LA PARADOSSALE PREZIOSITÀ DEI SINTOMI parte prima

Adolfo Wildt, Maschera del dolore. Sofferenza psicologica
Adolfo Wildt, Maschera del dolore (Autoritratto), 1909 – Forlì, Musei Civici

I sintomi psichici sono indubbiamente fonte di sofferenza, di ansia e di angoscia di per sé, perché non si riesce ad avere alcun controllo su di essi. In quanto, poi, vissuti soggettivamente come indicatori di “qualcosa che non va”, si associano anche alla paura e alla vergogna di non sentirsi “normali”. Ma i sintomi, quali messaggi provenienti dal mondo interno, hanno anche una valenza comunicativa importante e per questo sono da considerarsi come fatti preziosi, potenzialmente occasione di trasformazione purché ce ne si faccia carico e se ne comprenda il senso. I sintomi, infatti, non sono la causa ultima del malessere, ma sono ciò che compare, sono solo la manifestazione di una sottostante strutturazione psichica più o meno stabile.

La tendenza attuale, però, è quella di volersene sbarazzare il più in fretta possibile per tornare a sentirsi normali ed efficienti. Si tratta di una tendenza molto coerente – e come potrebbe essere diversamente? – con i dettami dell’epoca in cui viviamo, segnata dal neoliberismo e dalla richiesta di produttività ad oltranza, come dalla pretesa che tutto si possa ottenere velocemente, solo che lo si voglia, e che ciò che disturba e limita possa essere dominato e superato con la tecnica [1]. Nell’immaginario comune, è sufficiente delegare allo psicoterapeuta, tecnico dell’anima, il sollievo immediato dal malessere, come si fa quando si prende un analgesico per il mal di testa o ci si fa prescrivere dal medico di base un ansiolitico, un sonnifero o persino degli antidepressivi.

Non che sia uno scandalo desiderare di accedere velocemente ad uno stato di maggior serenità, anzi, né che non si possa in certi casi farsi aiutare anche con psicofarmaci (purché, a mio avviso, seguiti da uno psichiatra quantomeno per le situazioni più complesse); quello che intendo avvalorare è che i sintomi vanno interrogati per comprendere che funzione svolgono nell’equilibrio psichico complessivo, e ciò richiede necessariamente un investimento di tempo e una messa in gioco personale.

Mi vengono in mente le diete spacciate per miracolose, grazie a un qualche ritrovato erboristico o chimico, che ogni anno nell’imminenza dell’estate vengono lanciate sul mercato e che poi portano immancabilmente a una ripresa veloce del peso, ammesso che aiutino anche solo momentaneamente a perderlo, non promuovendo alcuna consapevolezza alimentare di base. Allo stesso modo, la ricerca o la promessa della veloce rimozione dei sintomi è una illusione che non porta ad un benessere duraturo.

Nella cultura postmoderna, inoltre, persino il disagio esistenziale, connesso alla ontologica condizione di limitatezza e di precarietà umana, è considerato patologico e come tale va asportato, quasi fosse un tumore maligno. È come se la dimensione tragica dell’uomo, segnata dalla consapevolezza del limite e della morte, fosse bandita, oggi, da ogni discorso accettabile e da ogni sentire [2].

La psicoterapia, almeno quella psicoanalitica (e soprattutto negli ultimi decenni [3]) più che da interpretarsi come una tecnica, è una esperienza relazionale profonda in cui uno dei partecipanti – lo psicoanalista – dopo essersi fatto contagiare dalla sofferenza dell’altro – il paziente – è in grado di emergerne perché è già emerso infinite volte dalla propria in cui riecheggia quella di quest’ultimo [4]. Lo psicoanalista ha sviluppato nella sua lunga e complessa formazione personale e professionale [5] la specifica competenza autoriflessiva e di osservazione di quanto accade in sé e nella relazione; ciò lo rende capace di offrire al paziente una relazione inedita, di accoglienza, ma anche di gentile “resistenza”, per così dire, alla sua tendenza inconsapevole alla ripetizione delle modalità relazionali disfunzionali con sé e con gli altri. Eppure, senza l’impegno attivo anche del paziente, senza una lotta comune per emergere ed emanciparsi dalla propria storia non sarebbe possibile procedere. È il paziente con il suo coraggio di guardarsi dentro, con le sue puntate introspettive e le sue associazioni, oltre che con il suo stesso modo di stare nella stanza d’analisi, a fornire il materiale su cui lavorare insieme.

L’analisi insomma è un lavoro di squadra, soprattutto se si ritiene, come io ritengo, che debba essere un percorso emancipatorio che conduce il paziente a divenire sempre più autore della sua vita. Se, viceversa, lo psicoanalista si fa eccessivamente complice dell’atteggiamento sociale di delega, spacciandosi per il tecnico neutrale – “unico soggetto supposto sapere” – va chiaramente nella direzione, al contrario, di mantenere il paziente nella condizione di essere e sentirsi assoggettato e privo di qualsiasi potere [6]

Premesso tutto questo a proposito dell’immaginario diffuso intorno ai sintomi e alla richiesta agli specialisti unicamente della loro rimozione sic et simpliciter,  nella seconda parte di questo articolo mi dedicherò a riportare, a titolo di esempio, una mia esperienza clinica relativa al senso di un certo specifico sintomo – attacchi di panico – in un certo specifico paziente. Mi occorre però avvertire che in ogni persona sofferente di attacchi di panico il senso sarà differente, anche se possiamo affermare, senza troppo timore di operare del riduzionismo, che gli attacchi di panico raccontano in genere di una lotta intestina fra diverse parti di sé, paragonabili al fenomeno del scosse sismiche causate dal cozzare di due placche tettoniche. Ma di quali parti si tratti e di quali istanze esse siano portatrici è una questione che varia da individuo ad individuo.

[1] “La tecnica consente l’occultamento del dolore, ma è anche vero che il dolore dà scacco alla tecnica. La tecnica è l’unica dimensione in cui l’uomo contemporaneo pensa il suo successo, o quanto meno riesce a prospettarsi il suo movimento, ma la tecnica può fallire. […]  L’uomo contemporaneo […] percepisce il rumore di fondo della sofferenza anche se essa è tolta dalla scena ed è occultata. La sofferenza trapela e forza la congiura del silenzio che le molteplici, civili, e costruttive attività del giorno coprono con il rumore produttivo e fecondo. Ma l’eco sorda del dolore l’uomo contemporaneo se la porta dentro, la vive nella forma dell’inquietudine, se la tiene nel cuore come ansia”: così Natoli, S., L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale, Feltrinelli, Milano, 2001, p. 270.

[2] Che la morte sia divenuta un tabù nella cultura occidentale, ma non sempre lo sia stato, è ben testimoniato da  Ariès, P., Storia della morte in Occidente, Rizzoli, Milano, 1978. Si veda in proposito anche Benasayag, M., Oltre le passioni tristi. Dalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa, Feltrinelli, Milano, 2016, che a p. 23 così afferma: “la sofferenza esistenziale è oggi colonizzata dalla sofferenza patologica”. Chiamo “sofferenza esistenziale” il modo in cui l’umano sperimenta il fatto di essere limitato: limitato come individuo, come gruppo, come specie vivente. Anche se è controintuitivo, i limiti sono essenziali alla vita, la condizione per quella “stabilità lontana dall’equilibrio” che la caratterizza (per riprendere la celebre formula di Claude Bernard); è la ragione per cui morte, malattia, impotenza, sofferenza, lungi dal rappresentare un insieme di debolezze, sono parte integrante  di quella dinamica di fragilità senza la quale non ci potrebbe essere vita, salute, gioia. Ora, il credo postmoderno, scienzista ed economista, si fonda sull’idea di una potenza che non conoscerebbe processi antagonisti e considera ogni limite come un’ingiustizia proveniente dall’esterno.”

[3] “Il concetto di tecnica psicoanalitica viene abitualmente ricondotto ai tre fondamenti dell’ortodossia nella psicoanalisi […] classica: neutralità, anonimato e astinenza. […] Con il tramonto del modello classico, è caduto in discredito il concetto stesso di tecnica. […] l’idea di <<tecnica>> viene associata a quella che è considerata l’illusione anacronistica che l’analista possa restare esterno al processo psicoanalitico mantenendo un contegno stereotipato e meccanico.”. Così S. Mitchell, Influenza e autonomia in psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino, 1999, pp. 11, che in altro passo, ivi a pag. 16, aggiunge che “oggi la psicoanalisi viene praticata con altrettanta disciplina e senso di responsabilità di quando si utilizzava come cornice la teoria classica della tecnica. Ma la disciplina, o la tecnica, oggi opera in modo molto diverso. […] La disciplina non sta nelle procedure, ma nella sensibilità con cui l’analista partecipa al processo psicoanalitico”.

[4] Se è assolutamente vero che in ogni persona la sofferenza si declina in modi assolutamente unici, è anche vero quanto affermato da Terenzio: << sono un essere umano, non ritengo a me estraneo nulla di umano» (“Homo sum, umani nihil a me alienum puto“). Non è necessario aver fatto le stesse identiche esperienze nella vita per ritrovare dentro di sé, magari solo con intensità differente, le dinamiche psichiche ad esse sottese. Come a dire che dentro di noi è contenuto “l’universo del possibile psichico” in tutte le sue declinazioni anche se non tutto ha ugual peso nell’equilibrio di ciascuno e non tutto si manifesta allo stesso modo.

[5] Questa formazione comporta oltre ad una laurea magistrale in psicologia o in medicina, l’esame di Stato, una specializzazione post lauream di 4 anni, un lungo tirocinio, un percorso di psicoanalisi personale o didattica, parecchie ore di supervisione nel suo lavoro clinico e una formazione in itinere.

[6] Ovviamente, un paziente può sentirsi profondamente e magari inconsapevolmente incapace di farsi autore del proprio percorso, non abituato com’è a registrare i propri bisogni, perché non è stato considerato un interlocutore via via più autorevole durante la sua crescita, perché gli si è richiesto piuttosto di “obbedire” senza possibilità di dire la sua. Ma questa è materia stessa del percorso analitico. Diverso è se è lo psicoanalista a concepirsi come voce autorale indiscutibile e unico depositario di un potere fondato su un sapere esclusivo.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

http://www.psicoterapia-milano.eu