LA SESSUALITÀ COME SPECCHIO DELLE NOSTRE DINAMICHE RELAZIONALI

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Antonio Canova, Amore e Psiche, 1788-1793, Museo del Louvre

http://www.barbarainwonderlart.com/2014/11/07/amore-e-psiche-la-favola-eterna/

 

La sessualità non ha per nulla perso di importanza “come potente organizzatore dell’esperienza” [1] fra quegli psicoanalisti, come gli psicoanalisti relazionali, che non ritengono che la mente umana sia forgiata dalle vicissitudini delle pulsioni sessuali quali spinte meramente endogene, come a suo tempo fecero Freud e poi gli psicoanalisti ortodossi, ma che piuttosto essa si forgi nel crogiolo delle relazioni significative.

Il fatto che la sessualità implichi l’esperienza del corpo in relazione a quello di un altro la connette prepotentemente al bagaglio di tutte le nostre esperienze relazionali mediate dal corpo e quindi senz’altro a quelle più primitive. Quando siamo venuti al mondo (ma anche l’esperienza prenatale deve aver avuto una sua significatività ancora troppo poco esplorabile) ci siamo rapportati ad esso e agli altri attraverso il corpo: tutto era per noi percezione di stimoli interni ed esterni a cui non eravamo originariamente in grado di donare ancora un senso e solo grazie all’intervento dell’adulto che si è preso cura di noi abbiamo potuto mettere in relazione certi stimoli con ciò che ora chiamiamo fame e con il seno che lo calmava, ciò che ora chiamiamo sonno con le braccia cullanti della mamma, ecc.; insomma abbiamo potuto mettere in relazione il nostro mondo interno di percezioni e di emozioni di disagio o di conforto/piacere col mondo esterno di oggetti e persone gravidi di significati. Ogni rimedio che veniva offerto alle nostre sensazioni sgradevoli di freddo, fame, sonno, ecc. poteva avere di volta in volta una sua qualità in grado di calmarci e rasserenarci o lasciarci più o meno inquieti, insoddisfatti, spaventati. Il modo in cui siamo stati tenuti in braccio, allattati, cambiati, manipolati, e il modo e il tempo in cui i nostri bisogni corporali sono stati accolti o non accolti da chi ci accudiva – in modo cioè amorevole, meccanico, indifferente, angosciato, aggressivo, preoccupato, imprevedibile, ecc, o lo specifico dosaggio di questi sentimenti che ciascuno di noi ha conosciuto – ha costituito il paradigma su cui abbiamo costruito le successive esperienze psicologiche: ci ha indicato quali bisogni erano degni di attenzione e leciti, quali avremmo poi dovuto censurare o di cui vergognarci, quanta fiducia avremmo potuto riporre nella premura e presenza sollecita degli altri, di quali strategie relazionali avremmo dovuto avvalerci per ottenere udienza, quanto potere la nostra voce avrebbe avuto nel procurarci l’accesso all’altro e la sua disponibilità. E ovviamente anche le esperienze successive hanno continuato a modulare il nostro modo di rappresentarci chi è oggetto dei nostri desideri, le nostre aspettative, la consapevolezza stessa dei nostri bisogni.

Il fatto, ancora, che “la sessualità implichi una compenetrazione di corpi e di bisogni rende le sue infinite variazioni strumenti ideali per rappresentare i desideri, i conflitti e le trattative nelle relazioni con gli altri. […] Le sensazioni corporee e i piaceri sensuali delimitano la pelle, il profilo, i confini dell’individuo; e la dialettica dell’intimità fisica e sessuale ci colloca in una certa posizione rispetto all’altro: sopra, sotto, dentro, contro, intorno, in posizione di controllo, di resa, di adorazione, di rapimento e così via. […] La sessualità assume tutta l’intensità delle battaglie appassionate che si combattono per stabilire un contatto, per formare dei legami, per sconfiggere l’isolamento e l’esclusione.” [2]

Ma se la sessualità è profondamente intrisa delle esperienze relazionali fatte e, circolarmente, modella le esperienze di intimità, ecco che i disturbi nella sfera sessuale vanno trattati come fatti intrinsecamente relazionali, che mettono in scena alcune delle configurazioni relazionali della persona [3] e non come qualcosa con uno statuto a sé stante. E ciò vale ovviamente anche con riguardo a quelle persone che conducono una vita così detta normale in ogni ambito e solo nelle condotte sessuali manifestano una sintomatologia vissuta lungamente in segreto e come un insopportabile fardello.

[1] Mitchell, S., Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi, Bollati Boringhieri, pp. 96-97

[2]Ivi, ancora, p. 98: “Khan (1979) fa notare che il termine intimacy si comprende meglio se si prende in considerazione la sua forma verbale, to intimate, che è definita dallo Oxford English Dictionary come <<mettere dentro, spingere dentro, rendere noto>>. Il linguaggio riflette un senso di interiorità: uno iato o uno spazio tra sé e l’altro che si tenta e si desidera di superare.”

[3]Con questo non si vuol negare il substrato biologico della sessualità, ma non diversamente da come esso esiste anche nella fame: e come la fame può venire rappresentata mentalmente in infiniti modi a seconda della cultura di appartenenza e venir diversamente gestita in ragione degli equilibri psichici e relazionali di ciascuno – basti por mente alla anoressia mentale o alla bulimia o alla ortoressia, nuova compulsione di questi tempi – similmente gli ormoni sessuali che controllano l’eccitabilità non sono in grado di dare conto da soli degli infiniti modi di esplicarsi della sessualità umana.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

http://www.psicoterapia-milano.eu

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