TRAUMA RELAZIONALE: UN CASO CLINICO

Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle). Sofferenza psichica
Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle), 1930, visibile in Villa Necchi Campiglio, Milano, proprietà FAI, Fondo Ambiente Italiano

La descrizione del caso è stata appositamente alterata quel tanto necessario a impedire di individuare la paziente; le modifiche non alterano la coerenza psicologica dello stesso e, nella sostanza, rimane invariato l’aspetto esemplificativo della vignetta clinica quanto all’obiettivo dell’articolo.

La vita di X appare inceppata da tempo sostanzialmente in tutti gli ambiti, come se qualcuno avesse azionato il fermoimmagine e questo si fosse poi bloccato. Un lavoro profondamente insoddisfacente in cui è stata via via declassata a mansioni di tipo meramente esecutivo, anche per la sua stessa mancanza di fiducia nella possibilità di assumersi le responsabilità che le erano state inizialmente delegate; un rapporto sentimentale routinario e ormai privo da anni di qualsiasi guizzo o slancio affettivo; pochissime amicizie superficiali; rapporti con la madre, molto anziana e svalutante, improntati alla dedizione assoluta verso le sue esigenze fisiche sempre più pressanti per l’avanzare dell’età e verso le sue pretese “tiranniche” per gli inveterati aspetti caratteriali del genitore, ma anche per il sacrificio di sé che X, fin da quando era bambina, offre in ogni relazione significativa: ecco il susseguirsi dei suoi giorni, uno uguale all’altro.

Se questa è la fotografia della sua vita per così dire esteriore, piatta, monotona e frustrante, la vita interiore di X è, all’opposto, tutta un fermento: X è una persona, infatti, estremamente creativa, curiosa, piena di immaginazione potenzialmente generativa, che però deve assolutamente rimanere confinata nella sua testa, mai essere tradotta in progetti operativi, pena invalidanti sensi di colpa. X prova all’inizio del percorso psicoterapeutico una vergogna indicibile per la sua potenza immaginativa che cerca di soffocare impegnandosi nel mantenimento rigido e ossessivo di un ordine incrollabile nelle proprie giornate. A volte le improvvise emergenze creative che prorompono inaspettate nella sua mente le fanno temere di essere folle, quando sono, invece, la sua parte più vitale e desiderante. Solo gradualmente, man mano che si va creando una solida fiducia fra noi, può raccontarmi questo aspetto vulcanico di sé e lentamente conferirvi valore.

Il fatto è che X doveva nascondere questo lato di sé, dissociarlo, perché nell’infanzia non è mai stato accolto, ma è anzi stato vissuto con fastidio: disordinava la quotidianità come del resto accade per qualsiasi bambino che, venendo al mondo, scompagina l’ordine preesistente. Sono infatti i genitori a dover modificare il loro mondo mentale e concreto per fare spazio al nuovo nascente rappresentato dal figlio; laddove e nella misura in cui non riescono a farlo porteranno il bambino ad “abortire” le parti di sé più innovative e vissute come disturbanti rispetto allo status quo, a dissociarle e viverle a sua volta come inopportune. Se ciò accade in maniera massiva si perviene ad una situazione di blocco evolutivo in cui l’emergente è congelato per evitare il trauma di venire rifiutato nuovamente.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

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DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE: COME INTERROMPERE LA CATENA

Sostegno alla genitorialità
Sostegno alle capacità genitoriali

photo by Peter Sieling:  http://www.flickr.com/photos/bluespete

La descrizione del caso è stata appositamente alterata quel tanto necessario a impedire di individuare la madre e la figlia; le modifiche non alterano la coerenza psicologica dello stesso e, nella sostanza, rimane invariato l’aspetto esemplificativo della vignetta clinica quanto all’obiettivo dell’articolo.

La bambina – che d’ora in poi chiameremo B – si rifiuta vigorosamente di mangiare dal biberon, gira la testa ed è visibilmente arrabbiata con la mamma – che d’ora in poi chiameremo M – la quale è sconcertata dalla determinazione con cui sua figlia le si oppone: M non riesce a leggere il comportamento di B come una probabile protesta per lo svezzamento appena cominciato, ma lo interpreta come un rifiuto verso se stessa, verso tutte quelle amorevoli cure, forse un po’ efficienti e meccaniche, che pur le prodiga; lo vive come la riprova del suo non poter essere amata nemmeno da quella figlia da cui si aspettava inconsapevolmente ogni risarcimento dalle deprivazioni familiari, dal rapporto anaffettivo avuto a suo tempo con la propria madre.

M finirà con il tempo con il trattare la bambina, che diviene via via più nervosa e “capricciosa”, con timore e quasi soggezione, temendone le frustranti reazioni espulsive e di ira. B, corrispettivamente, presenterà comportamenti sempre più dispotici che sua mamma non saprà contenere, ma anzi asseconderà nella speranza di conquistarne prima o poi la benevolenza. B, quindi, angosciata dalla propria rabbia e potenza, svilupperà comportamenti ossessivi con cui continua, come effetto secondario, a tiranneggiare tutti in famiglia (la madre e un cane: il padre se ne è andato definitivamente fin dalla nascita di B). Fino a che la madre non si rivolgerà ad una mia collega perché segua la figlia in un percorso psicoterapeutico e a me per un sostegno alla genitorialità individuale.

Il lavoro con M si dipanerà su due fronti. Da un lato, sarà volto a permetterle di rileggere i comportamenti di B attraverso chiavi diverse da quella da lei usata a partire dai propri vissuti personali, a consentirle quindi di emergere dalla propria esperienza di frustrazione e di disamore per guardare alle possibili intenzioni di B non come a una semplice ripetizione di quelle attribuite alla propria madre. Peraltro, col tempo, M arriverà a scorgere anche nel comportamento della propria stessa madre non una intenzione espulsiva specifica contro di lei, ma l’esito a sua volta della sua condizione di ex bambina vissuta in collegio, precocemente istituzionalizzata e incapace di affetti. Dall’altro, il sostegno alle capacità genitoriali servirà a individuare modalità differenti di gestione degli scoppi di ira della figlia e dei suoi atteggiamenti impositivi per mitigarne l’angoscia e la falsa onnipotenza.

Il lavoro congiunto ha permesso di recuperare una buona relazione, più calda e spontanea, fra madre e figlia e alla bambina di dimettere i comportamenti ossessivi.

Fondamentale è stato per il successo della presa in carico il fatto che la terapeuta infantile e quella della madre lavorassero in connessione fra loro.

Possiamo infine affermare che aiutare M a distinguere i propri vissuti verso B dalle intenzioni di questi, di porre cioè in dubbio che il proprio sentire combaci con la verità dell’altro, è un obiettivo comune a qualsiasi percorso psicoterapeutico e a qualsiasi percorso volto a costruire relazioni più soddisfacenti.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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LA PARADOSSALE PREZIOSITÀ DEI SINTOMI parte seconda

Adolfo Wildt, Maschera del dolore. Sofferenza psicologica
Adolfo Wildt, Maschera del dolore (Autoritratto), 1909 – Forlì, Musei Civici

Attacchi di panico: un caso clinico

La descrizione del caso è stata appositamente alterata, quel tanto necessario a impedire di individuare il paziente; le modifiche non alterano la coerenza psicologica dello stesso e, nella sostanza, rimane invariato l’aspetto esemplificativo della vignetta clinica quanto all’obiettivo dell’articolo.

X si era rivolto a me perché perseguitato da attacchi di panico che erano cominciati guidando la macchina nelle lunghe trasferte di lavoro dove svolgeva un ruolo di una certa responsabilità. Si manifestavano soprattutto nei rettilinei delle autostrade in presenza di traffico molto intenso, nelle gallerie o in caso di imbottigliamenti. Si erano poi andati sia intensificando come frequenza sia ampliando quanto al contesto in cui si presentavano, che aveva finito con l’abbracciare, infatti, anche superstrade e tangenziali, purché accomunate dalla difficoltà di allontanarsene, nonché i viaggi in aereo. A causa di questi sintomi, sempre più ricorrenti, aveva dovuto rinunciare ad importanti impegni lavorativi mettendo a repentaglio la sua posizione in azienda.

Nel corso dell’analisi era emerso come X fosse l’ultimo figlio di tre, nato a più di dieci anni di distanza dai primi due e chiaramente non cercato, come la madre, del resto, gli aveva candidamente fatto sapere fin dall’infanzia. Era evidente per X come non ci fosse stato spazio nella mente dei suoi genitori per il suo arrivo che aveva disordinato, come ogni nascita inevitabilmente comporta, l’equilibrio della famiglia. Una famiglia indubbiamente benestante ma piuttosto nevrotica, dove la sicurezza materiale si sostituiva a quella affettiva. X era stato di fatto cresciuto e seguito da varie figure vicarie: tate e baby-sitter succedutesi in gran numero, fin dalla più tenera età, durante i periodi feriali, e lontani parenti abitanti al mare, per i lunghi mesi d’estate col pretesto dell’aria salubre, mentre i genitori erano impegnati nel lavoro e in viaggi esotici. Una storia dunque segnata da deprivazione e instabilità affettiva. Immaginabile il vissuto abbandonico che lo abitava profondamente e che si era convertito difensivamente in una facilità ad abbandonare a sua volta le numerose fidanzate che si innamoravano di lui.

X aveva dato, in passato, del filo da torcere alla madre, donna alquanto anaffettiva e severa, per la quale l’ostentazione dello status sociale della famiglia era una occupazione e preoccupazione prioritaria. Egli si era ribellato a suo modo in adolescenza alla cultura familiare sottraendosi ai controlli materni sulle sue frequentazioni e accompagnandosi di fatto con ragazzi ai limiti della devianza, cercando così di differenziarsi rispetto a una modalità di essere in famiglia che egli sentiva unicamente di facciata e sostanziata da indifferenza ed ipocrisia borghese. Ma poi, dopo anni scapestrati, aveva finito con il piegarsi ai desiderata dei genitori, nella ricerca disperata della benevolenza soprattutto materna – il padre in casa era una presenza passiva e inconsistente, tanto quanto era di successo negli affari, ma almeno più tenera della madre –  e si era iscritto ad una università di prestigio che gli avrebbe garantito, in seguito, di poter entrare nell’azienda paterna.

X aveva finito col pagare un prezzo molto elevato per il perseguimento di un qualche senso di appartenenza al nucleo familiare, sacrificando la ricerca della propria autenticità e di quelle parti di sé più creative e interessate alle discipline umanistiche in cui fin dalle scuole medie aveva eccelso. Il suo desiderio più grande era stato per molti anni quello di dedicarsi alla poesia e alla scrittura. E in effetti aveva vinto diversi premi nei concorsi promossi a livello delle scuole cittadine e pubblicato qualche poesia. Un talento che poi aveva sprecato e al cui sviluppo aveva rinunciato del tutto bollandolo come puerile e poco concreto. Si era insomma “normalizzato” incanalandosi nella scia della cultura del gruppo familiare e rincorrendo il successo nel mondo degli affari sul modello paterno. Fino all’arrivo salvifico degli attacchi di panico.

Intendiamoci, gli attacchi di panico sono molto angoscianti e ingenerano, a spirale, una paura via via più fonda di subire ulteriori attacchi (la cosiddetta ansia anticipatoria) a causa della quale si finisce con il limitare sempre più quelle situazioni in cui si teme di poter essere di nuovo ad essi esposti, inabilitando il proprio agire in molti ambiti della vita. Pertanto, non voglio assolutamente sottovalutare il carico di angoscia connesso a questo sintomo. Voglio invece evidenziare come, grazie agli attacchi di panico, X abbia potuto prendersi finalmente cura di se stesso, guardando in faccia le sue contraddittorie istanze interne e dando spazio ai propri bisogni autentici di individuazione.

Il percorso psicoanalitico si è esteso ben oltre il superamento degli attacchi di panico, poiché questi rappresentavano solo la manifestazione più “urlata” del malessere sottostante, che investiva una consistente parte della sua vita. Fino all’arrivo degli attacchi, X aveva continuato a vivere, per compiacenza, in modo non coerente ai suoi desideri più profondi e ai suoi talenti, e si era tenuto di fatto distante da affetti veri per paura di esporsi a nuovi abbandoni o ferite. È come se avesse dovuto arrivare a subire un sintomo così invalidante, che di fatto minacciava il lavoro “scelto” per corrispondere alle aspettative familiari, per poter finalmente ascoltarsi davvero nella propria complessità.

È stato l’individuare i personaggi che agivano in lui nell’attacco di panico, in lotta fra loro, ad aprire la strada ad altre esplorazioni introspettive e soprattutto a un nuovo modo di relazionarsi con sé e con gli altri: da un lato, il figlio adeguato in cerca di approvazione e riconoscimento, se non proprio di amore, in corsa verso un successo alienato da sé, dentro i valori arrivisti dei genitori, capaci di calpestare tutto e tutti pur di salvare una facciata di benessere esteriore; dall’altro, il ragazzo che, seppure scompostamente e violentemente, cerca di affermare la propria individualità e sensibilità, quest’ultima troppo connessa alla deprivazione affettiva e perciò dolente, per poter essere ascoltata a lungo; quel ragazzo, un perdente agli occhi dei genitori, e sofferente ai propri, non poteva non venire di nuovo abbandonato anche da se stesso sul fondo della propria anima calpestata. Ma quei rettilinei trafficati delle autostrade si prestavano troppo bene a rappresentare la persona in cui si era trasformato, un anonimo fra tanti, incanalato su una strada non scelta, da cui è impossibile scartare: l’imbottigliamento, con la conseguente impossibilità di uscire dalle corsie obbligate, e di decidere in autonomia dove andare, stavano bene a raffigurare simbolicamente il destino precostituito e in fondo non davvero scelto.

Da questo esempio si comprenderà bene come il superamento degli attacchi di panico non sia possibile senza prendere in considerazione l’intera persona, con i suoi vari personaggi interni, perché il sintomo non è localizzabile in una parzialità precisa dell’anima, per così dire, ma nasce dal conflitto fra più parti.

Vorrei a questo punto aggiungere solo una nota. Il percorso fatto insieme con questo paziente (ma succede abbastanza regolarmente con tutti) ha portato anche a una rivalutazione degli aspetti buoni dei suoi genitori e alla comprensione di come le loro effettive carenze non fossero intenzionali ma dovute, a loro volta, alla storia personale di ciascuno di essi. Non si tratta di salvare a tutti i costi i genitori ma nemmeno di demonizzarli, bensì di vedere come anche essi siano persone complesse, composite e  per lo più ignare degli effetti psicologici del loro agire.

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

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IL CAPPELLO DELLA BARONESSA parte prima

Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle). Sofferenza psichica
Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle), 1930, visibile in Villa Necchi Campiglio, Milano, proprietà FAI, Fondo Ambiente Italiano

(http://www.artribune.com/2012/05/adolfo-wildt-senza-pace-e-senza-bellezza/1-350/)

“Un dottore consultato dieci anni prima perché soffriva di soffocazioni, aveva parlato di ipertrofia. Da allora questa parola, di cui non capiva il significato, le si era fissata in testa. […] e parlava della <<sua>> ipertrofia, in ogni occasione e così spesso che pareva che quella disfunzione fosse una specialità sua, e le appartenesse come cosa unica su cui gli altri non avevano alcun diritto. Il barone diceva <<l’ipertrofia di mia moglie>>, e Jeanne <<l’ipertrofia della mamma>> come avessero detto <<il vestito, il cappello o l’ombrello>>.” (Guy de Maupassant, Una vita, Einaudi, Torino, 1994).

I grandi scrittori, come Freud aveva ben rilevato, hanno la capacità straordinaria di cogliere e descrivere le pieghe dell’animo umano. Maupassant, in questo brano, sa penetrare attraverso i suoi personaggi in come ci accada di vivere una malattia e i suoi sintomi, tanto più se certificati da una diagnosi, come fossero effetti personali che ci portiamo sempre appresso e con cui ci identifichiamo, esattamente come accade alla baronessa; nonché di come l’ambiente possa a sua volta identificarci con essi, come accade al marito e alla figlia della baronessa. Ciò può succedere non solo nei confronti della sofferenza fisica, ma anche di quella psichica.

La malattia con la sua diagnosi diviene allora una sorta di biglietto da visita, qualcosa che ci conferisce una visibilità e uno statuto: se non possiamo essere altro, siamo almeno la nostra sofferenza riconosciuta pubblicamente.

Come poi ci avverte Maupassant, avere la <<propria ipertrofia>> crea anche una certa condizione di diritto, un diritto inoppugnabile a rivendicare. È ciò che Freud denominava “l’utile secondario della malattia”, un vantaggio che non rappresenta cioè la sua funzione originaria, ma che interviene in seconda battuta e che comunque contribuisce a mantenerci ad essa avvinti: può consistere, per esempio, nel riuscire, grazie alla malattia, a vincolare a sé una persona, nell’ottenere maggior ascolto e attenzione, nel venire esonerati dall’assumersi certe responsabilità, nell’affrancarsi dalle aspettative e richieste dei cari, o nel “farla pagare” in qualche modo a un familiare.

Quanto alla funzione primaria dei sintomi o di una patologia, essa è, paradossalmente,  difensiva e immediatamente adattiva, in quanto volta per lo più a preservare il legame di attaccamento con i genitori o con chi per loro si è preso cura di noi nell’infanzia, un legame che è evidentemente di fondamentale importanza per la sopravvivenza tanto fisica quanto psichica: tale funzione si è sviluppata ad un certo punto della nostra storia, sebbene alla lunga la “strategia” difensiva adottata non risulti più adeguata ma anzi datata, superata cioè dal cambiamento delle condizioni attuali rispetto a quelle esistenti quando i sintomi sono insorti.

Penso a una mia paziente[1], a titolo di esempio, che, affetta dall’asma invalidante fin dalla tenera infanzia, ha dovuto rinunciare molto presto alle sue aspirazioni sia nell’ambito sportivo sia sociale (per esempio, alle gite scolastiche), e in definitiva all’acquisizione di una certa autonomia psichica e materiale. L’asma aveva il duplice significato di mettere in scena quanto soffocante fosse la relazione con la giovane nonna, a cui era stata affidata, una persona alquanto ansiosa e possessiva, e di assumersi il compito di soddisfare il bisogno della stessa di un legame simbiotico, garantendole attraverso il sintomo una vicinanza assoluta. Quando ho incontrato questa paziente la nonna era morta da tempo ma la donna continuava a concepirsi come fisicamente malaticcia e impossibilitata ad osare qualsiasi attività che le potesse permettere di sperimentare altre parti di sé, più indipendenti, perché vissute come troppo minacciose. Minacciose per sé, a causa della presunta salute cagionevole e del suo vissuto di fragilità, ma anche per quella nonna oramai interiorizzata con le sue istanze come una voce interna apprensiva e richiedente fedeltà assoluta[2].

In altri casi, i sintomi insorgono in ragione della necessità di dissociare una fetta della propria esperienza e del proprio sentire che i genitori non hanno potuto a suo tempo accogliere e modulare perché riecheggianti emozioni a loro volta forcluse. Ma dissociare non vuol dire far sparire quelle esperienze emotive, vuol dire non poterle integrare e quindi creare le basi per una relazione col mondo mutilata e scissa. Ciò è tipico, ma non solo, dell’esperienza traumatica.

A volte sono i pazienti stessi a chiedermi una diagnosi, nella speranza che il nominare il loro malessere li aiuti ad affrontare l’angoscia che esso genera anche per la paura della propria presunta “anormalità”. In qualche modo sapere di essere collocabili all’interno di una classificazione li fa sentire comunque riconosciuti e non, in definitiva, di una supposta diversità tale da non essere in qualche modo nota e gestibile almeno da qualcun altro.

Inoltre, il denominare è un modo tipicamente umano di affrontare la paura, come se il fatto di attribuire un nome fosse di per sé in grado di depotenziare l’aspetto terrifico di ciò che è fuori dal controllo, di afferrarlo nella sua essenza e di sottoporlo al nostro dominio conoscitivo. Nella misura in cui, però, le parole possono diventare cose, cioè venire deprivate dell’anima, svuotate di ogni rimando alla valenza emotiva di ciò che nominano, in questo caso la patologia o sintomatologia, anche la diagnosi può diventare qualcosa che pietrifica e non permette di rivivere e riattraversare insieme, paziente ed analista, il malessere sotteso per plasmarlo in una forma più tollerabile e per circoscriverlo.

Infine, l’immagine di sé corrispondente alla malattia “incasellata” (“depresso”, “fobico”, ecc.) può stare al posto di un “centro di  gravità permanente”, come dice il cantautore Battiato, che ci fa percepire illusoriamente stabili. Anche quando sentiamo l’esigenza di un cambiamento per stare meglio, infatti, non è così facile abbandonare gli equilibri disfunzionali costruiti negli anni, perché l’ignoto ci fa più paura del disagio con cui conviviamo da tempo. Per questo al cambiamento dobbiamo essere accompagnati in un viaggio sentito come sicuro.

    [Continua…]

[1] Il caso è modificato e fatto in parte oggetto di fantasia quel tanto necessario a rendere assolutamente non individuabile la paziente.

[2] “[…] le esperienze precoci di attaccamento vengono codificate nella mente e preservate come fattori capaci di influenzare le future relazioni del bambino e dell’adulto – con se stesso e con gli altri”. Così Wallin, D. J., Psicoterapia e teoria dell’attaccamento, Il Mulino, Bologna, 2009, p.62.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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