Virgilio lo incoraggia a non farsi travolgere da “viltade“. Nel secondo canto, ai vv. 127-131, Dante, dopo essere stato assalito dalla paura e dal dubbio circa la sua idoneità a intraprendere un tale viaggio nell’Inferno, appresa la risposta della sua guida che si dice inviato con tale ruolo da Beatrice, così racconta di essersi rinfrancato e deciso: “Quali fioretti dal notturno gelo/ chinati e chiusi, poi che ‘l sol li ‘mbianca,/ si drizzan tutti aperti in loro stelo,/ tal mi fec’io di mia virtude stanca, e tanto buon ardire al coro mi corse,/ […]”.

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IL VIAGGIO

psicoanalisi, psicoterapia come viaggio
Percorso psicoanalitico

 

Nei sogni sapienti dei pazienti, a simboleggiare il percorso psicoanalitico, che non a caso chiamiamo appunto percorso, compare spesso il viaggio.

Con i più disparati mezzi: in treno, in macchina, a piedi. Come una sorta di pellegrinaggio verso una meta ancora misteriosa, verso quella che si spera essere una iniziazione, dove finalmente trovare se stessi, dove finalmente poter indossare panni nuovi più confortevoli e della giusta misura.

Il procedere non è certo lineare, a volte è in salita, a volte è in discesa, a volte è accidentato, a volte è agevole. Ma comunque, il fardello sulle spalle che prima rallentava il passo e lo rendeva incerto, zoppicante, dubbioso di raggiungere la meta, ad un certo punto si riscontra essersi fatto più lieve e, per averci frugato dentro più volte, ci si è potuto persino trovare ramponi e picozze che non si sapeva di avere e che faciliteranno il resto del cammino nei passaggi più impervi.

Capiterà di incontrare per la via nuovi compagni di viaggio o di riscoprire quelli che già ci accompagnavano perché il nostro sguardo si sarà fatto più ampio e più acuto.

Anche per i più avventurosi il non conoscere in anticipo l’andamento e la meta sgomenta: “chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova” – dice un popolare adagio, che si potrebbe ben ripetere per tutto il tempo; ma ciò che va cambiando, man mano che si prosegue, è che si acquisisce fiducia nella capacità di attrezzarsi, di imparare dall’esperienza e di far fronte alle varie incognite come alla paura stessa.

Ed è così che si andrà scoprendo che il viaggio, in realtà, non si potrà mai dire del tutto compiuto, finché c’è vita; continuerà ben oltre gli incontri nella stanza d’analisi, perché la condizione dell’uomo è in sé quella del viandante, perché si continua a divenire (quando ciò non accade vuol dire, in verità, che qualcosa si è inceppato). Ma si sarà oramai anche scoperto che il bello è proprio l’andare, guardandosi intorno, e, con attitudine alla sorpresa, svoltare alla  curva successiva.

 

Photo by Marisa Faioni

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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