IL TEMPO È GALANTUOMO, MA NON SEMPRE È SUFFICIENTE A MEDICARE UNA FERITA

tempus sanat vulnera

 

Il tempo è galantuomo – lo si sa, lo si dice – perché con il suo trascorrere  le ferite anche dell’animo si rimarginano e i dolori svaniscono o si attutiscono.

Ma non sempre è così: per esempio, non nel caso di traumi subiti, soprattutto quando nessuno è stato presente ad accogliere e condividere i vissuti sopraffacenti di terrore e d’angoscia e le sensazioni viscerali e somatiche che si accompagnano all’evento, ciò che rappresenta la condizione necessaria per poterli elaborare. Il trascorrere del tempo di per sé non porterà allora ad alcuna trasformazione, anzi si caratterizzerà per continue reviviscenze di quanto drammaticamente esperito.

Quando, per esempio, non si viene creduti (come capita a volte a chi subisce un abuso da familiari) o quando l’abuso rimane un segreto condiviso solo con l’abusante (perché questi impone il silenzio o perché l’abusato non racconta nulla di quanto accaduto alle figure significative, genitori o altri care-givers, probabilmente perché ha già imparato che intanto non riceverà ascolto empatico o conforto alcuno per le proprie emozioni), lo shock dell’evento traumatico può portare ad uno stato dissociativo della coscienza. Come accennato, i vissuti e le componenti somatiche connesse al trauma tenderanno quindi a venir rivissuti nei contesti più vari, purché in qualche modo riecheggino quello in cui esso si è verificato, senza che sia possibile associarli ad un ricordo preciso, o sentito come reale, che ne dia conto.

Solo un percorso psicoterapeuetico con un analista che, nella sua funzione di testimonianza, grazie al riconoscimento delle emozioni proiettate dal paziente, convalidi la realtà dell’esperienza vissuta, può portare a superare l’angoscia dissociata e pur continuamente pronta a manifestarsi, per ricollocare definitivamente nel passato gli eventi che l’hanno generata. [1]

[1] Si veda, per esempio, Moccia, G., Sapere e non sapere: considerazioni su natura, clinica e terapia dei disturbi dissociativi, in Boccara, P., Meterangelis, G., Riefolo, G. (a cura di), Enactment. Parola e azione in psicoanalisi, Franco Angeli, Milano, 2018, ma anche Bromberg, P., L’ombra dello tsunami, Raffaello Cortina Editore.

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Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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ACCORGERSI DELL’ACQUA IN CUI SI NUOTA PER NUOTARE MEGLIO

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“Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: ” Salve ragazzi. Com’è l’acqua?” I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: “Che cavolo è l’acqua?”

Foster Wallace, D., Questa è l’acqua, Einaudi, Torino, 2017, p.140.

Come a dire che finché si è totalmente immersi nel proprio ambiente e non ci si è ancora potuti confrontare con l’Altro, portatore di una differenza anche solo per il fatto di provenire da un altro contesto (il pesce “che va nella direzione opposta”), si rimane affatto all’oscuro delle qualità dell'”acqua in cui si nuota” – per restare nella metafora – le si dà cioè per scontate, tanto da non domandarsi neppure che temperatura o limpidezza o leggerezza effettivamente essa abbia o potrebbe avere se ci si spostasse in un altro bacino o anche solo un po’ più in là, dove spinge la corrente; tanto da non pensare che possa cioè esistere una situazione relazionale, familiare, sociale, culturale, caratterizzata da dinamiche differenti.

Non è necessario che l’Altro, capace di aprirci gli occhi, sia un anziano, come nella storiella. Un paziente mi raccontò che ricordava molto bene la prima volta in cui, con grande stupore, si era reso in qualche modo conto che la sua giovane mamma era una donna apprensiva (anche se non aveva saputo allora tradurre questa impressione con una parola precisa) quando era finalmente potuto andare a giocare a casa di un compagno di scuola, molto più intraprendente di lui, e aveva respirato un’aria più libera. Prima non avrebbe nemmeno saputo individuare cosa fosse la caratteristica dell’essere apprensivi, poiché esserne stato oggetto era la sua condizione normale e senza alternative.

Ecco, noi ci ammaliamo di normalità nella misura in cui è tossica, non è sana per la nostra crescita, poiché la normalità condiziona il nostro stesso nuotare, il nostro vivere e approcciarci al mondo. Una madre apprensiva, per esempio, implicitamente fa credere al suo bambino che il cimentarsi col gioco, lo sperimentare le proprie capacità, il frequentare nuovi ambienti extra-familiari, è gravido di pericoli. Così quel bambino non potrà che crescere oppresso da paure.

Perché in effetti non è bastato al mio paziente aver intuito che non tutte le mamme sono apprensive come lo era la sua per emanciparsi dalla pressione educativa ed affettiva che subiva in casa, proprio in ragione del fatto che passava ovviamente molto più tempo con la propria madre che con quella del suo compagno più fortunato. È lo sperimentare ripetutamente nel tempo una certa modalità relazionale a farla divenire una modalità anche propria. Il mio paziente, giunto a me da adulto, era in effetti una persona ansiosa e bloccata nella sua realizzazione da numerose paure.

Potremmo ulteriormente affermare che l’incontro con l’alterità non solo non è sufficiente per trasformare il proprio mondo interno, intessuto dalle dinamiche relazionali in cui si è stati immersi nel corso della vita, segnatamente da quelle della propria infanzia, ma non è nemmeno sufficiente, benché necessario, a sollevare interrogativi sul proprio mondo di appartenenza (allora è la mia mamma in specifico ad essere particolarmente apprensiva e non è poi così necessario esserlo affinché io non mi faccia male?): basti pensare, per esempio, a quante persone pur viaggiando all’estero, da turisti, tornano niente affatto cambiati. Occorre una certa disposizione emergente ad accogliere le differenze, quella disposizione, indotta anche dallo stupore[1], che ben aveva scosso il mio paziente da bambino e che poi lo aveva condotto in analisi da grande.

Non siamo, invero, solo la risultanza determinata in modo meccanicistico delle vicende relazionali in cui siamo cresciuti: c’è in noi anche una disposizione autopoietica [2] ,  una disposizione auto-riflessiva e auto-ri-organizzativa, in grado cioè di sottrarci, almeno in parte e provvisoriamente, ai condizionamenti ambientali, di farci emergere, a tratti, al di sopra di essi. Questa disposizione autopoietica può ben essere alimentata e sostenuta in un percorso psicoanalitico per divenire più protagonisti della propria vita.

[1] Disposizione che forse era già embrionalmente in atto nell’attrazione per il compagno di scuola ammirato per la sua maggiore sicurezza di sé (il mio paziente aveva dovuto insistere parecchio per poter andare a giocare a casa del bambino con la madre meno apprensiva): come la farfalla è attratta dalla luce, il mio paziente era stato attratto da una situazione che evidentemente aveva inconsapevolmente percepito diversa dalla propria e maggiormente desiderabile.

[2] Si veda Napolitani, D., Si è per esser-ci. Riflessioni epistemologiche sul soggetto collettivo, con particolare riguardo all’opera di E. Morin, Rivista Italiana di Gruppoanalisi, giugno ’95 nº 15, Ed. Guerini e Associati

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IL TRAUMA RELAZIONALE E LA CURA RELAZIONALE

Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle). Sofferenza psichica
Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle), 1930, visibile in Villa Necchi Campiglio, Milano, proprietà FAI, Fondo Ambiente Italiano

 

“Scrivo questa scena per la prima volta. Fino a oggi mi era sempre sembrato impossibile, persino nel mio diario. Come fosse un gesto proibito che avrebbe comportato una punizione […]. Ho persino l’impressione, ora che sono riuscita a raccontare di quella domenica, che si tratti di un episodio banale, più frequente nelle famiglie di quanto non avessi immaginato. Forse la narrazione, ogni narrazione, rende normale qualunque gesto, persino il più drammatico. Ma poiché in me questa scena è sempre stata un’immagine priva di parole, […] le frasi che ho usato per descriverla mi risultano estranee, quasi incongrue. È diventata una scena per gli altri.”

Ernaux, A., La vergogna, L’orma editore, Roma, 2018, p.12

In questo romanzo autobiografico l’autrice cerca di elaborare a distanza di quarantaquattro anni il trauma vissuto quando ne aveva dodici: quando ha dovuto assistere alla scena in cui il padre tenta di uccidere la madre.

È una scrittrice e perciò si avvale della scrittura per farlo, ma fin dalle prime pagine realizza di dover fare i conti con il limite delle parole per descrivere, afferrare e tollerare quanto le è accaduto, poiché, una volta scritte, le parole le appaiono estranee e incongrue.

Questa sensazione di estraneità viene vissuta anche quando in un percorso psicoanalitico si affronta un evento traumatico: a lungo, mentre il paziente ricorda o rivive sensazioni penose associate al trauma, l’angoscia, il dolore e la vergogna cocenti per ciò che ha subito (che si tratti di violenza assistita o di violenza subita in prima persona) si alternano appunto ad un senso di estraneità, come se ciò che sta raccontando non lo riguardasse in prima persona oppure non fosse veramente accaduto, come se fosse solo frutto di una propria fantasia, vissuta per soprammercato, come colpevolmente malvagia – quando si tratta di violenza intra-familiare – per il fatto stesso di aver osato attribuire a qualcuno di molto intimo e affettivamente importante l’azione inconcepibilmente violenta.

“Il trauma relazionale è, generalmente, più difficile da trattare del trauma derivante da incidenti stradali o disastri naturali. […] L’abuso infantile, la molestia e la violenza domestica sono tutti inflitti da persone che dovrebbero amarci. Tutto ciò invalida la più importante difesa contro la traumatizzazione: la protezione da parte delle persone che amiamo.” [1]

Scoprire o ricordare (magari dopo anni di amnesia [2]) che è stata una persona familiare ad abusare della propria innocente fiducia naturalmente riposta in lei è qualcosa di devastante, che fa sprofondare il senso del proprio stesso esistere – dal momento che le relazioni da cui veniamo costituiscono il nostro fondamento psichico – come se si aprisse una voragine sotto i piedi.

D’altra parte, anche quando non si sa ancora – o meglio bisognerebbe dire “non si sa più” – di essere stati traumatizzati, in quanto l’evento è stato bandito come ricordo dalla coscienza, il trauma non smette di generare i suoi effetti patogeni. Al posto del ricordo ci saranno le percezioni angosciose che ritorneranno all’improvviso, ci saranno inibizioni, fantasie, immagini, suoni, incubi, difficoltà relazionali, somatizzazioni e sintomi, i più vari, che hanno l’effetto di perpetuare all’infinito l’orrore del trauma. È come se, insomma, la paura, l’angoscia, l’annichilamento e la vergogna connessi all’evento traumatico dimenticato o sepolto nel profondo di sé fossero stati congelati in un tempo eternamente presente.

Occorre dunque scongelarli.

Se è ovvio che gli eventi passati non possono essere modificati nella loro sostanza, ciò che è possibile fare attraverso un percorso psicoterapeutico è ricollocare emotivamente l’evento nel passato affinché il flusso del divenire possa riprendere a scorrere e i sintomi regredire. Raggiungere questo risultato è possibile solo tollerando via via sempre di più, nella condivisione graduale con lo psicoterapeuta che permette di non sentirsi più soli, bugiardi o saturi di vergogna, quelle percezioni, sensazioni corporee e viscerali, quelle emozioni strazianti connesse al trauma, quei sintomi e quegli incubi, che inizialmente possono presentarsi associati al dubbio di essere stati davvero violati, abusati, traumatizzati. Il sentirsi accolti farà emergere via via altri sogni, immagini, pensieri, brandelli di ricordi, sempre più intelligibili. È solo così che si potrà arrivare ad una narrazione capace di collegare fra loro le percezioni, i pensieri e le immagini per depotenziarne la invadenza invalidante nel presente. Le parole, solo allora,  acquisiranno consistenza di verità vissuta, e non dissociata; solo, cioè, se e in quanto si inseriranno in una relazione supportiva, empatica e che doni speranza.

La questione della condivisione è fondamentale poiché è proprio l’impossibilità di condividere [3]  o la mancanza di vicinanza emotiva, di comprensione e di supporto, che si è sperimentati nell’intorno del trauma ciò che più di ogni altra cosa rende traumatico un evento. Non bisogna infatti dimenticare che sopratutto nel caso di traumi perpetrati dagli adulti di riferimento, essi vanno pensati come eventi, più o meno continuativi che siano, significativi non tanto o non solo in sé e per sé, non cioè in modo puntiforme, come evenienze slegate da un contesto relazionale, ma proprio in quanto fatti che emergono da dinamiche familiari più ampie, evidentemente distorte e patogene, dove la fiducia e il bisogno fondamentale di sicurezza emotiva e fisica sono profondamente compromessi.

[1] Van Der Kolk, B. (2014), Il corpo accusa il colpo, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015, p. 241.

[2]) Ivi, a p. 220 si legge: “[…] centinaia di pubblicazioni scientifiche […] documentano come la memoria del trauma possa essere rimossa, per poi riemergere anni o decenni più tardi.”

[3] Ernaux nel libro citato in apertura significativamente scrive, a p. 11, con una descrizione tanto sobria quanto pregna di conseguenze : “Non se n’è parlato mai più”. Il silenzio su di un evento traumatico fa integralmente parte del suo effetto traumatizzante.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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PSICOTERAPIA DI GRUPPO ATTRAVERSO LO PSICODRAMMA

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Conduco gruppi psicoterapeutici ad orientamento psicoanalitico relazionale avvalendomi della metodologia dello psicodramma.

Dopo aver effettuato dei colloqui individuali per comprendere la richiesta iniziale del paziente, posso ritenere a volte adeguato al suo disagio e alla sua personalità proporgli l’inserimento in un gruppo di psicodramma, magari affiancando per un certo tempo al relativo percorso ulteriori sedute individuali. Anche nel caso in cui sia lo stesso paziente a contattarmi per partecipare ad un gruppo di psicodramma, si rendono necessari dei colloqui preliminari individuali.

In cosa consiste la metodologia psicodrammatica e quali sono le specificità e i vantaggi del gruppo psicoterapeutico condotto con essa? [1]

Lo psicodramma è una metodologia “attiva”, vale a dire che in ogni seduta si comincia con l’azione per procedere solo in un secondo tempo alla riflessione. La differenza con una psicoterapia di gruppo basata sui colloqui sta dunque nel fatto che i pazienti sono invitati, nello psicodramma, a mettere in scena ciò che vogliono affrontare: una discussione in famiglia, una problematica sul lavoro, un sogno, una sintomatologia, una paura, un conflitto di coppia o qualsiasi altro accadimento, fonte di disagio, che vogliono elaborare per stare meglio.

Il paziente che di volta in volta diviene protagonista si avvale della collaborazione degli altri membri del gruppo che chiama ad interpretare, secondo le precise indicazioni da lui stesso fornite, i differenti personaggi coinvolti nella vicenda di cui ha fatto solo un succinto racconto. Ciò gli permette di rivivere le situazioni che hanno creato malessere, riviverle direttamente con il corpo e con le emozioni, senza il filtro della razionalizzazione, come se stessero accadendo in quel preciso istante della drammatizzazione: il “là e allora” diviene “qui e ora”, ma con la differenza che questa volta l’evento viene vissuto in uno spazio protetto ed emotivamente supportato dal conduttore psicoanalista e dal gruppo. Diverse tecniche di cui si avvale il conduttore consentono altresì al paziente di rivisitare da altre prospettive quelle stesse vicende e di visualizzare come il suo modo di percepire gli altri della scena drammatizzata sia spesso il frutto di proiezioni di suoi aspetti ed esperienze pregresse. In definitiva, lo psicodramma lo porta ad integrare parti di sé precedentemente scisse e proiettate e di arrivare a guardare con occhi differenti la propria storia personale così come di rapportarsi in modo nuovo nelle relazioni con gli altri.

Le tecniche a cui mi riferisco sono – solo per citarne alcune – quella del doppio e quella del cambio di ruolo. Nella prima il conduttore si pone alle spalle del protagonista, come se fosse una parte di lui, una sua sua voce interiore, e,  grazie alle proprie capacità empatiche e alla propria competenza analitica, esprime ad alta voce e in prima persona i pensieri e i vissuti del paziente al fine di renderlo consapevole di ciò che è rimasto implicito e di indurlo ad esprimersi a sua volta ad alta voce continuando il dialogo con se stesso. Nel cambio di ruolo il paziente è invece invitato a impersonare, in un secondo momento, uno degli altri personaggi significativi della sua vicenda facendo giocare al compagno di gruppo che lo aveva impersonato per primo il ruolo di se stesso.

Dalla prima scena si passerà poi ad altre, su sollecitazione del conduttore, in ragione di quanto emerge da essa, portando il paziente e il gruppo nella storia passata di relazioni del primo, facendogli giocare per esempio una situazione che per qualche vissuto possa assomigliare a quella appena portata, o nel futuro così come desiderato o paventato. Cosicché la sequenza di scene diviene l’equivalente delle libere associazioni proprie del metodo psicoanalitico.

I partecipanti del gruppo sono poi chiamati ad esprimere liberamente i vissuti relativi a quanto esperito nella sequenza di scene appena drammatizzate. Il conduttore, quindi, inviterà ancora a giocare un altro membro del gruppo, quello che gli sembra stare esprimendo in modo intenso qualcosa che i giochi precedenti gli hanno fatto emergere, attraverso l’identificazione con il precedente protagonista o i suoi interlocutori.

Ci tengo a precisare che la conduzione dello psicodramma non ha uno stile imperativo e nessuno è forzato a giocare o ad esprimersi finché non se la sente. Può essere incoraggiato, ma mai obbligato.

Nella condivisione e nella lettura finale della seduta da parte dello psicoanalista si potranno individuare i temi psicologici di fondo della seduta che, declinati in diversi modi dai differenti partecipanti a seconda della loro storia di vita, sono rimbalzati da un partecipante all’altro come una eco.

Lo psicodramma è uno strumento analitico molto potente sia perché si avvale del gruppo che permette di vedersi rispecchiati da più persone e di ricevere più rimandi, sia perché è in grado di far lavorare l’inconscio, pieno di risorse, in modo produttivo grazie al fatto di aggirare in buona misura le difese della razionalizzazione. Inoltre, i costi sono inferiori a quelli della psicoterapia individuale.

I gruppi di psicodramma sono aperti, vale a dire che quando un paziente finisce il  proprio percorso al suo posto ne entra uno nuovo, cosicché la composizione dei gruppi varia nel tempo. Ciò, fra l’altro, consente ai partecipanti di confrontarsi di volta in volta con le proprie specifiche modalità, e con quelle del gruppo stesso, di accogliere il nuovo (rappresentato dal nuovo paziente) e di affrontare le separazioni (rappresentate dall’uscita dei compagni dal percorso comune), nonché di elaborarle. L’incognito e la perdita, che di fatto accompagnano e costellano la nostra esistenza, segnata dall’incertezza e dal fluire, non sono mai neutre dal punto di vista emotivo: poter imparare a gestirle senza perdersi, negare le emozioni o aggredire, è fondamentale per vivere con una certa serenità.

[1] Propongo come riferimento bibliografico il testo di Gasca, G., Lo psicodramma gruppoanalitico, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2012.

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IL SOGNO: UN TESTO CON PIÙ LIVELLI DI SIGNIFICATO DA SVELARE E DA CUI RIPARTIRE

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René Magritte, La Décalcomanie, 1966, Collection of Dr. Noémi Perelman Mattis and Dr. Daniel C. Mattis

 

I sogni raccontati in analisi rappresentano una fonte preziosa di conoscenza del mondo interno del paziente e dei temi su cui, nel tentativo di elaborarli, egli si sta inconsciamente impegnando nel periodo in cui li produce.

Già Freud riteneva il sogno “la via regia che conduce all’inconscio”, una via che per essere percorsa richiede, tuttavia, un lavoro di interpretazione. Gli elementi manifesti del sogno non vanno presi alla lettera, non solo perché ciò sarebbe spesso difficile, stante la loro usuale bizzarria, ma anche perché non vi è una corrispondenza univoca fra le immagini oniriche e il loro significato, non vi si può applicare, cioè, una equazione simbolica universale. Nell’interpretazione occorre tener conto del mondo culturale e sociale del sognatore caratterizzato da suoi simboli specifici che non per forza coincidono con quelli dell’analista. Inoltre, in ragione del processo onirico della condensazione, le immagini del sogno presentano un carattere polisemico: rinviano cioè a più significati latenti, a più agglomerati di pensieri/emozioni, che vanno appunto svelati. E questo è il compito che spetta alla coppia paziente/psicoanalista.

Lo psicoanalista, da solo, non è infatti in grado di comprendere il sogno senza l’apporto del paziente, e non solo per la necessità di rintracciare i rimandi all’ambiente culturale e simbolico proprio di quest’ultimo. È come se il sogno andasse “ri-sognato insieme” da entrambi, paziente e analista: a partire dalle associazioni del primo, ci si lascia liberamente trasportare, attraverso ulteriori immagini e pensieri, alle osservazioni che spontaneamente ne scaturiscono sulla realtà attuale o passata del paziente. Occorre evitare che un eccessivo intervento della razionalità venga ad interferire in questo processo immaginativo e riflessivo, come avverrebbe se si pretendesse di applicare un codice preciso di semplice traduzione simbolica dei singoli elementi del sogno. Il sogno è prezioso, detto in altri termini, se diviene un testo non solo da svelare, in quanto prodotto dell’inconscio, ma anche un testo in divenire che va arricchendosi di nuove suggestioni ed elaborazioni anche sul  futuro: ciò si rende possibile se a partire da esso ci ci si lascia andare a “veleggiare”, con una disposizione cognitiva/affettiva che potremmo definire in parte in continuazione con  quella onirica, a mezzo fra il consapevole e l’inconsapevole, sul mare inconscio che è almeno parzialmente sgorgato in superficie grazie al sogno.

Il fatto stesso, poi, che il sogno venga ricordato (quando accade) e narrato in analisi (quanti infatti saranno quelli che non vengono raccontati?), ne fa anche un precipuo oggetto del campo relazionale analitico che rinvia alla sua trama di proiezioni e realtà.

I prodotti onirici, pertanto, non si limitano a parlare solo del paziente, della sua struttura psichica e relazionale, del suo immaginario, del suo lavorio inconscio del momento, ma sono in grado anche di svelare le dinamiche che stanno intercorrendo nel rapporto con l’analista. Essi sono, dunque, una fonte preziosa anche per questi, per comprendere le correnti affettive e ideative che corrono fra lui e il paziente, e, in definitiva, per la coppia al lavoro tutta (o per il gruppo, se si tratta di un’analisi di gruppo). [1]

[1] Giulio Gasca, psicodrammatista analitico, rinviene nel sogno tre differenti dimensioni che si intersecano: quello del mondo interno e delle strutture psichiche del paziente, quello riferito all’ambito attuale che sta vivendo il sognatore o alla sua dimensione storico-personale, e, infine, quello della dinamica di gruppo. Così in Gasca, G., Sviluppi teorici e pratici della tecnica di analisi dei sogni nei gruppi di Psicodramma analitico, in Psicodramma analitico, Il sogno. Teatro interiore dell’anima, n. 8, 1999/2000, p. 5.

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L’AMORE CORRE SUL WEB

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René Magritte, La Décalcomanie, 1966, Collection of Dr. Noémi Perelman Mattis and Dr. Daniel C. Mattis

Non c’è fascia d’età o condizione sociale che non soffra dell’allentamento dei legami comunitari, dello sfilacciamento delle reti sociali territoriali cui si assiste da tempo, quelle che una volta portavano a conoscersi e frequentarsi direttamente di persona coagulandosi intorno ad interessi ed appartenenze varie. Se oggi ci si ritrova single [1], almeno a Milano e provincia (questo è ciò di cui posso essere direttamente testimone attraverso la mia attività professionale), è spesso difficile fare nuove conoscenze, se non in modo estemporaneo che difficilmente consente di coltivare i rapporti.

Anche per questo sempre più persone si rivolgono ai siti di incontri on line. Per uscire dall’isolamento e conoscere persone nuove.

“Le app di dating online, complice anche lo stigma sociale che sta via via scomparendo, sono sempre più diffuse e utilizzate. Secondo un sondaggio realizzato da Statistica oltre il 30% degli utenti statunitensi di internet tra i 19 e 29 anni utilizza attualmente siti o app di appuntamenti, mentre il 31% ammette di averlo già fatto in precedenza. E anche gli europei sembrano non essere da meno. Secondo uno studio del Center for economics and business research, commissionato da Meeting in 6 Paesi europei (Germania, Spagna, Gran Bretagna, Italia, Francia e Olanda), il giro d’affari delle attività legate agli incontri di nuovi partner sarebbe di quasi 26 miliardi di euro, buona parte dei quali riconducibili proprio alle app di dating online.” [2]

Se si dà un occhio ai siti di incontri si può facilmente constatare che le persone che si iscrivono appartengono a fasce d’età anche più alte, almeno in Italia, e che differenti sono le motivazioni che spingono alla ricerca attraverso i siti: dall’intrecciare relazioni meramente sessuali o comunque senza impegno, usa e getta, al limitarsi a relazioni virtuali nelle quali non è previsto uscire dalla rete e incontrarsi di persona, al cercare l'”anima gemella”, relazioni sentimentali potenzialmente durature.

L’autodescrizione di presentazione richiesta dai siti è artificiale poiché passa necessariamente attraverso una semplificazione: occorre raccontarsi attraverso categorie per lo più pre-definite dai siti stessi che schiacciano la complessità della personalità. Si può rimanere intrappolati da questa griglia di caratteristiche. Chi entra in una app di incontri vede una carrellata di visi (per la verità spesso assenti, per non essere riconosciuti da parenti, amici, coniugi, o per non essere scelti solo per l’aspetto esteriore), dati anagrafici e descrizioni sommarie sul proprio fisico, la propria personalità, i propri interessi e valori, insomma su chi si è (o si dovrebbe essere) e chi si cerca. Sembra un grande mercato. L’impatto può essere scioccante. Ma se si supera lo shock iniziale e si comincia a messaggiarsi, si aprono possibilità diverse, ce la si può giocare in vario modo.

Riparati dallo schermo, è più facile mostrare l’immagine di sé che si ritiene migliore, è più facile sottrarsi alla complessità di un incontro dal vivo. Se si vuole ci si può lanciare in giochi di seduzione confinati nella rete. Ma, a volte, è anche più facile raccontarsi, mettersi a nudo, senza la paura di uno sguardo e di un  giudizio. Il modo in cui ci si approccia può far intuire molte cose su chi c’è dall’altra parte della rete, ma può trarre anche in inganno, per la potenza dei desideri proiettati sull’altro.

Anche quando ci si vede per la prima volta dal vivo, intendo in situazioni non virtuali, è inevitabile farsi un primo giudizio sulla persona che si ha di fronte, potenzialmente fallace anch’esso, ma comunque con più informazioni a disposizione. Ci si può piacere o non piacere “a pelle”, come si suol dire, espressione che già di per sé denuncia come i dati a disposizione nell’incontro in carne e ossa sono molti di più di quelli forniti dal contenuto delle parole: l’impressione che se ne ricava si fonda inconsapevolmente sulla comunicazione non verbale e paraverbale, oltre che sul mero impatto visivo; cioè su tutti quei segnali del corpo che, come è noto, sono assai più fini delle parole. Mi riferisco agli sguardi, alla prossemica, al modo di muoversi, ma anche al tono della voce, al suo timbro, alla velocità nel parlare, alle pause, alla alternanza nel parlarsi e ascoltarsi. (Ogni psicoanalista conosce bene l’immensa significatività di questi dati, spesso molto più importanti del contenuto semantico delle parole, nello scambio con il proprio paziente – e ci tengo a precisare che ciò avviene da parte di entrambi gli interlocutori: le interpretazioni dell’analista sono meno incisive della sua comunicazione empatica e della sua disposizione relazionale).

Salvo che non si voglia rimanere nell’ambito di una relazione virtuale, con tutti i suoi limiti di non autenticità, ciò che fa la vera differenza è perciò, fatta una scrematura di massima e molto aleatoria, il decidere di passare all’incontro alla luce del sole, con le dovute cautele, perché le sole parole non saranno mai sufficienti di per sé a costruire una relazione vera …. e poi sarà quel che sarà… Non diversamente da quando ci si incontra nel mondo reale. [3]

[1] Il rapporto Istat 2017 fotografa l’aumento dei single: una famiglia su tre risulta composta da una sola persona. Da: http://www.repubblica.it/cronaca/2017/12/28/news/istat_single_con_una_lunga_vita_davanti_siamo_tra_i_paesi_piu_vecchi_del_mondo-185371114/

[2] Pasqualotto, S., Una relazione su 3 nasce online e le app di dating valgono 4,6 miliardi, 14 febbraio 2018, Il sole 24 ore

[3] Sempre ivi, dall’articolo su Il sole 24 ore citato, leggiamo: “Se ancora non bastasse, a far uscire definitivamente il tema delle app di dating dalla zona d’ombra di ciò che «si fa ma non si dice» ci ha pensato persino uno studio universitario intitolato “The strenght of absent ties: social integration via online dating”. Gli autori (i professori di economia Josuè Ortega dell’università dell’Essex e Philipp Hergovich dell’univesità di Vienna), […] si sono accorti che le app di dating hanno contribuito ad aumentare le unioni tra persone di etnie e di ambienti sociali diversi, avendo inoltre un effetto positivo sulla durata delle unioni. Il loro studio sembra dimostrare infatti che i matrimoni tra persone che si sono conosciute online tendono a sciogliersi meno frequentemente e ad essere più solidi.”

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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PAROLE COME SCATOLE: AD ESEMPIO LA PAROLA CAPRICCI

Sostegno alla genitorialità
Sostegno alle capacità genitoriali

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Ci sono parole usate frequentemente con riguardo ai bambini che non hanno un preciso campo semantico, ma si prestano, anzi, ad indicare fenomeni molto differenti fra loro;  per questo le chiamo “parole-scatole”: ci si può infilare dentro ciò che si vuole mantenendo la parvenza di un riferimento oggettivo, di un significato univoco che, in verità, manca loro. L’unico elemento inequivocabile è la valenza negativa loro attribuita.

Penso, ad esempio alla parola <<capricci>>: <<non fare i capricci!>> è un’espressione molto comune, usata in mille circostanze differenti da genitori, nonni, educatori chiaramente infastiditi. Ma cosa sono esattamente questi capricci? La parola evoca immediatamente un bambino che si impunta o magari strilla e comunque si oppone al volere dei genitori. Ma nulla dice sulle motivazioni sottostanti, le quali, potendo essere molto differenziate fra loro, rimandano a fenomeni chiaramente diversi.

Un bambino può fare spesso i cosiddetti capricci perché, a fronte di regole date in modo incostante e imprevedibile da parte degli adulti, ha imparato che impuntandosi può sfondare il limite che gli viene dato: nessuno infatti accetta con facilità i limiti, a maggior ragione i bambini che non sanno ancora scambiare una frustrazione attuale per un vantaggio futuro il quale, oltretutto, è magari per loro del tutto astratto (essere educati e rispettosi per ricevere rispetto; essere in salute se questo vuol dire rinunciare ad una merendina di troppo; essere capaci di sviluppare i propri talenti se questo implica anche impegnarsi, ecc.). Se c’è modo di sottrarsi è inevitabile che un bambino ci provi.

Oppure, più banalmente, il capriccio episodico può esprimere stanchezza e minore capacità temporanea di reggere la frustrazione.

O ancora può essere una reazione per quella che è stata vissuta come una ingiustizia subita, magari perché il bambino non ha compreso il motivo della regola che gli è stata imposta, forse perché non gli è stata nemmeno spiegata, o perché, ancora, una ingiustizia effettivamente c’è stata. La regola o l’imposizione contro cui si ribella, allora, non può che essergli apparsa come frutto di uno strapotere ingiustificato e non autorevole che egli cerca a suo modo di contrastare in maniera altrettanto poco dialogante.

Oppure, ancora, il bambino sta cercando di conquistare una propria autonomia o una propria visibilità perché non si sente considerato come legittimo fautore di scelte o non si sente ascoltato come un interlocutore e quindi, pur di essere visto, ascoltato e riconosciuto, si inalbera, magari anche per inezie. A volte non avrebbe effettivamente senso concedergli l’autonomia rispetto al motivo specifico per cui fa i capricci, ma sarebbe invece possibile riconoscergliene comunque un po’ in altre situazioni, a seconda anche dell’età.

In definitiva, a fronte di un bambino <<capriccioso>>, un adulto dovrebbe sempre domandarsi che cosa quel bambino sta cercando di esprimere attraverso il capriccio e come egli stesso si pone in relazione alle istanze così espresse, seppure malamente e spesso per meri pretesti. Non esistono infatti bambini costituzionalmente capricciosi e i capricci si inseriscono in una relazione di cui fanno evidentemente parte tanto il bambino quanto l’adulto, e, quest’ultimo, con un maggiore potere di influenza.

Se i capricci sono frequenti, esprimono senz’altro un qualche disagio della relazione e sarebbe bene che il genitore si facesse allora aiutare a decodificarli e a gestirli diversamente mediante un sostegno alla genitorialità.

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

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