PAROLE COME SCATOLE: AD ESEMPIO LA PAROLA CAPRICCI

Sostegno alla genitorialità
Sostegno alle capacità genitoriali

photo by Peter Sieling:  http://www.flickr.com/photos/bluespete

Ci sono parole usate frequentemente con riguardo ai bambini che non hanno un preciso campo semantico, ma si prestano, anzi, ad indicare fenomeni molto differenti fra loro;  per questo le chiamo “parole-scatole”: ci si può infilare dentro ciò che si vuole mantenendo la parvenza di un riferimento oggettivo, di un significato univoco che, in verità, manca loro. L’unico elemento inequivocabile è la valenza negativa loro attribuita.

Penso, ad esempio alla parola <<capricci>>: <<non fare i capricci!>> è un’espressione molto comune, usata in mille circostanze differenti da genitori, nonni, educatori chiaramente infastiditi. Ma cosa sono esattamente questi capricci? La parola evoca immediatamente un bambino che si impunta o magari strilla e comunque si oppone al volere dei genitori. Ma nulla dice sulle motivazioni sottostanti, le quali, potendo essere molto differenziate fra loro, rimandano a fenomeni chiaramente diversi.

Un bambino può fare spesso i cosiddetti capricci perché, a fronte di regole date in modo incostante e imprevedibile da parte degli adulti, ha imparato che impuntandosi può sfondare il limite che gli viene dato: nessuno infatti accetta con facilità i limiti, a maggior ragione i bambini che non sanno ancora scambiare una frustrazione attuale per un vantaggio futuro il quale, oltretutto, è magari per loro del tutto astratto (essere educati e rispettosi per ricevere rispetto; essere in salute se questo vuol dire rinunciare ad una merendina di troppo; essere capaci di sviluppare i propri talenti se questo implica anche impegnarsi, ecc.). Se c’è modo di sottrarsi è inevitabile che un bambino ci provi.

Oppure, più banalmente, il capriccio episodico può esprimere stanchezza e minore capacità temporanea di reggere la frustrazione.

O ancora può essere una reazione per quella che è stata vissuta come una ingiustizia subita, magari perché il bambino non ha compreso il motivo della regola che gli è stata imposta, forse perché non gli è stata nemmeno spiegata, o perché, ancora, una ingiustizia effettivamente c’è stata. La regola o l’imposizione contro cui si ribella, allora, non può che essergli apparsa come frutto di uno strapotere ingiustificato e non autorevole che egli cerca a suo modo di contrastare in maniera altrettanto poco dialogante.

Oppure, ancora, il bambino sta cercando di conquistare una propria autonomia o una propria visibilità perché non si sente considerato come legittimo fautore di scelte o non si sente ascoltato come un interlocutore e quindi, pur di essere visto, ascoltato e riconosciuto, si inalbera, magari anche per inezie. A volte non avrebbe effettivamente senso concedergli l’autonomia rispetto al motivo specifico per cui fa i capricci, ma sarebbe invece possibile riconoscergliene comunque un po’ in altre situazioni, a seconda anche dell’età.

In definitiva, a fronte di un bambino <<capriccioso>>, un adulto dovrebbe sempre domandarsi che cosa quel bambino sta cercando di esprimere attraverso il capriccio e come egli stesso si pone in relazione alle istanze così espresse, seppure malamente e spesso per meri pretesti. Non esistono infatti bambini costituzionalmente capricciosi e i capricci si inseriscono in una relazione di cui fanno evidentemente parte tanto il bambino quanto l’adulto, e, quest’ultimo, con un maggiore potere di influenza.

Se i capricci sono frequenti, esprimono senz’altro un qualche disagio della relazione e sarebbe bene che il genitore si facesse allora aiutare a decodificarli e a gestirli diversamente mediante un sostegno alla genitorialità.

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

http://www.psicoterapia-milano.eu

Annunci

CHE FINE HA FATTO IL MIO BAMBINO?

 

street-art-murales-dipinti-postneocubismo-belin-07
Miguel Ángel Belinchón Bujes, noto come Belin

Tratto da: https://www.keblog.it/street-art-murales-dipinti-postneocubismo-belin/

“Che fine ha fatto il mio bambino, il bambino che mi amava tanto e mi considerava la più bella mamma del mondo, il bambino che mi ascoltava e con cui era facile capirsi? Questo figlio all’improvviso non lo riconosco più, non so più chi è e perché sembra tenermi a distanza o addirittura avercela con me.”

Tutti sanno che i figli ad un certo punto fanno la “muta” e da bambini facili da gestire, affettuosi e adoranti, si trasformano sotto gli occhi, come per incantesimo, in ragazzini a volte burberi e distanzianti, se non francamente oppositivi e trasgressivi. Eppure i genitori vengono spesso colti di sorpresa quando è il loro turno di assistere alla muta. Di fronte alle manifestazioni della preadolescenza si sentono spiazzati e vivono i primi accenni di conflittualità come una sorta di tradimento dell’affetto, come un’accusa ingiusta che i figli, tanto amorevolmente accuditi, rivolgono loro. E si arrovellano di domande. E soffrono.

È così che mi trovo spesso a suggerire ai genitori che mi consultano di fare tesoro dello spaesamento che provano come della nostalgia per l’infanzia perduta del loro figlio per riuscire a sintonizzarsi nuovamente con quanto lo stesso figlio vive, sospinto violentemente com’è fuori dall’infanzia senza avere ancora sufficienti strumenti cognitivi e affettivi per affrontare il cambiamento. Anche i preadolescenti si sentono spaesati, a dispetto di quell’atteggiamento supponente che all’improvviso hanno tirato su come una barriera; sono in verità alle prese con un corpo che si modifica velocemente e che, spesso troppo precocemente rispetto alle possibilità di elaborazione della mente, diviene sessuato. Anche loro provano nostalgia per l’infanzia, per quel periodo di armoniosa quiete a fronte della tempesta che stanno vivendo ora, seppure in alternanza alla urgenza delle spinte interne all’autonomia.

Per crescere e diventare individui con una propria personalità separata da quella dei genitori, i preadolescenti (e gli adolescenti) non possono che tenersi in parte lontani dal “risucchio” dell’amore dei genitori, respingere il richiamo di quel senso di protezione connesso all’infanzia, pena il non riuscire a trovare la forza per “tradire” l’immagine di sé bambini, l’immagine che i genitori rispecchiano loro, e diventare altro, diventare grandi. E tanto più sono forti il risucchio e il richiamo tanto più avranno bisogno di ricorrere alla conflittualità per separarsi e diversificarsi. La protezione e il senso di appartenenza la cercheranno d’ora in poi soprattutto nel gruppo dei pari.

Per questo, i genitori, fatto salvi problemi specifici di relazione, non hanno da temere l’oppositività che, entro certi limiti, è sana e necessaria per crescere. E non devono viverla come un’accusa o un tradimento, ma come una fase, faticosa – certo – ma necessaria dello sviluppo. L’alternativa sarebbe avere dei figli eterni bambini, compiacenti e senza una propria individualità delineata, il che non è certamente auspicabile. Sostengo, inoltre, che le persone che al giusto tempo non hanno attraversato il travaglio della preadolescenza e dell’adolescenza, prima o poi manifestano un disagio derivante proprio dall’essere compiacenti e aderenti alle aspettative altrui.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

http://www.psicoterapia-milano.eu

UN DISTURBO SESSUALE MOLTO FREQUENTE: LA EIACULAZIONE PRECOCE

 

antonio_canova_005_amore_e_psiche
Antonio Canova, Amore e Psiche, 1788-1793, Museo del Louvre

 

La eiaculazione precoce è un disturbo sessuale piuttosto frequente che può creare notevole sofferenza psicologica e relazionale, individuale e di coppia.

Anche se nel nome vi è una inequivocabile indicazione temporale (“precoce”), si è ampiamente discusso su come il disturbo vada esattamente definito. Poiché è difficile pervenire ad una quantificazione del tempo, considerato insufficiente, che intercorre fra la penetrazione e l’orgasmo, si ricorre, per lo più, al criterio della presenza o assenza nell’uomo del controllo volontario sulla eiaculazione; a volte si fa riferimento anche alla soddisfazione sessuale della partner grazie alla possibilità di tale controllo [1], introducendo così un elemento strettamente relazionale nella stessa definizione. Non a caso, l’attenzione alla eiaculazione precoce è relativamente recente e legata anche al diverso modo di concepire la sessualità femminile rispetto al passato e all’importanza che oggi si attribuisce al piacere sessuale della donna non meno che dell’uomo.

Ovviamente, una mancanza di controllo occasionale o alle primissime esperienze sessuali non è sufficiente per parlare di eiaculazione precoce in termini di disturbo acclarato. Inoltre, bisogna considerare che la insoddisfazione sessuale della partner può dipendere, a sua volta, da problematiche specifiche della stessa, come per esempio la dispareunia o il vaginismo o l’anorgasmia.

Le cause dell’eiaculazione precoce possono essere di origine sia organica che psicologica. Occorre primariamente escludere ogni possibile causa organica e solo in seguito rivolgersi ad uno psicologo per un percorso psicoterapeutico, che potrà, a seconda dei casi, essere individuale o di coppia.

Dal punto di vista psicologico, è impossibile individuare in astratto la motivazione del disturbo per ogni singolo paziente. Occorre ricostruire con questi la storia e le caratteristiche del sintomo: è evidentemente differente il caso in cui esso si presenta regolarmente, in tutte le sue relazioni sessuali, da quello in cui è insorto e si è manifestato solo in una specifica relazione, o, ancora, da quello in cui si è verificato solo da un certo punto in poi della sua vita sessuale; è importante anche comprendere se i tempi di latenza fra l’inizio della stimolazione e l’eiaculazione durante la masturbazione siano o no nettamente più lunghi di quelli fra l’inizio delle spinte del coito e l’eiaculazione. Nel primo caso sembrerebbe, infatti, che sia il sostare dentro il corpo della donna a creare problemi.

Tutte le predette distinzioni sono importanti da compiere per comprendere se si tratti, per ogni singolo paziente, di problematiche legate ad una specifica relazione di coppia o al rapporto con la figura femminile in generale, così come interiorizzata, o al modo di vivere la sessualità e il piacere o a un evento traumatico. Rimando comunque all’articolo La sessualità come specchio delle nostre dinamiche relazionali nella categoria del blog Sessualità e disturbi sessuali per comprendere come i disagi che si manifestano nell’ambito della sessualità vadano letti all’interno di una visione relazionale.

A queste eventuali problematiche di fondo di cui sopra è inevitabile che poi si aggiunga l’ansia anticipatoria, cioè l’ansia di incorrere ancora una volta, ad ogni nuovo rapporto sessuale, nella frustrazione derivante dal sintomo stesso, che, circolarmente, non fa che ampliarlo, fino, a volte, a condurre a preferire astenersi dalla sessualità che rischiare di “fallire”.

È importante la reazione manifestata dalla partner che può ingigantire o aiutare a sdrammatizzare il senso di fallimento e di vergogna associato al sintomo. Ma è anche evidente che è possibile venire a capo dello stesso solo se nell’uomo non si instaura un atteggiamento di negazione del problema, magari anche solo per vergogna. Non c’è alcuna colpa nelle proprie sintomatologie e vulnerabilità, e prendersi cura delle stesse chiedendo aiuto non solo è un modo di prendersi cura di sé, ma è anche un segno di forza.

[1] Per i sessuologi pionieri della disciplina Master e Johnson (1970) si trattava della incapacità dell’uomo di inibire l’eiaculazione abbastanza a lungo da consentire alla propia partner di raggiungere l’orgasmo nel 50% dei rapporti; per Helen Singer Kaplan della assenza di controllo volontario dell’eiaculazione, per il DMS-III R (l987), della: “persistente o ricorrente eiaculazione con minima stimolazione sessuale prima, durante o subito dopo la penetrazione e prima che la persona lo desideri”.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

http://www.psicoterapia-milano.eu

I SENTIMENTI AMBIVALENTI IN GRAVIDANZA

12913-NOJRCO

<a href=”https://it.freepik.com/foto-vettori-gratuito/mano”>Mano de vecttori diseñado por Freepik</a>

I pensieri e sentimenti ambivalenti che non vengono riconosciuti e accolti, associati alla gravidanza anche quando cercata o comunque voluta, finiscono con il convertirsi in motivi di disagio o con il nutrire sintomi, come del resto avviene per tutti i pensieri/emozioni che sono censurati, a un qualche livello, e quindi non integrati nell’esperienza e non elaborati.

La società in cui siamo immersi non aiuta granché a riconoscere o mitigare, laddove possibile, le ambivalenze delle madri perché è ancora molto forte una certa cultura sacrificale della maternità. Inoltre, al di là di ogni retorica intorno al ruolo della Madre, non sono stati ancora rimossi gli ostacoli, per esempio nel mondo del lavoro, alla possibilità di contemperare la maternità con altre dimensioni di sé, come appunto quella professionale, ma non solo. Come se il crescere i figli fosse solo una questione femminile e non qualcosa che riguarda la società tutta.

Ma a quali pensieri/emozioni ambivalenti mi riferisco?

Sono convinta che sia inevitabile provare un miscuglio di pensieri/emozioni, di differente segno, in ordine al divenire madri. Accanto e mescolata alla gioia e all’eccitazione, al senso di mistero, alla speranza e soddisfazione connessa al realizzarsi e trascendersi, alla commozione di un figlio voluto come frutto dell’amore della coppia genitoriale (quando è così), vi sono l’ansia per l’ignoto che l’avventura di un figlio rappresenta, anche quando non è il primo (perché ogni figlio è una storia a sé e perché anche la madre è in una condizione sicuramente differente da quella in cui si trovava al momento dell’arrivo del primo bambino, non fosse altro perché ora la compagine familiare è un’altra); la preoccupazione di farcela a crescere un bambino e poi un ragazzo: “sarò capace? saprò tutelarlo dalle insidie di questa società così complessa e differente da quella in cui sono cresciuta io e che galoppa a un ritmo di cambiamento a cui è difficile stare dietro?”; la paura di essere molto vincolata dal bimbo in arrivo e di perdere quella libertà di cui si godeva prima nel gestire il proprio tempo libero – molte cose per un po’ non si potranno più fare, perché un figlio è oggettivamente anche un grande impegno; le preoccupazioni economiche e quelle legate alla propria posizione lavorativa, alla propria carriera; l’apprensione circa gli effetti sul rapporto di coppia e/o sul primogenito all’arrivo del secondo; un  più o meno vago senso di soffocamento che si accompagna all’aspetto di irreversibilità della scelta – si è madri per tutta la vita – ;  l’inquietante connesso al corpo che cambia, si deforma per lasciare spazio a qualcuno di totalmente sconosciuto e invisibile e che abita – altro da sé – le proprie profondità; vi è la certezza che nulla sarà più come prima e che si sta lasciando alle spalle per sempre una stagione della vita. Ecco, dunque, affacciarsi un vissuto di perdita o di lutto.

“Ma come perdita e lutto? Di fronte alla meraviglia della vita che si rinnova? Che scandalo! Sarò una ingrata, una madre degenere? Verrò punita per questi miei pensieri men che felici?”. I sensi di colpa si intrufolano nella gravidanza a ingrandire la paura di non essere una brava madre e la paura di non saper generare un figlio sano e normale.

Questa congerie di pensieri/emozioni, più o meno presenti e  forti a seconda anche della specifica esperienza che ciascuna donna si porta appresso come figlia e nel rapporto con la propria madre, può ingolfare la mente della donna se bandita dalla propria possibilità di riflettere su di essa e di “tenerne insieme” le differenti componenti. A volte, può esitare in forme più o meno serie di depressione post partum.

È importante che una donna in gravidanza possa esternare i suoi pensieri ed emozioni anche negativi ed essere ascoltata senza giudizio né scandalo per evitare di aggravare sensi di colpa che è possibile già provi da sola.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

http://www.psicoterapia-milano.eu

IL SOGNO COME OPPORTUNITÀ

Carnevale-di-Arlecchino-Joan-Miro-1925Joan Miró, Il carnevale di Arlecchino, Albright-Knox Art Gallery di Buffalo (Stati Uniti d’America)

“Il sogno è una fortuna e un’opportunità. È vero che tutti sognano, e probabilmente quattro o cinque volte per notte. Ma un sogno che svanisce è come un frutto che non si è colto.” [1]

Ma in che senso il sogno è un’opportunità?

Nel senso che può rappresentare un cambiamento di equilibri fra le diverse parti di sé, un cambiamento in nuce che deve essere colto nella sua valenza trasformativa prima che venga abortito e si disperda nel mondo delle possibilità che non si realizzano.

Affinché quindi il sogno possa dispiegare tutte le sue potenzialità, si rende necessario un interprete, qualcuno che sappia sottolineare l’aspetto predittivo – diciamo così – del sogno e tradurne la forza visionaria in parole che anticipano e legittimano i cambiamenti possibili, pena il rischio che questi vengano affossati dal modo di vedere  e di vedersi abituale del sognatore che possiede la forza ancora maggiore della routine e dell’inerzia.  “Dunque, un interprete di sogni è un ostetrico dell’indomani.” [2]

 [1] Nathan, T., Una nuova interpretazione dei sogni, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2011, p. 189.

[2] Così ancora Tobie Nathan, ivi, a p.190.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

http://www.psicoterapia-milano.eu

L’URGENZA SESSUALE DEGLI UOMINI

leone

http://www.mille-animali.com/animali/mammiferi/leone.php

 

Molti uomini rappresentano il proprio genere di appartenenza come caratterizzato da una urgenza sessuale costitutiva, da impulsi sessuali impellenti e incoercibili. Come si trattasse solo di una questione meramente fisica, di natura organica: l’uomo deve liberarsi della pressione del liquido seminale, deve in un modo o nell’altro “sfogarsi”. È una questione di natura – dicono. Ma anche molte donne concepiscono la sessualità maschile in tal guisa, mentre attribuiscono a sé una sessualità di minor intensità e alla quale, comunque, si può più facilmente rinunciare. Del resto non hanno un liquido seminale da evacuare, loro.

Ho sentito uomini quasi vergognarsi, o vergognarsi francamente, quando non hanno avvertito in sé quella urgenza e donne disprezzare gli uomini che si sottraevano alle loro profferte sessuali appellandoli “gay” (dimostrando così un doppio pregiudizio), come se un uomo, che fosse davvero tale – questo il senso del loro dire – non potesse che eccitarsi di fronte ad una qualsiasi occasione che gli si propone di fare del sesso. E non si creda che questo accada necessariamente fra persone culturalmente “rozze”.

Persino in ambito scientifico, come ci segnala l’interessante articolo Uomini promiscui, donne caste e altre leggende sui generi di Cordelia Fine e Mark A. Elgar nel numero attuale de Le scienze [1], si è ritenuto a lungo che si potesse spiegare la differenza nei comportamenti sessuali fra maschi e femmine, ritenuti più promiscui i primi e più “caste” le seconde, in termini strettamente evolutivi, legittimando così la naturalità di questa differenza, fino alle ricerche più recenti che hanno ribaltato molti presupposti di tale visione. [2]

Personalmente credo che un rapporto fra i sessi basato su maggior reciprocità e rispetto di quello tuttora esistente nella società passi attraverso un cambiamento non solo nel modo di concepire le donne, ma anche gli stessi uomini, da parte di tutti. Gli uomini dovrebbero, a mio avviso, ribellarsi di fronte ad una immagine così squalificante di sé, che li priva della possibilità, almeno nelle aspettative diffuse, di scegliere e di esprimere la loro soggettività oltre ogni meccanicismo “animalesco” (che poi, anche il mondo animale si presenta molto più complesso dal punto di vista sessuale di quanto risulti da  questo stereotipo di genere: si veda la nota 2).

Sappiamo, fra l’altro, quanta pressione le aspettative sociali producono sulla mente e i comportamenti delle persone, in un circolo vizioso!

[1] Le scienze, novembre 2017, numero speciale: La nuova scienza di sesso e genere, pp. 37-41

[2] In questo articolo emerge che, secondo la teoria più tradizionale, la selezione sessuale (che, come quella naturale, fa sì che alcun individui abbiano più successo di altri) agirebbe con più forza nei maschi che nelle femmine, rendendo i primi più competitivi sessualmente. Ciò dipenderebbe dal fatto che vi sarebbe un’asimmetria fra i sessi nell’investimento sulla riproduzione, poiché le femmine investirebbero di più dei compagni: lo si desumerebbe sia dalla differenza dei gameti, “l’ovulo [é] grande e grosso invece dello spermatozoo piccolo ed esile” (ivi, p. 39), sia dall’impegno nella gestazione, e nell’allattamento nei mammiferi, e nella protezione. “Così, proprio come un consumatore sceglie un’automobile con molta più cura rispetto a un piccolo oggetto economico usa e getta, secondo la teoria di Trivers il sesso che investe di più – in genere quello femminile – per accoppiarsi accetta solo il miglior partner possibile. E qui sta il bello: il sesso che investe di meno – di solito quello maschile – ha comportamenti che, idealmente, distribuiscono il più possibile seme abbondante e poco costoso”. (ivi, p. 39) Tuttavia, negli ultimi decenni, sarebbe emerso che la natura “dimostra di non essere per niente semplice e chiara come indicherebbe questa linea di ragionamento, nemmeno per gli animali non umani”, dove in molte specie “una quota rilevante di femmine […] non riesce a riprodursi. E non è detto che la promiscuità maschile sia la norma” (ivi, p. 39). Figuriamoci nella nostra specie dove la faccenda è resa ancora più complessa dalla inefficienza dell’attività sessuale (poiché il coito non è coordinato con l’attività ormonale, come avviene in altre specie per far sì che il sesso sia finalizzato alla riproduzione) e dagli aspetti ambientali e culturali. “Anche se sicuramente il sesso influisce sul cervello, questa argomentazione non tiene conto di una tesi sempre più dimostrata nella biologia evolutiva: la prole non eredita solo i geni, ma anche un particolare ambiente sociale ed ecologico che può svolgere un ruolo determinante nell’espressione dei tratti adattivi”. (ivi, p.41)

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

http://www.psicoterapia-milano.eu

DOVE NON HO MAI ABITATO di Paolo Franchi

 

coverlg
http://www.mymovies.it/film/2017/dovenonhomaiabitato/

Dove non ho mai abitato, ovvero un film su un incontro potenzialmente trasformativo che non ha sèguito, su una occasione di cambiamento personale abortita e sullo spazio come dimensione simbolica, e non solo, necessaria per esprimersi ed “esserci” nella vita, purché lo si abiti con la propria personalità anziché scivolarci dentro senza occuparlo.

Di Massimo (Fabrizio Gifuni) si comprende attraverso il dipanarsi della storia che ha dovuto impegnarsi per riuscire, per entrare nello studio di un geniale ed egocentrico architetto (Giulio Brogi), ormai anziano, e conquistarne la fiducia fino a divenirne il delfino. In lui qualcuno deve aver creduto – gli dice ad un certo punto un cliente – e dai ricordi del fratello si comprende che è stato il padre, il quale lo sfidava a far emergere il proprio talento fin da quando era bambino, in gara appunto con il fratello. E quest’ultimo, se dalla gara sembra essersi sfilato, aver rinunciato “ad applicarsi” secondo le stesse parole di Massimo, tanto da divenire un uomo di minor successo, è comunque riuscito a costruire dei legami familiari caldi da cui può accettare di dipendere. Il protagonista, invece, che la gara l’ha vinta, riesce solo a progettare le case per gli altri, per le ambizioni del padre – quello vero e quello putativo, incarnato quest’ultimo dall’architetto ottantaquattrenne – e mai per sé; progetta case per le storie d’amore altrui e mai per le proprie. Il suo appartamento è potenzialmente bello, come quello di un architetto, ma spoglio, buio, disabitato, con gli scatoloni del trasloco ancora impilati da due anni e mai vissuto davvero. Anche la compagna appare solo di passaggio, in quella casa così poco ospitale.

Ci sono dei momenti nella vita che ti costringono a fermarti e a riflettere su chi sei, sulle scelte fatte, o sulle non scelte, che comunque producono conseguenze: eccome se le producono! Del resto, riflettere su di sé è molto difficile e per lo più tendiamo a sfuggire a questo compito. Francesca (Emmanuelle Devos), figlia del vecchio architetto, grazie al lavoro di ristrutturazione che questi le affibbia, suo malgrado, in collaborazione con Massimo, è costretta a rivedere la propria vita: si innamora del collega ed entra in crisi. Ha rinunciato molto tempo addietro alla professione di architetto per seguire il marito, che lavora nell’alta finanza, nelle sue cene d’affari. È una “borghese frustrata” – così la definisce il padre che detesta il genero per la sua passività e mancanza di senso dell’umorismo.

Eppure il mestiere di architetto l’appassionava e tuttora riesce a metterci una nota personale, un “tocco femminile”, dimostrandosi capace – lei sì – di cogliere il bisogno di intimità della coppia che ha commissionato la ristrutturazione e che chiede almeno un luogo raccolto in cui dedicarsi alla lettura (come a dire che l’intimità e la possibilità di soffermarsi richiede confini, richiede di porre argini alle aspettative altrui, anche a costo di escludere qualcuno o qualcosa). La casa era stata viceversa concepita da Massimo  tutta vetri e open space, e secondo una bellezza aliena e disincarnata (l’architetto trova scandaloso che il proprietario che ci abiterà decida di mettere una poltrona in un angolo che egli aveva pensato dovesse rimanere vuoto, disordinando così una immagine astratta di armonia con una esigenza  personale).

Inizialmente sembra essere Francesca a innescare una scintilla di vitalità e di cambiamento nella vita affettivamente desolata sua e di Massimo, così come è lei a riuscire a personalizzare il progetto che la vede di nuovo impegnata come architetto dopo tanti anni, ma in ultimo sarà solo lui ad assumersi la responsabilità del tedoforo di tenere accesa quella fiammella: Francesca, infatti, finisce con il rinunciare all’opportunità di riprendere in mano la sua vita dal punto di vista tanto affettivo che lavorativo; non ce la farà a seguirlo nel rischio del cambiamento, e fuggirà, come del resto, ha sempre fatto, per sua stessa ammissione.

Si esce dal cinema rattristati per le chances sacrificate dai protagonisti. E subito dopo viene da chiedersi cosa è che consente a una persona di acciuffare le occasioni che le si presentano per svoltare, per abitare appieno l’esistenza e realizzare le proprie potenzialità, e cosa, invece, lo impedisce.

Credo che la risposta che ci fornisce il regista, e che personalmente condivido, stia proprio in quel “qualcuno deve aver creduto in te” affinché si possa scommettere su di sé. La controprova la possiamo rintracciare nel fatto che Francesca rivela come, al contrario, la madre non l’abbia mai nemmeno “vista” (e forse nemmeno il padre) e come, da donna adulta, non sappia perciò nemmeno lei vedersi con occhi propri, non sappia chi è e tanto meno riesca ad afferrare alcunché della vita. Con le sue stesse mani chiude così ogni apertura al divenire insieme alla cortina pesante di una finestra della sua lussuosa e anonima casa di Parigi, dove è tornata a vivere col marito, che la cela definitivamente anche al nostro sguardo.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

psicoterapia individuale – di coppia – di gruppo

http://www.psicoterapia-milano.eu