LA FAMIGLIA ALLARGATA: SISTEMA DI VASI COMUNICANTI parte seconda

La famiglia allargata, ricomposta, patchwork
La famiglia allargata

PROGETTO DI PREVENZIONE DEL DISAGIO E DI SOSTEGNO DELLE FAMIGLIE ALLARGATE ATTRAVERSO UN INTERVENTO DI MEDIAZIONE “INDIRETTA”

Per aiutare chi vive l’esperienza complessa delle famiglie allargate propongo gruppi di sostegno a persone adulte che ricoprono tutti i possibili ruoli in esse presenti ma provenienti da diverse famiglie allargate, e cioè:

  • padre separato legalmente o di fatto o divorziato, con o senza una nuova relazione in atto, con o senza figli da questa nuova eventuale relazione
  • madre separata legalmente o di fatto o divorziata, con o senza una nuova relazione in atto, con o senza figli da questa nuova eventuale relazione
  • compagna “nuova” di un padre con o senza figli a sua volta da una precedente relazione o da quella attuale
  • compagno “nuovo” di una madre con o senza figli a sua volta da una precedente relazione o da quella attuale.

I partecipanti potranno ritrovare nell’ambiente protetto della mediazione, garantito da una psicoterapeuta, una complessità analoga a quella della propria realtà familiare dove potersi confrontare con il punto di vista e il vissuto di cui altre figure ricoprenti altri ruoli nelle famiglie allargate sono portatori e dove poter esprimere i propri.

La scelta di comporre il gruppo con persone non provenienti dalla stessa famiglia allargata discende dalla convinzione che sia più facile mettersi in gioco ed apprendere modalità migliori di relazionarsi in contesti dove il coinvolgimento interpersonale è minore e pertanto minore è la conflittualità, e che tali nuove modalità possano essere poi esportate nel proprio specifico ambito familiare. Sono infatti convinta che, in generale, sia sufficiente che una sola persona sposti il suo punto di equilibrio entro una costellazione di relazioni per costringere indirettamente anche gli altri di quella stessa costellazione a modificare il loro assetto. Ugualmente, per il medesimo meccanismo, anche quei membri di una famiglia allargata che non partecipano direttamente al gruppo di sostegno, potranno beneficiare della partecipazione di uno solo che saprà implicitamente veicolare un nuovo modo di relazionarsi.

In questo senso, si può parlare di mediazione indiretta che ha lo scopo di prevenire il disagio abbassando il conflitto nella propria famiglia allargata attraverso la partecipazione al gruppo di sostegno in cui imparare a riconoscere i vissuti profondi propri e altrui, ad ampliare la comprensione di sé e dell’altro, per essere meno in-sofferenti.

E’ previsto un primo colloquio individuale al fine di costituire al meglio il gruppo.

Ogni gruppo è formato da un minimo di 6 a un massimo di 10 persone.

Ogni ciclo è costituito da almeno 10 incontri che potranno poi essere prolungati se il gruppo lo richiede.

Ogni incontro dura due ore. Gli incontri sono a cadenza settimanale.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

gruppi di sostegno alle famiglie allargate

http://www.psicoterapia-milano.eu

 

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LA FAMIGLIA ALLARGATA: SISTEMA DI VASI COMUNICANTI parte prima

La famiglia allargata, ricomposta, patchwork
La famiglia allargata

L’instabilità coniugale e delle coppie di fatto è un fenomeno ormai assodato[1], soprattutto nelle regioni del nord Italia, cui frequentemente succede la costituzione di nuovi nuclei familiari, legalmente riconosciuti o meno che siano, da parte di uno o di entrambi i partner originari. Ciò ha fatto sì che il fenomeno delle cosiddette famiglie “ricomposte” sia divenuto via via più consistente. Per questo, esso non è più ignorabile per le conseguenze che può produrre in termini psicologici e sociali: di disagio delle persone coinvolte, o, viceversa, di potenziale arricchimento relazionale  di tutti e soprattutto dei minori, a patto, però, che tali famiglie, così dense di risvolti emotivi, vengano “ben condotte” dagli adulti.

Intanto, una precisazione terminologica e concettuale: per famiglie “ricomposte” o “ricostituite” o, con un termine più comunemente in uso, “allargate”, intendo riferirmi a quelle costellazioni di nuclei interconnessi tra i quali circolano i bambini o i ragazzi, anche se i primi due aggettivi virgolettati e usati in ambito sociologico fanno per lo più riferimento al nuovo nucleo di un genitore separato o divorziato e non a tutto l’intreccio che si costituisce con il o i precedenti nuclei. Un’altra espressione in uso è quella di “famiglia patchwork“, presente come voce anche in Wikipedia[2]. Ma anche in questo caso il focus dell’attenzione mi sembra puntato più su un nucleo alla volta e sui diversi figli che, non tutti necessariamente generati in quello stesso nucleo, vi transitano in varia maniera. È invece mia precisa intenzione considerare quanto accade a livello interpsichico fra tutti i membri dei diversi nuclei intrecciati, traguardando l’insieme, sul presupposto che ciò, da un lato, rispecchi variabili intrapsichiche, dall’altro, le influenzi, in un gioco di rimandi fra mondo interno e mondo esterno.

Facciamo un esempio concreto di famiglia patchwork. Supponiamo la coppia formata da Marta, Pietro e dai due figli Carlotta e Andrea; la coppia genitoriale si sfalda e sia la madre sia il padre ricompongono un nuovo nucleo rispettivamente con Giovanni e con Anna. Supponiamo che entrambi questi secondi nuclei generino un altro figlio, rispettivamente Luca e Paola, e che Anna, la nuova compagna di Pietro, avesse già da una precedente relazione con Guido due figli, Jacopo e Pamela. Avremmo dunque bambini variamente “imparentati” attraverso la condivisione di almeno un genitore (ad esempio, Carlotta e Andrea condividono la madre con Luca e il padre con Paola, la quale però condivide la madre con Jacopo e Pamela) e bambini non “imparentati” fra loro, ma che comunque condividono almeno qualche aspetto della vita familiare (pensiamo ai figli Jacopo e Pamela, supponendoli collocati presso la madre, quando, tipicamente nei fine settimana, si trovano a convivere anche con Carlotta e Andrea, figli precedenti dell’attuale compagno della madre che vanno a trovarlo nel fine settimana).

Forse sarà più facile figurarsi questa ampia famiglia allargata attraverso lo schema qui sotto.

1^ generazione: Giovannni  – Marta —————- Pietro – Anna————Guido

2^ generazione:                 Luca            Carlotta e Andrea          Paola        Jacopo e Pamela

In questo esempio[3], la famiglia allargata, per come la intendo io, comprende tutti i diversi nuclei descritti in cui, con varia intensità di frequentazione, circolano i figli Luca, Carlotta, Andrea, Paola, Jacopo e Pamela.

Il puzzle di famiglie appena descritto appare un intreccio particolarmente complesso, ma non poi così infrequente[4], cosa che si comprende se consideriamo il genuino desiderio generativo che può sorgere nelle coppie per così dire in seconda, come anche la motivazione non irrilevante che spinge il o la nuova partner a voler avere un figlio per non sentirsi da meno rispetto al o alla precedente compagno/a. In questo caso, bisogni di riconoscimento e affermazione frustrati per effetto di confronti fantasmatici e/o oggettivi con gli ex, possono rappresentare un elemento di fragilità del nuovo nucleo e riverberarsi sull’equilibrio di tutta la famiglia allargata.

E infatti la premessa da cui mi muovo, come accennavo prima, è che la famiglia allargata, composta dall’intreccio di vari nuclei, è un sistema di vasi comunicanti e che l’equilibrio o squilibrio che si crea in ogni sua parte è suscettibile di travasarsi in ogni altra.

A proposito di riconoscimento o, meglio, di disconoscimento in questo caso, pare opportuno mettere in evidenza un fattore sociale che non può non produrre effetti in tale direzione nei confronti della realtà di queste nuove forme di famiglie intersecate e dei loro componenti: mi riferisco al fatto che non si sono ancora distillati dalla prassi sociale termini adeguati, non solo, come abbiamo visto, a nominare l’insieme delle famiglie connesse, ma anche a nominare il rapporto fra compagno/compagna della madre/padre e i figli di questi nonché i loro reciproci ruoli, posto che matrigna/patrigno/figliastro/a, ma anche fratellastro/sorellastra con riferimento ai rapporti fra i figli di diverse unioni, non possono affatto considerarsi appropriati. Si tratta di parole con una chiara valenza negativa e che richiamano alla memoria la diversa realtà di generazioni passate, ben differente da quella attuale, in cui un genitore moriva e l’altro rimasto si risposava. Come non pensare a Cenerentola e alla sua matrigna?

Nella famiglia allargata attuale, invece, vi è la coesistenza di più figure con ruoli distinti, la madre e la compagna del padre o il padre e il compagno della madre. Quest’ultime locuzioni, tuttavia, fanno riferimento ai rapporti fra adulti e non fra quello che in Francia viene chiamato terzo genitore o genitore sociale e i figli del partner. Recenti dibattiti hanno poi introdotto anche in Italia l’uso della parola stepchild, che in inglese indica il/la figlio/a del compagno/compagna. Al di là della nostra anglofilia, il ricorso a questa parola mi sembra che racconti di quanto sarebbe sgradevole l’uso del termine italiano figliastro. Insomma, i protagonisti delle famiglie allargate sono costretti ogni volta ad un giro di parole quanto meno complicato, se non sinceramente imbarazzante, per qualificarsi reciprocamente.

Quali vissuti in termini di misconoscimento del proprio ruolo e di identità precaria possono nascerne?

Su tale terreno di coltura si nutrono i dolori per le relazioni finite, i rancori e le incomprensioni che a volte si trascinano negli anni e inquinano la collaborazione necessaria fra genitori che rimangono tali per sempre anche se si risposano o rifidanzano, le gelosie e le invidie verso le nuove figure, la paura di essere scalzati dal proprio ruolo genitoriale dal nuovo/a compagno/compagna dell’ex, la difficoltà a trovare una giusta collocazione rispetto ai figli altrui e a inventarsi un ruolo ancora non ben codificato socialmente.

Ma se può essere più immediato prefigurarsi le potenziali forme di disagio che sorgono all’interno delle famiglie allargate, più difficile è immaginare che esse possano anche divenire una risorsa, se ricorrono alcune condizioni. Laddove infatti si riesce a ristabilire la giusta separatezza fra i membri a diverso titolo delle varie famiglie o ex famiglie connesse, una distanza di rispetto, ritirando, per così dire, le proiezioni incrociate che si innescano; laddove si può riconoscersi reciprocamente l’importanza della posizione ricoperta; laddove i differenti ruoli vengono interpretati in maniera non rigida e non rivendicativa; laddove, ancora, è possibile comprendere anche il punto di vista e il sentire dell’altro senza rinunciare del tutto al proprio, ma modulandolo all’interno di una visione più ampia, allora è anche possibile che la famiglia allargata divenga luogo virtuoso dove i minori possono sperimentare l’articolazione di sé e di differenti stili relazionali.

La famiglia allargata può cioè divenire una palestra per praticare quella pluriappartenenza che la complessità del mondo globalizzato e postmoderno a mio avviso richiede, cioè la possibilità di entrare e uscire fluidamente da diverse appartenenze e relativi modi di essere che, se in collegamento interno fra loro, non creano scissioni ma ricchezza interiore.

 Se papà e mamma, invece, si contendono il figlio e nel tiro alla fune si aggiungono, poi, anche il nuovo compagno e la nuova compagna, se tutti litigano, il bambino si troverà interiorizzati mondi relazionali in conflitto che saranno fonte di più o meno patologiche scissioni e di una non sufficientemente armonica articolazione interna. Se i bisogni e le fatiche degli adulti sono soverchianti quelli del bambino, se gli adulti sono troppo fragilizzati dalla complessità della realtà familiare in cui sono inseriti per esercitare il ruolo di figure di riferimento e di sostegno alla crescita dei bambini o dei ragazzi, allora questi ultimi si sentiranno soli, confusi, divisi in conflitti di lealtà fra l’uno e l’altro genitore e i rispettivi compagni, e fra tutti loro contesi. Ma se gli adulti possono ritrovare un po’ di serenità e di fiducia nel proprio ruolo, ne gioveranno, oltre che essi stessi, i bambini di cui devono prendersi cura a diverso titolo, e potranno divenire un esempio vivente, in carne e sangue, del fatto che le diversità possono coesistere. I minori avranno la grande opportunità di poter godere di più figure di riferimento: e se nella vita si può contare su più appoggi non si tratta forse di una grande fortuna?

[1] Secondo l’Istat (da http://www.demo.istat.it): ” Nel 2009 le separazioni sono state 85.945 e i divorzi 54.456. Rispetto al 1995 le separazioni sono aumentate di oltre il 64 per cento ed i divorzi sono praticamente raddoppiati (+ 101 per cento). Tali incrementi si sono osservati in un contesto in cui i matrimoni diminuiscono e quindi sono imputabili ad un effettivo aumento della propensione alla rottura dell’unione coniugale.”. Quindi nel 2010 i dati confermano l’aumento dell’instabilità coniugale (dati pubblicati a luglio 2012). Mentre “i dati del 2013 e del 2014 rivelano che è in atto una fase di “assestamento”. Nel 2014 le separazioni sono state 89.303 e i divorzi 52.335, le prime in leggero aumento e i secondi in lieve calo rispetto all’anno precedente (rispettivamente +0,5% e -0,6%). […] In media ci si separa dopo 16 anni di matrimonio, ma i matrimoni più recenti durano sempre meno.[…] Fenomeni riconducibili al processo di secolarizzazione – come i primi matrimoni civili di sposi entrambi italiani o le separazioni e i divorzi – condividono la stessa geografia caratterizzata da un gradiente Nord (alta frequenza) – Mezzogiorno (bassa frequenza)” (dati pubblicati nel novembre 2015). Non mi consta esistano registrazioni altrettanto accurate delle rotture dei nuclei di fatto in cui vi sono figli. Sarebbe interessante sapere se l’assenza del vincolo giuridico rende o meno più frequente la fine di una relazione da cui sono nati figli rispetto a quanto avviene fra coppie coniugate.

[2] Si legge in Wikipedia: “Una famiglia patchwork (dall’inglese patchwork = intreccio, ordito) è nel senso della parola un <<intreccio>> di più famiglie. Questo concetto relativamente nuovo definisce quelle famiglie in cui i genitori hanno portato i loro reciproci figli da matrimoni o relazioni precedenti nel nuovo rapporto. I figli di una famiglia patchwork non sono necessariamente parenti biologici. Per questo può anche succedere che i figli di un certo gruppo familiare non siano imparentati con nessuno dei due genitori.”

[3] Il trattino singolo tra Giovanni e Marta e tra Pietro e Anna indica l’attuale legame della coppia; i trattini tra Marta e Pietro e tra Anna e Guido indicano che si tratta di ex coppie.

[4] Significativi i pensieri di una bimba riportati come incipit del libro di Bernardini Irene, Una famiglia come un’altra, Rizzoli, 1997, pag.11: “Quando è nato mio fratello Andrea, io non ero tanto gelosa, sua sorella Elisa invece sì, perché lei ce l’aveva in casa, mentre io lo vedo solo al sabato e alla domenica. E poi Elisa è piccola, va all’asilo, mentre io ormai se passo l’esame di quinta vado alle medie. La mamma dice che anche io ero gelosa di Matteo quando lui è nato, perché lei e Luigi all’inizio lo facevano dormire in camera con loro mentre io dovevo starmene in cameretta. Infatti in quel tempo anch’io ero piccola, andavo all’asilo. Insomma i fratelli sono sempre un po’ gelosi e tutte le famiglie si assomigliano…”.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

gruppi di sostegno alle famiglie allargate

http://www.psicoterapia-milano.eu