DISTURBI DEL DESIDERIO SESSUALE: L’IMPOTENZA PSICHICA

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Antonio Canova, Amore e Psiche, 1788-1793, Museo del Louvre

 

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È un’esperienza piuttosto diffusa quella che vede l’amore in conflitto con il desiderio sessuale: quante persone potrebbero infatti raccontare come il loro amore abbia finito a lungo andare col suscitare solo un blando desiderio, se non addirittura con l’infliggergli presto o tardi il colpo di grazia, salvo, poi, come quel desiderio, morto e sepolto, sia resuscitato intatto e vivo in rapporti occasionali o privi di un’affettività coinvolgente o nei confronti di persone inaccessibili?

Freud parlava di impotenza psichica per riferirsi a “una limitazione della capacità di desiderare e sostenere il desiderio” [1] nell’ambito di una esperienza d’amore, e vedeva in essa il “male” a causa del quale si ricorreva alla cura psicoanalitica con maggior frequenza. E benché il pensiero di Freud si inserisse all’interno di un preciso quadro sociologico e si riferisse, coerentemente con la sua epoca, solo alle persone di sesso maschile, possiamo affermare che tutt’oggi, sia in molti uomini sia in molte donne, un amore carico di sentimento e affetto risulta dissociato dal desiderio appassionato.

Potremmo chiederci cosa nelle relazioni d’amore stabili si ponga contro il desiderio, se sia inevitabile che in esse si instauri quella abitudine che sicuramente è la morte dell’eros.

Che la sessualità sia di per sé dirompente, eversiva e una minaccia all’ordine costituito lo si vede bene nelle opere letterarie come nella realtà. Potremmo citare fra le prime, una per tutte, 1984 di George Orwell, dove il sesso permette di sfuggire al Grande Fratello e di combatterlo: “Il loro amplesso era stato una battaglia, l’orgasmo una vittoria. Era un colpo inferto al Partito. Era un atto politico.” [2]. Ma lo si è visto anche nel movimento sessantottino, appunto nella cosiddetta rivoluzione sessuale, nonché nel fatto che la regolamentazione della sessualità ritenuta lecita e la censura del desiderio siano sempre stati un modo di controllare le coscienze, ampiamente usato per esempio dalla Chiesa, ma non solo, e rivolto di solito in modo ancora più stringente nei confronti delle donne.

L’eccitazione sessuale non può essere né voluta né controllata dalla volontà, è priva di regole e imprevedibile. Il sesso, inoltre, implica il superamento di confini, tanto fisici quanto identitari, comporta infatti un abbandonarsi temporaneamente all’altro: tutto ciò lo carica senz’altro di una dose di rischio che è al contempo attraente e minaccioso.

In contrapposizione all’anarchia e all’avventurosità del desiderio che oltrepassa i limiti, si pone negli esseri umani il bisogno altrettanto significativo di legami sicuri, stabili, affidabili. È in questa antitesi fra il bisogno da un lato del familiare e del prevedibile, dall’altro dell’ignoto e del misterioso, che si insinua il pericolo della impotenza psichica come scissione che difende dal conflitto di bisogni in urto fra loro.

Come ci suggerisce lo psicoanalista Mitchell, è il bisogno di sicurezza che rischia di farci sovrastimare l’affidabilità di una relazione e di indurci a pensare che non ci sia più nulla di sconosciuto nel partner di sempre, perché tenere viva la curiosità nei suoi confronti e il senso di avventura inoculerebbero anche un vissuto di precarietà in quella relazione in cui vorremmo invece sentirci a casa, una casa con le porte blindate, ma così blindate da divenire impenetrabile al nuovo. Il senso di stabilità di una relazione d’amore si fonda per lo più su di una illusione e una collusione delle parti che ha come prezzo il bandire il desiderio. Ma altrettanto illusorio è anche il desiderio di ciò che appare inaccessibile. “Desiderare gli oggetti che non sono disponibili significa segregare il desiderio in un ambito nel quale il suo destino è già determinato. L’amore non corrisposto è doloroso ma sicuro. Viceversa, il senso di sicurezza, possesso e proprietà che spesso si sviluppa nelle relazioni stabili è in parte un espediente basato su fantasie di durata”. [3]

È possibile eludere questa illusorietà nelle relazioni e coniugare amore e desiderio? Una via d’uscita è nel poter tollerare un certo livello di insicurezza che implica il non dare per scontato l’altro. Ma ovviamente ciò è possibile quando nella storia dei propri legami originari di attaccamento non si è sperimentata troppa precarietà, quando i vissuti abbandonici non sono soverchianti o quando si è fatta esperienza della possibilità di affidarsi all’altro da cui si dipendeva senza venire traditi nella fiducia o manipolati. Altrimenti un percorso psicoanalitico che permetta di trascendere le proprie matrici relazionali per non ripetere continuamente le esperienze precoci, può aiutare a venire a capo dell’impotenza psichica.

[1] Mitchell, S., L’amore può durare? Il destino dell’amore romantico, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2003, p.13. Più specificamente nel 1912, nel secondo contributo della Psicologia della vita amorosa, e cioè in Sulla più comune degradazione della vita amorosa, Freud affermava: “Non possiamo sottrarci alla conclusione che oggi il comportamento amoroso dell’uomo, del nostro mondo civile, è improntato a impotenza psichica. Solo in una minoranza delle persone colte la corrente di tenerezza e quella sensuale si armonizzano reciprocamente; quasi sempre, nella attività sessuale, l’uomo si sente limitato dal rispetto per la donna e sviluppa la sua piena potenza solo quando ha dinanzi a sé un oggetto sessuale degradato.”

 [2] Orwell, G., 1984, Oscar Mondadori, Milano, 2012, p.132.

[3] Mitchell, S., cit. p. 21.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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LA SESSUALITÀ COME SPECCHIO DELLE NOSTRE DINAMICHE RELAZIONALI

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Antonio Canova, Amore e Psiche, 1788-1793, Museo del Louvre

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La sessualità non ha per nulla perso di importanza “come potente organizzatore dell’esperienza” [1] fra quegli psicoanalisti, come gli psicoanalisti relazionali, che non ritengono che la mente umana sia forgiata dalle vicissitudini delle pulsioni sessuali quali spinte meramente endogene, come a suo tempo fecero Freud e poi gli psicoanalisti ortodossi, ma che piuttosto essa si forgi nel crogiolo delle relazioni significative.

Il fatto che la sessualità implichi l’esperienza del corpo in relazione a quello di un altro la connette prepotentemente al bagaglio di tutte le nostre esperienze relazionali mediate dal corpo e quindi senz’altro a quelle più primitive. Quando siamo venuti al mondo (ma anche l’esperienza prenatale deve aver avuto una sua significatività ancora troppo poco esplorabile) ci siamo rapportati ad esso e agli altri attraverso il corpo: tutto era per noi percezione di stimoli interni ed esterni a cui non eravamo originariamente in grado di donare ancora un senso e solo grazie all’intervento dell’adulto che si è preso cura di noi abbiamo potuto mettere in relazione certi stimoli con ciò che ora chiamiamo fame e con il seno che lo calmava, ciò che ora chiamiamo sonno con le braccia cullanti della mamma, ecc.; insomma abbiamo potuto mettere in relazione il nostro mondo interno di percezioni e di emozioni di disagio o di conforto/piacere col mondo esterno di oggetti e persone gravidi di significati. Ogni rimedio che veniva offerto alle nostre sensazioni sgradevoli di freddo, fame, sonno, ecc. poteva avere di volta in volta una sua qualità in grado di calmarci e rasserenarci o lasciarci più o meno inquieti, insoddisfatti, spaventati. Il modo in cui siamo stati tenuti in braccio, allattati, cambiati, manipolati, e il modo e il tempo in cui i nostri bisogni corporali sono stati accolti o non accolti da chi ci accudiva – in modo cioè amorevole, meccanico, indifferente, angosciato, aggressivo, preoccupato, imprevedibile, ecc, o lo specifico dosaggio di questi sentimenti che ciascuno di noi ha conosciuto – ha costituito il paradigma su cui abbiamo costruito le successive esperienze psicologiche: ci ha indicato quali bisogni erano degni di attenzione e leciti, quali avremmo poi dovuto censurare o di cui vergognarci, quanta fiducia avremmo potuto riporre nella premura e presenza sollecita degli altri, di quali strategie relazionali avremmo dovuto avvalerci per ottenere udienza, quanto potere la nostra voce avrebbe avuto nel procurarci l’accesso all’altro e la sua disponibilità. E ovviamente anche le esperienze successive hanno continuato a modulare il nostro modo di rappresentarci chi è oggetto dei nostri desideri, le nostre aspettative, la consapevolezza stessa dei nostri bisogni.

Il fatto, ancora, che “la sessualità implichi una compenetrazione di corpi e di bisogni rende le sue infinite variazioni strumenti ideali per rappresentare i desideri, i conflitti e le trattative nelle relazioni con gli altri. […] Le sensazioni corporee e i piaceri sensuali delimitano la pelle, il profilo, i confini dell’individuo; e la dialettica dell’intimità fisica e sessuale ci colloca in una certa posizione rispetto all’altro: sopra, sotto, dentro, contro, intorno, in posizione di controllo, di resa, di adorazione, di rapimento e così via. […] La sessualità assume tutta l’intensità delle battaglie appassionate che si combattono per stabilire un contatto, per formare dei legami, per sconfiggere l’isolamento e l’esclusione.” [2]

Ma se la sessualità è profondamente intrisa delle esperienze relazionali fatte e, circolarmente, modella le esperienze di intimità, ecco che i disturbi nella sfera sessuale vanno trattati come fatti intrinsecamente relazionali, che mettono in scena alcune delle configurazioni relazionali della persona [3] e non come qualcosa con uno statuto a sé stante. E ciò vale ovviamente anche con riguardo a quelle persone che conducono una vita così detta normale in ogni ambito e solo nelle condotte sessuali manifestano una sintomatologia vissuta lungamente in segreto e come un insopportabile fardello.

[1] Mitchell, S., Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi, Bollati Boringhieri, pp. 96-97

[2]Ivi, ancora, p. 98: “Khan (1979) fa notare che il termine intimacy si comprende meglio se si prende in considerazione la sua forma verbale, to intimate, che è definita dallo Oxford English Dictionary come <<mettere dentro, spingere dentro, rendere noto>>. Il linguaggio riflette un senso di interiorità: uno iato o uno spazio tra sé e l’altro che si tenta e si desidera di superare.”

[3]Con questo non si vuol negare il substrato biologico della sessualità, ma non diversamente da come esso esiste anche nella fame: e come la fame può venire rappresentata mentalmente in infiniti modi a seconda della cultura di appartenenza e venir diversamente gestita in ragione degli equilibri psichici e relazionali di ciascuno – basti por mente alla anoressia mentale o alla bulimia o alla ortoressia, nuova compulsione di questi tempi – similmente gli ormoni sessuali che controllano l’eccitabilità non sono in grado di dare conto da soli degli infiniti modi di esplicarsi della sessualità umana.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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IL LAVORO PSICHICO DELL’AMORE E DELL’ODIO

Rapporti di coppia. Terapia di coppia
Intrecci di coppia

Photo by Vilma Faieta

“È facile non cogliere la dimensione dell’intenzionalità in sentimenti come l’amore e l’odio, perché questi sentimenti possono sembrare puri e spontanei come se fossero i mattoni di costruzione semplici dell’esperienza. Ma in realtà non sono tali. Chiamando “azioni” le emozioni Schafer ci indica la loro sottostante complessità, la loro struttura di azione. Amare o odiare qualcuno, a differenza dal provare eccitazione, ammirazione, ripugnanza o disapprovazione, implica tempo e lavoro psichico. Noi non amiamo né odiamo qualcuno a meno che non lo vogliamo, a meno che non sentiamo di avere delle buone ragioni per farlo, consciamente e soprattutto inconsciamente. L’amore e l’odio, per svilupparsi, devono essere coltivati, nutriti e voluti. Mantenere in vita un amore romantico, e un’amicizia stretta, richiede uno sforzo; devi volerlo, consciamente e soprattutto inconsciamente. L’amore e l’odio, per svilupparsi, devono essere coltivati, nutriti e voluti. Mantenere in vita un amore romantico, e un’amicizia stretta, richiede uno sforzo; devi volerlo. L’amore e l’odio non sono perciò semplicemente degli accadimenti spontanei; servono a scopi complessi.”

Mitchell, S.,  Il modello relazionale. Dall’attaccamento all’intersoggettività, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002, p. 146

Penso si possa senz’altro condividere l’intuizione secondo cui l’amore non è solo il frutto di un sentimento spontaneo, ma qualcosa che va coltivato proprio perché intrecciato a inevitabili sentimenti di frustrazione, di vulnerabilità e di dipendenza, e quindi di aggressività (si veda in questo stesso blog Ancora a proposito di amore e odio nelle relazioni di coppia e La persona “giusta” o “sbagliata” da amare). L’amore duraturo richiede perciò una buona capacità di autoriflessione e di immedesimazione nell’altro, nonché il saper tenere in sospeso il soddisfacimento dei propri bisogni e desideri quando non corrispondono esattamente per tempi e per contenuto con quelli dell’altro; implica, ancora, il saper articolarsi in più dimensioni personali e in più relazioni anche amicali senza pretendere che ogni aspetto di sé sia condiviso con la medesima persona: implica insomma un gran lavoro psichico e bisogna anche voler/poter fare tanto lavoro. Non dissimilmente accade per l’odio. Basti por mente a quei disegni vendicativi che alcune persone coltivano a lungo e che richiedono progettazione e costanza.

Non a caso parliamo di “investimenti affettivi” quando ci teniamo ad una persona e ad una relazione, perché le relazioni importanti richiedono un investimento di tempo, energia e intelligenza emotiva. Ovviamente non basta la volontà cosciente, devono aiutarci anche buoni equilibri psichici di fondo. A questo credo si riferisca lo psicoanalista relazionale Mitchell quando fa riferimento al “volere inconsciamente qualcosa”, ciò che sembra cozzare con l’idea comune che la volontà è un atto di coscienza. Io parlo invece di volere/potere, volere/potere fare il lavoro psichico richiesto dall’amore, poiché a volte si vorrebbe ma non si riesce. Ed è in queste ultime circostanze che appare opportuno farsi aiutare attraverso un percorso di psicoterapia.

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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ANCORA A PROPOSITO DI AMORE E ODIO NELLE RELAZIONI DI COPPIA

Rapporti di coppia. Terapia di coppia
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“Siccome l’amore romantico [1] genera speranza, desiderio e dipendenza, e siccome la speranza, il desiderio e la dipendenza espongono spesso al rischio dell’umiliazione, l’amore è necessariamente pericoloso. L’aggressività è l’ombra dell’amore, un accompagnamento inestricabile e una costituente necessaria della passione romantica. Il degradarsi degli amori romantici non è dovuto alla contaminazione dell’aggressività, ma all’incapacità di sostenere la necessaria tensione fra questi due sentimenti. Poiché l’efficacia dell’aggressività è direttamente proporzionale a quanto si sa del suo bersaglio, l’aggressività è molto più pericolosa nelle relazioni d’amore stabili che non in quelle temporanee che si stabiliscono con estranei; la capacità di amare per molto tempo una stessa persona implica la capacità di tollerare e riparare l’odio.”

S. Mitchell, L’amore può durare? Il destino dell’amore romantico, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2003, p. 105

Uno dei modi per difendersi in anticipo dal senso di vulnerabilità e quindi dalla paura dell’aggressività distruttiva che creano il desiderio e la dipendenza è quello di dissociare l’amore e il desiderio, il senso di sicurezza e di stabilità di una relazione, da un lato, e di eccitazione erotica, dall’altro. Classica è la dicotomia di cui soffrono molti uomini fra l’immagine della moglie/Madonna e dell’amante/puttana. Mitchell in proposito ci aggiorna: “Oggi molti uomini lottano contro una versione modificata del complesso Madonna/puttana, un tema dominante tra i gentleman vittoriani  dei tempi di Freud [2]. Ora si presenta spesso non più in termini di Madonna santa contro puttana degenerata, ma in termini di donne più rispettabili contro donne che si concedono più facilmente, o di donne conosciute di cui ci si può fidare contro donne anonime e sconosciute che sono pronte  a qualsiasi avventura. Allo stesso modo, molte donne di oggi sono perennemente lacerate tra l’amore per gli uomini che credono “carini” o “buoni”, affidabili, responsabili, e il desiderio per gli uomini che reputano eccitanti, impulsivi e almeno un po’ pericolosi.”.

Ivi, pp. 13-14

Un altro dei modi di dissociare affetto ed eccitazione erotica è quello di cui si incaricano spesso i disturbi sessuali.

[1] Lo psicoanalista relazionale Stephen Mitchell, uno dei miei preferiti, con l’espressione “amore romantico” si riferisce a quella particolare esperienza dell’amore, niente affatto semplice da mantenere a lungo in vita – e a questo appunto è dedicato il libro citato – che “ha […] bisogno tanto dell’amore quanto del desiderio, perché emerge nella tensione generata dalla simultaneità di amore e desiderio. L’amore privo di desiderio può essere tenero, intimo e sicuro, ma non contiene l’avventura, la tensione e il senso di rischio di un’elevata posta in gioco che rende profonda una passione romantica.” (Ivi, p. 13). L’autore precisa come l’amore romantico non appartenga né ad ogni cultura né sia sempre stato presente in quella occidentale: “Sebbene anche nell’antichità si trovino esempi di passione romantica, alcuni storici fanno risalire la nascita dell’amore romantico come potenziale universale e genere letterario all’istituzione dell'”amore cortese”, nel tardo Medioevo, in coincidenza con la prima formazione di quella che sarebbe divenuta la nozione moderna di un sé personale.” (Ivi, p. 17)

[2] Mi permetto di affermare che tale complesso non si è affatto del tutto convertito ma è ancora presente in certi uomini anche qui in Italia, a volte solo maldestramente mascherato per supino accomodamento al diffusamente richiesto atteggiamento politically correct nei confronti delle donne.

 

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AMORE E ODIO

Narrativa e psicologia
Parole in prestito

“È un curioso tema di osservazione e di indagine se l’odio e l’amore non siano, in fondo, la stessa cosa. Ciascuno dei due, al limite estremo del suo sviluppo, presuppone un alto livello di intimità e di conoscenza del cuore; ciascuno dei due fa sì che un individuo dipenda da un altro per nutrire i suoi affetti e la sua vita spirituale; ciascuno dei due rende miserabile e desolato l’amante appassionato, o il non meno appassionato nemico, se gli viene a mancare l’oggetto. Da un punto di vista filosofico perciò le due passioni sembrano la stessa nell’essenza, soltanto che una viene vista in una luce celestiale e l’altra in un bagliore fosco e sinistro.”

Hawthorne, N., La lettera scarlatta, Garzanti, 1992, p. 234

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Certe coppie si fondano su di un viluppo inestricabile di odio e amore che implica e rafforza  la relazione di perversa dipendenza reciproca. Per altre, esaurito l’amore, la condizione psichica di bisogno si converte in franco odio. Quando arrivano a separarsi, ciò le conduce a percorsi giudiziari molto conflittuali che tengono ancora a lungo i membri connessi fra loro e ne esacerbano la litigiosità. Per altre ancora, il vincolo appare indissolubile sebbene fortemente colorato da dolore e rancore.

Quando pervengono ad una psicoterapia di coppia, i compagni spesso si fanno portatori dell’aspettativa, più o meno recondita, che l’altro venga cambiato dallo psicoterapeuta, “rettificato” secondo le proprie esigenze, e individuato come il “colpevole” delle difficoltà di rapporto; ma nessuno desidera che davvero venga scisso o modificato il legame di forte subordinazione reciproca.

Il percorso psicoterapeutico dovrà invece incentrarsi proprio su questa condizione psicologica, cosa che a volte comporterà anche l’indicazione a favore di percorsi individuali eventualmente paralleli. Non si tratta di conquistare una opposta e illusoria situazione di indipendenza autarchica, ché gli esseri umani hanno bisogno di relazioni affettive, quanto di trovare il giusto equilibrio fra una naturale spinta all’autodeterminazione e il bisogno di riconoscimento e sostegno reciproco.

 

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INTRECCI DI COPPIA: “LA BELLA E LA BESTIA”

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Intrecci di coppia

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A volte mi è capitato di scorgere nei rapporti di coppia, frammista ad altre logiche relazionali, quella che mi è venuta da nominare, con riferimento alla famosa fiaba di cui si conoscono varie versioni in Europa, “la dinamica della bella e la bestia”.

Questa si verifica quando uno dei partner [1] manifesta una certa dose di aggressività, che può essere solo psicologica o anche fisica, a seconda dei casi, mentre l’altro, per contro, dissocia la propria – non può cioè né registrarla né ammetterla fra sé e sé – insieme alla stessa possibilità di affermare se stesso, si assoggetta anzi a quella del primo, per poi soffrirne e non sentirsi da questi riconosciuto. Il primo quindi si sente in colpa per i propri tratti “ferini” che vanno peraltro a confermare una immagine di sé antica, profondamente svalutata e stigmatizzata come “cattiva”. È come se fosse sotto incantesimo, l’incantesimo appunto dello stigma, e non potesse che continuare a incarnare quella visione di sé. Il secondo, che è portato dalla sua storia a compiacere l’altro per essere benvoluto, desidera in cuor suo, più o meno consapevolmente, addomesticare quei tratti e umanizzare il partner, attraverso la propria dedizione e il proprio sacrificio, sperando così di riuscire a far emergere, sotto il manto animalesco, la persona buona e amorevole che vi era intrappolata e che finalmente sarà in grado di scoprirlo e riconoscerlo. Il primo, ancora, si presta ad assumere su di sé le proiezioni del secondo che, come si diceva, non può esprimere in proprio alcuna forma di aggressività/assertività, almeno nelle faccende amorose. Il secondo coglie giustamente la fragilità del primo, ben nascosta sotto la durezza, e con il desiderio di spezzare l’incantesimo spera di riuscire a curarne le ferite, non sapendo curare le proprie di persona che non si è mai sentita, nelle relazioni affettive significative, davvero vista nei suoi bisogni.

In questa ragnatela di proiezioni reciproche i partner rimangono invischiati e la fiaba rischia di non avere il suo lieto fine: il primo è sempre più confermato nella sua anima “beluina”, perché così concepito da altri, partner incluso, e oramai anche da se stesso [2], tanto da non riuscire a far emergere, almeno nel rapporto di coppia, altre parti di sé che senz’altro esistono; il secondo, a dispetto di ogni sacrificio, è sempre più messo in ombra nelle sue richieste affettive dall’aggressività del primo che, d’altronde, egli stesso alimenta.

Come si può intravedere, la dinamica di coppia è alimentata da dinamiche individuali complementari fra loro, in cui l’un partner si presta ad incarnare il ruolo integrativo necessario per mettere in scena quello dell’altro – come a dire che la bestia non ci sarebbe senza la bella e viceversa [2]– in un incastro che richiede molto impegno districare nell’ambito di una psicoterapia di coppia.

Il primo presupposto di una buona riuscita che spezzi l’incantesimo, che – beninteso – non deve limitarsi a far apparire il principe azzurro sotto il manto della bestia, ma anche a rendere la bella meno sottoposta e compiacente, è che ci sia ancora almeno un po’ di investimento amoroso da parte di entrambi i partner che resiste, integro, alla dinamica frustrante della bella e la bestia.

[1] Evito appositamente di riferirmi a un “lui” e a una “lei” sia perché ho visto questa dinamica agire anche in coppie omosessuali, sia perché la bella e la bestia possono essere rispettivamente tanto femmina e maschio quanto il viceversa.

[2] Addirittura, in maniera più forte, possiamo affermare che la bella cerca nel mondo la propria bestia e viceversa proprio per poter mettere in scena questa parte di sé, anche nel tentativo di fare andare la storia in modo finalmente diverso da come è andata nel passato. Ritengo ancora che, finché non prendiamo in mano la nostra trama affettiva interna sia inevitabile ripeterla all’infinito e che siamo molto capaci di individuare, con sottile sensibilità, fra i molti proprio coloro che ci permetteranno di rivivere quanto già ci è capitato in sorte. Si veda in proposito il post Il ritorno sul “luogo del delitto” della nostra anima.

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INTRECCI DI COPPIA: INTRODUZIONE

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Sono convinta che un rapporto amoroso che navighi in cattive acque molto spesso sconti il fatto che i partner hanno inconsapevolmente messo in scena l’intreccio fra dinamiche relazionali di cui ciascuno di essi è portatore che ha poi l’effetto di alimentarle e rafforzarle ulteriormente: tale intreccio, che diventa quindi a sua volta, e nel suo insieme, una delle dinamiche proprie della coppia, è fonte di sofferenze nella misura in cui poggia su esperienze individuali dolorose che vengono inesorabilmente reiterate nel teatro a due, in un circolo vizioso fra dimensione individuale e dimensione duale (si veda l’articolo La persona “giusta” o “sbagliata” da amare).

Ritengo in qualità di psicoterapeuta della coppia che sia importante cercare di rintracciare e nominare le dinamiche disfunzionali –  a volte più di una – che  agiscono nella relazione e sottostanno come un filo rosso ai singoli e puntuali torti che i due membri si rinfacciano continuamente. Lo psicoterapeuta deve cioè muoversi come un rabdomante che cerchi la vena d’acqua che scorre nelle profondità della terra, facendosi guidare dalle vibrazioni superficiali della sua bacchetta biforcuta per poi tuffarsi in profondità.

La sua posizione di terzo, che oscilla fra l’uno e l’altro partner senza alleanze prevalenti o che assume una posizione totalmente altra rispetto alla logica in atto, può, inoltre, svolgere una funzione utile a disinnescare la catena di reazioni e contro-reazioni divenute automatiche fra i membri della coppia, e a rappresentare quell’alterità che entrambi hanno perso di vista nel gioco delle proiezioni reciproche. Niente è più distruttivo in una relazione dell’aspettarsi che l’altro sia come lo si vede attraverso uno sguardo sempre identico a se stesso perché fortemente colorato dalla propria esperienza pregressa: ciò finisce, infatti, con l’ingabbiare in un ruolo che per definizione ha un carattere anche coercitivo.

È possibile arrivare a sciogliere l’intreccio rovinoso anche solo attraverso sedute di coppia, quando i due possono sperimentare nuovi equilibri, all’inizio in modo sporadico, poi secondo circoli sempre più virtuosi, che permettono loro di sanare anche le dinamiche individuali; si osserva qualcosa di analogo accadere nella psicoterapia individuale quando il paziente fa esperienza con il terapeuta di modalità relazionali inedite che sanano quelle da cui proviene e che, per essere state interiorizzate, egli tendeva a riprodurre.

A volte, al contrario, è inevitabile dare indicazione per un parallelo percorso psicoterapeutico individuale che possa sostenere la modificazione delle dinamiche duali.

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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