PESSIMISTI, OTTIMISTI E SFORTUNATI

Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle). Sofferenza psichica
Adolfo Wildt, Parsifal (Il puro folle), 1930, visibile in Villa Necchi Campiglio, Milano, proprietà FAI, Fondo Ambiente Italiano

Di fronte all’anno nuovo appena sbocciato, come in genere di fronte al futuro, possiamo avere un atteggiamento di fondo ottimista o pessimista.

È evidente che il modo di guardare al domani, più o meno prossimo, è influenzato dalla situazione in cui ci si trova a vivere, dal punto di vista da cui si guarda alla realtà intorno a noi, ma è fondamentalmente una questione di carattere – si dice – appartenere all’una o all’altra categoria, quella appunto degli ottimisti o dei pessimisti.

Partiamo ora dalle seguenti considerazioni: il futuro è di per sé inconoscibile, per quanto buoni siano i nostri strumenti previsionali: quante volte, infatti, la storia ha scartato di lato rispetto ai binari su cui la si credeva avviata?; la vita, poi, riserva sempre delle sorprese anche a livello individuale, se solo ci si pone con la disponibilità interiore a coglierle; infine, ogni evento difficilmente ha conseguenze esclusivamente in una direzione, tutte negative o tutte positive, difficilmente, cioè, presenta valenze e senso in sé univoci. Per tutte queste ragioni, penso che in effetti ci siano delle motivazioni soggettive più che oggettive sottese alla disposizione d’animo con cui guardiamo avanti e valutiamo le cose che ci coinvolgono, anche in prospettiva.

I pessimisti che vedono nero in modo pervasivo, su ogni aspetto della vita, che lo siano da sempre o lo diventino in una certa fase della vita, possono essere depressi e il loro pessimismo essere pertanto una manifestazione del loro stato depressivo; possono avere la necessità inconscia di boicottarsi per confermare una immagine di sé perdente e quella che ritengono l’unica collocazione nel mondo cui possono legittimamente aspirare; oppure, ancora, sentire il bisogno di punirsi per qualche presunta colpa: in tutti questi casi non sono di fatto in grado di cogliere e godere di ciò che pure c’è di positivo o bello o vantaggioso in ogni situazione e perdono la speranza. I pessimisti a trecentosessanta gradi disperano, ovvero sono disperati.

Ci sono persone che ritengono che ogni contrattempo o avversità, anche piccola, sia dovuta alla sfortuna. Diranno: “ho la solita sfiga” se un treno che devono prendere parte in ritardo, se in autunno in Val Padana c’è la nebbia quando devono viaggiare, se incontrano sul loro cammino delle persone scorrette. Astrattamente la sfortuna dovrebbe essere cieca, ma esse sostengono che ci vede benissimo, e non è solo una battuta, ma un convincimento intimo. Insomma, essere sfortunati, significa in realtà, nel loro modo di concepire, essere oggetto di un accanimento della sorte che è però avvertito profondamente come il risultato di un proprio personale difetto, di una propria intrinseca colpa : “la sfortuna si accanisce perché me lo merito” – questo in sostanza si dicono.

Di solito gli “sfortunati” sono anche pessimisti, a loro le cose non potranno mai andare bene. Uno sfortunato non pensa mai di viversi tale, perché ritiene di essere tale: non riesce cioè a mettere in discussione il suo punto di vista, prende per realtà oggettiva la propria interpretazione soggettiva.

Viversi sfortunati, vedere nero, ovviamente si accompagnano ad un senso di impotenza –  o ne sono l’espressione – al convincimento di non poter modificare in alcun modo il corso della propria vita e il proprio stesso sentire. Chi vive in questa condizione è come una persona che valutasse la funzionalità di un oggetto e la sua estetica guardandolo solo da un lato senza manipolarlo e osservarlo da più angoli visuali. È come se avesse perso ogni libertà interiore, di fatto l’ha persa, ingabbiato nella propria visione unidirezionale e coartata. E la conseguenza è che effettivamente, accecato dal pessimismo, non riuscirà ad attivare le proprie risorse interne e ad aprirsi all’imprevisto secondo una profezia che si auto-avvera.

L’ottimismo pervasivo, peraltro, non sempre è un atteggiamento mentale appropriato, laddove è eccessivo e perde di vista dati di realtà che chiunque altro è in grado di soppesare: un ottimismo eccessivo ostacola la possibilità di fronteggiare adeguatamente la situazione concreta. Succede per esempio negli stati patologici maniacali.

Si riscontrano sempre delle motivazioni risalenti alla propria storia che giustificano un atteggiamento pessimista  o, viceversa, ottimista: esse hanno a che fare con quanto, per esempio, si è potuto interiorizzare una funzione di sostegno durante la crescita nell’affrontare, supportati e incoraggiati appunto, le diverse difficoltà che inevitabilmente si incontrano. Tale interiorizzazione conferisce una fiducia di fondo nella propria capacità di farcela. Ma tante possono essere le variabili in gioco a seconda della funzione e del significato che svolge e assume per ciascuno un atteggiamento positivo o negativo di fronte alla vita (se il pessimismo è funzione di un senso di colpa e di un bisogno di espiazione, per esempio, ci saranno altre motivazioni: non dimentichiamoci che ogni storia, poi, è a sé, ma sempre di storia, infantile e non solo, si tratta, a meno che non pensiamo di esistere al di fuori di un contesto relazionale e sociale, concepiti in toto da noi stessi).

Essendo il pessimismo e l’ottimismo pervasivi l’esito della storia personale, e non un dato innato e in quanto tale immodificabile, essi possono essere modulati attraverso la relazione con uno psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico o uno psicoanalista che aiuti a ritrovare rispettivamente la propria soggettività e capacità di agire e di non perdere la bussola.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

http://www.psicoterapia-milano.eu