IO: MA IO CHI?

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Robert De Niro – Taxi driver “Stai parlando con me?”

Io:

chi, <<io>>? È proprio questo il problema, il vecchio problema: qual è questo soggetto dell’enunciazione sempre estraneo al soggetto del suo enunciato, di cui è per forza l’intruso, pur essendone per forza anche il motore, la leva o il cuore”

Da Nancy, J.L., L’intruso, Cronopio, Napoli, 2016, p. 13

Quando si parla di sé è possibile avvertire che ciò che si sta affermando non riesce ad afferrare  davvero l’essenza, come se le parole non fossero mai in grado di rappresentare appieno ciò che si affida loro, come se qualcosa di sé sfuggisse sempre, come se, appunto, ci fosse uno scarto fra l’Io che enuncia e l’Io che viene descritto. Questo scarto dipende forse da molteplici fattori: dal non conoscersi mai fino in fondo, dalla molteplicità degli stati del Sé, dal fatto che siamo corpo, che la mente è incarnata nel corpo, l’esperienza del quale risulta tuttavia per lo più ineffabile.

A proposito di quest’ultimo fattore, del rapporto cioè con il corpo, il filosofo Nancy, nell’opera da cui è tratta la citazione, riflette sulla esperienza del trapianto di cuore che ha subìto. In attesa del trapianto, la sintomatologia cardiaca lo costringe ad accorgersi di avere un cuore. Ecco ancora le sue illuminanti parole in proposito [1] :

“C’ero ancora, era estate, bisognava aspettare, qualcosa si staccava da me o qualcosa sorgeva in me dove non c’era nulla: nulla se non la <<propria>> immersione in me di un <<me stesso>> che non si era mai identificato come questo corpo e ancor meno come questo cuore e che all’improvviso cominciava a guardarsi. […] In che modo si diviene per se stessi una rappresentazione? E un montaggio di funzioni? e dove finisce l’evidenza muta e potente che teneva insieme tutto questo senza problemi?”

“L’evidenza muta e potente che teneva insieme tutto”, il corpo e la mente, appunto. E quando si cerca di tradurre questa evidenza muta e potente in parole ecco che si finisce con il mancare l’obiettivo, con il non centrarlo esattamente. Le parole si rivelano insufficienti e l’Io descritto sfuma nei suoi contorni.

[1] Ivi, p.15.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

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IL MILLEPIEDI CONFUSO E GLI EFFETTI COLLATERALI DELLA COMPLESSITÀ MENTALE

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mente caleidoscopica

“[…] siamo guidati da intenzioni complesse e multiformi di tre tipi diversi: alcune caratterizzate da autoconsapevolezza deliberativa, altre prive della nostra attenzione focale ma riconoscibili come coerenti con il nostro approccio conscio alla vita e altre ancora irriconoscibili e rinnegate dalla nostra agency cosciente. Non è una fortuna il fatto che l’uso delle nostre menti non necessiti di una tale attenzione focale, di un’autocoscienza così laboriosa? Sarebbe solo paralizzante. La complessità e l’efficacia della nostra attività richiede che noi generiamo molte delle nostre intenzioni non solo in modo conscio, ma anche in modo preconscio e inconscio. E così la sensazione soggettiva che le nostre intenzioni e i significati delle nostre attività siano tutti trasparenti è un’illusione efficace che consente alla nostra esperienza di essere più o meno continua. Diventare improvvisamente consapevoli della complessità e della molteplicità delle nostre intenzioni ci precipiterebbe nell’intricata situazione del leggendario millepiedi che, quando gli chiesero come riuscisse a coordinare le sue mille gambe per camminare, fu improvvisamente paralizzato dalla confusione.”

Mitchell, S., L’amore può durare? Il destino dell’amore romantico, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2003, pp. 135-136

Se è vero che rappresenta una grande fortuna il fatto che siamo in grado di dedicarci a molte attività mediante automatismi (preconsci), senza dovere cioè ogni volta porvi un’attenzione cosciente, esattamente come fa il millepiedi quando cammina, è altrettanto vero che l’esistenza di intenzioni “rinnegate dalla nostra agency“, quelle che non possiamo riconoscere come nostre (inconsce), può creare qualche non piccolo problema in termini di disagio, sintomatologie varie o inibizioni.

La nostra complessità mentale, insomma, è affascinante ed efficiente per molte cose ma può anche talvolta farci inciampare e cadere, quando produce un aspro conflitto fra intenzioni consce e intenzioni stabilmente inconsce.

Un percorso psicoanalitico o psicoterapeutico ad orientamento psicoanalitico consente di farsi carico di quelle situazioni in cui la complessità mentale si è tramutata in un ostacolo ai propri progetti, in termini di inibizioni e blocchi evolutivi, e al proprio benessere. Esso consente di costruire equilibri complessivi migliori fra le diverse intenzionalità e di recuperare e integrare quelle parti di sé – motivazioni, sentire, ricordi, pensieri – che erano state tagliate fuori dalla consapevolezza e quindi, in definitiva, di godere maggiormente, più efficacemente e in modo più responsabile, della propria complessità mentale.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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IL TEATRO DELLA MENTE: PLURALITÀ DEGLI STATI DEL SÉ E MECCANISMI DISSOCIATIVI NORMALI E PATOLOGICI

Narrativa e psicologia
Parole in prestito

“Si può […] paragonare la mente dell’uomo a un teatro di grandezza indefinita il cui proscenio è molto ristretto ma il cui palcoscenico diventa più ampio man mano che si allontana dal proscenio. Su questo proscenio illuminato c’è posto per un solo attore. Questi entra, si muove per un momento, e poi esce; ne arriva un altro, poi un altro, e così via… Tra la scena e il lontano retroscena, vi sono moltitudini di forme oscure che possono essere richiamate sul palcoscenico […] e tra queste folle di attori hanno luogo incessantemente ignote evoluzioni”. [1]

Il paragone effettuato da Hippolyte Taine nel XIX secolo fra mente e teatro si attaglia piuttosto bene alla concezione psicoanalitica relazionale secondo cui la prima è costituita, in ragione di meccanismi dissociativi, da differenti stati del Sé – cioè nuclei della personalità che organizzano coerentemente i sentimenti, i pensieri, i ricordi, le modalità di relazionarsi e le rappresentazioni di Sé e degli altri – che si alternano nella vita cosciente (il proscenio) dove sono di volta in volta vissuti come “Io”.

Per meglio comprendere, possiamo affermare che i meccanismi dissociativi operano normalmente nella ordinaria vita di tutti i giorni al fine di selezionare le configurazioni mentali più adatte di volta in volta allo specifico contesto e compito in cui e per cui l’individuo si trova ad agire; si tratta dunque di meccanismi adattativi, che consentono al contempo di attivare i modi di essere più funzionali alle circostanze e di preservare un senso di continuità di sé malgrado la pluralità degli stessi.

“Una relazione flessibile fra stati del Sé attraverso l’uso della dissociazione normale è ciò che permette ad un essere umano di affrontare le richieste sempre mutevoli della vita con creatività e spontaneità; è ciò che conferisce a un individuo la straordinaria capacità di negoziare tra carattere e cambiamento: di rimanere cioè se stesso nel cambiamento” [2].

Accanto ai meccanismi ordinari esiste, poi, la struttura dissociativa patologica che insorge in presenza di traumi: essa si caratterizza per  una “rigida balcanizzazione dei vari aspetti del Sé” [3] alcuni dei quali risultano come segregati, ma non per questo non in grado di produrre effetti psicologici. Le difficoltà che si creano in presenza di tale struttura di personalità stanno nel fatto che gli affetti e i bisogni di cui sono portatori quegli stati del Sé segregati non sono negoziabili con quelli degli altri stati perché non in relazione fra loro, ma appunto dissociati. Ne seguiranno comportamenti contraddittori, oscillazioni consistenti nei modi di essere, e, talvolta, un vissuto di incoerenza o di perdita di unitarietà.

Come si vedrà nel prossimo post, esistono vari tipi di traumi in grado di produrre effetti dissociativi.

Attraverso un percorso psicoanalitico diviene possibile reintegrare la personalità senza perdere la ricchezza delle sue articolazioni interne per ristabilire una buona fluidità e flessibilità fra i diversi aspetti del Sé.

[1] Taine, H., 1871, citato in Bromberg, P.M., Destare il sognatore, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009, p. 3.

[2] Bromberg, P.M., ivi, p. 2.

[3] Ivi, p.3.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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COS’È L’INDIVIDUO?

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ereditarietà E ambiente

 

Che cosa dobbiamo intendere per “individuo”?

La parola individuo deriva dal latino in-dividuus (da dividere) e significa “non diviso” (che è l’equivalente della parola greca átomos che significa “non tagliabile”). Quindi per individuo si intende, dal punto di vista biologico, “un’unità distinta e indivisibile, che si caratterizza per essere il prodotto di un determinato patrimonio genetico e, per questo, peculiare, capace di conferire quella variabilità su cui opera la selezione naturale.” [1]

L’individuo, tuttavia, pare assai più composito rispetto a questa prima definizione, poiché il suo patrimonio genetico non deriva solo dai gameti maschile e femminile la cui unione crea l’embrione: il 50% del nostro DNA, infatti, è costituito dai cosiddetti trasposoni, la cui origine è in buona misura esogena e “deriva dal trasferimento di materiale genetico dai microbi simbionti al nostro genoma” [2] Come tutti gli altri esseri viventi, anche gli esseri umani vivono in simbiosi con popolazioni di microbi che colonizzano “la mucosa intestinale, quella respiratoria, l’apparato riproduttivo femminile, la cute. Per noi, come per tutti gli altri esseri viventi, la simbiosi con i microbi è vitale: senza di loro non avremmo un sistema immunitario maturo, mentre un loro squilibrio, anche da adulti, produce un’alterazione della stessa immunità.” [3]

“[…] tre stimati studiosi, Scott F. Gilbert, Jan Sapp e Alfred I. Tauber (2013), biologi dello sviluppo i primi due e filosofo della scienza l’ultimo, propongono di definire gli individui “olonti” e cioè un’aggregazione di cellule derivanti dallo zigote e dai microbi. Le prove che portano in questo lavoro dimostrano che […] le interrelazioni tra i microbi e le nostre cellule sono così estese e diffuse e si instaurano così precocemente (durante il parto e subito dopo), perdurando per tutta la vita, modificandosi in base all’alimentazione, allo stress, ai farmaci assunti, che è impossibile prescindere da esse nella valutazione dell’individuo.  […]

Ripensare alla complessa composizione dell’individuo umano significa, quindi, vedere il mondo vivente che è in noi: quello biologico, quello fisico, quello sociale. Significa rintracciare lo scambio biologico continuo che realizziamo con le altre specie viventi e con il mondo fisico, la sovradeterminazione culturale e comportamentale e quindi biologica [attraverso la corrispondente marcatura epigenitica] che il contesto sociale produce sulla singola vita umana” [4], incidendo quest’ultimo appunto sullo stress, l’alimentazione, lo stato di salute e i farmaci assunti.

È interessante come questa visione dell’individuo nelle scienze biologiche trovi un contrappunto anche dal punto di vista psicologico, quanto meno nell’ambito dalla psicoanalisi relazionale che concepisce la mente individuale non in termini monadici, come entità mono-personale e conoscibile in sé stessa, in quanto essa si va piuttosto costruendo e continuamente modulando nel tempo all’interno dell’ambiente sociale in cui l’individuo è inserito fin dalla nascita e poi via via nel corso della vita: la mente individuale è costituita dalle relazioni significative che intesse, compresa quella psicoanalitica. In modo ancora più specifico, per la psicoanalisi relazionale la stessa conoscenza della mente individuale del paziente è in realtà vista come una co-costruzione fra analista e paziente all’interno di un processo conoscitivo condiviso. Come sostiene Stephen A. Mitchell “Una fondamentale differenza tra l’approccio tradizionale alla conoscenza e all’autorità dell’analista e gli approcci più attuali è che molti di noi [psicoanalisti relazionali] credono che ogni analista fornisca un modello o un quadro di riferimento teorico che non rivela ciò che si trova nella mente del paziente ma che rende possibile organizzare l’esperienza conscia e inconscia del paziente in uno tra molti modi possibili, un modo che si spera possa produrre un’esistenza più ricca e meno autodistruttiva.”[5] Ed è anche la modalità del processo conoscitivo partecipato a rappresentare in sé un’occasione di trasformazione psicologica.

[1] Bottaccioli, F., Epigenetica e psiconeuroendocrinoimmunologia, Edra, Milano, 2016, p. 145.

[2] Ivi, p.148, dove si continua a leggere: “Queste porzioni di DNA, che hanno la caratteristica di essere “ballerine”, cioè di traslocare di posto nella sequenza del DNA (i famosi “geni saltatori” della biologa premio Nobel Barbara McClintock), sono anche sede elettiva di marcatura epigenetica.” Si veda a proposito di marcatura epigenetica l’articolo NATURA O CULTURA, EREDITARIETÀ O AMBIENTE? in questo stesso blog.

[3] Ivi, p. 146, dove si continua a leggere: “Le estese popolazioni microbiche simbiotiche, collettivamente definite microbiota (o microbioma), hanno effetti significativi sul metabolismo dei lipidi, delle sostanze tossiche, dei farmaci. Producono vitamine e fattori neuropatici, capaci cioè di comunicare non solo con il sistema nervoso intestinale, il cosiddetto “secondo cervello”, ma anche con il sistema nervoso centrale […]. Del resto, la comunicazione cervello-intestino è oramai un fatto assodato della ricerca scientifica […], che sta trasferendo nella clinica queste nuove acquisizioni […].”

[4] Ivi, p. 148.

[5] Mitchell, S.A., in Influenza e autonomia in psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino, 1999, sostiene, a p.193. E ancora, ivi, p.194: “Un’importante implicazione dell’approccio che io propongo è che ogni comprensione di una mente, della mente propria o della mente di un altro, è personale; è un comprensione propria, basata sui propri assunti circa la vita umana, sulle proprie dinamiche, ecc. […]. L’analista partecipa sempre e inevitabilmente co-crea esattamente quello che, insieme con il paziente, sta tentando di comprendere. Come dice Donnel Stern (1997), <<la psicoanalisi non è una ricerca della verità nascosta riguardo alla vita del paziente, ma l’emergere, attraverso la curiosità e l’accettazione dell’incertezza, di costrutti che non sono mai stati pensati prima>>.”.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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NATURA O CULTURA, EREDITARIETÀ O AMBIENTE?

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ereditarietà E ambiente

 

L’annoso dibattito intorno alla origine dei vari disagi psichici più o meno gravi, vale a dire genetica o  ambientale, che non sembra mai assopirsi, nasce semplicemente da una domanda mal posta. Ce lo dice l’epigenetica che studia i cambiamenti nell’espressione genica, vale a dire nella traduzione dei geni nelle specifiche caratteristiche manifestate da un organismo vivente, che non sono causati da mutazioni genetiche, ma dall’impatto con l’ambiente: il patrimonio genetico di un individuo ha in sé diverse potenzialità che la specifica nicchia ambientale in cui l’individuo si troverà a svilupparsi selezionerà favorendo l’emergere di solo alcune di esse a discapito di altre. Queste modificazioni derivanti dalla selezione ambientale “possono essere reversibili o irreversibili, ereditabili o non ereditabili” [1] a seconda del momento in cui intervengono. [2] I meccanismi epigenetici agiscono, infatti,  fin dalle prime fasi della vita, ma non sono confinate in esse. Tali meccanismi sono per esempio in grado di spiegare, ma non solo, come sia possibile che, pur avendo tutte le cellule del medesimo organismo uguale DNA, le cellule dei diversi tessuti e organi si presentino come molto differenti fra loro e specializzate.

Si diceva appunto che l’assetto dell’epigenotipo è continuamente modificabile, anche nel corso della vita adulta. “I ricercatori hanno riscontrato differenze epigenetiche significative in circa un terzo delle coppie di gemelli monozigoti. È molto significativo che questa discordanza aumentasse con il crescere dell’età e con la diversificazione delle abitudini e degli ambienti di vita […]. Da questi studi emerge un concetto di grande rilievo per la clinica, ovvero che la “segnatura” epigenetica sul DNA cellulare è stabile, ma anche reversibile.” [3]

Si sa, per esempio, che “lo stress nelle prime fasi della vita può avere un’influenza determinante nello sviluppo individuale, ma anche nell’età adulta, dove è ampiamente documentata la sua azione modulante su aree cerebrali fondamentali, come i circuiti emozionali, della memoria e cognitivi.. […] Ma, alla luce della ricerca epigenetica, è ormai chiaro che, oltre a modifiche strutturali di lungo periodo, che, del resto, possono essere anch’esse in qualche misura reversibili se cessano le condizioni stressanti che le hanno generate, il cervello risponde in modo flessibile agli eventi e agli impegni della vita, segnandosi epigeneticamente.” [4]

L’enorme rilevanza di queste affermazioni sta nel fatto che innanzitutto dovremmo parlare al limite di ereditarietà e ambiente, poiché da solo il fattore genetico non è dirimente; in secondo luogo si può dedurre che nuove esperienze protratte anche in età adulta, come quelle che si possono fare a livello relazionale in una psicoterapia, dove si  raggiunge una diversa e più efficace modulazione delle emozioni, possono ricondizionare la segnatura epigenetica e quindi l’attività per esempio dell’asse dello stress e dei circuiti neuroendocrino-immunitari connessi.

[1] Bottaccioli, F., Epigenetica e psiconeuroendocrinoimmunologia, Edra, Milano, 2016, p. 50

[2] Si veda ibidem, il box di p. 50.

[3] Ibidem, p. 66.

[4]  Ibidem, p. 68.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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