IL SOGNO: UN TESTO CON PIÙ LIVELLI DI SIGNIFICATO DA SVELARE E DA CUI RIPARTIRE

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René Magritte, La Décalcomanie, 1966, Collection of Dr. Noémi Perelman Mattis and Dr. Daniel C. Mattis

 

I sogni raccontati in analisi rappresentano una fonte preziosa di conoscenza del mondo interno del paziente e dei temi su cui, nel tentativo di elaborarli, egli si sta inconsciamente impegnando nel periodo in cui li produce.

Già Freud riteneva il sogno “la via regia che conduce all’inconscio”, una via che per essere percorsa richiede, tuttavia, un lavoro di interpretazione. Gli elementi manifesti del sogno non vanno presi alla lettera, non solo perché ciò sarebbe spesso difficile, stante la loro usuale bizzarria, ma anche perché non vi è una corrispondenza univoca fra le immagini oniriche e il loro significato, non vi si può applicare, cioè, una equazione simbolica universale. Nell’interpretazione occorre tener conto del mondo culturale e sociale del sognatore caratterizzato da suoi simboli specifici che non per forza coincidono con quelli dell’analista. Inoltre, in ragione del processo onirico della condensazione, le immagini del sogno presentano un carattere polisemico: rinviano cioè a più significati latenti, a più agglomerati di pensieri/emozioni, che vanno appunto svelati. E questo è il compito che spetta alla coppia paziente/psicoanalista.

Lo psicoanalista, da solo, non è infatti in grado di comprendere il sogno senza l’apporto del paziente, e non solo per la necessità di rintracciare i rimandi all’ambiente culturale e simbolico proprio di quest’ultimo. È come se il sogno andasse “ri-sognato insieme” da entrambi, paziente e analista: a partire dalle associazioni del primo, ci si lascia liberamente trasportare, attraverso ulteriori immagini e pensieri, alle osservazioni che spontaneamente ne scaturiscono sulla realtà attuale o passata del paziente. Occorre evitare che un eccessivo intervento della razionalità venga ad interferire in questo processo immaginativo e riflessivo, come avverrebbe se si pretendesse di applicare un codice preciso di semplice traduzione simbolica dei singoli elementi del sogno. Il sogno è prezioso, detto in altri termini, se diviene un testo non solo da svelare, in quanto prodotto dell’inconscio, ma anche un testo in divenire che va arricchendosi di nuove suggestioni ed elaborazioni anche sul  futuro: ciò si rende possibile se a partire da esso ci ci si lascia andare a “veleggiare”, con una disposizione cognitiva/affettiva che potremmo definire in parte in continuazione con  quella onirica, a mezzo fra il consapevole e l’inconsapevole, sul mare inconscio che è almeno parzialmente sgorgato in superficie grazie al sogno.

Il fatto stesso, poi, che il sogno venga ricordato (quando accade) e narrato in analisi (quanti infatti saranno quelli che non vengono raccontati?), ne fa anche un precipuo oggetto del campo relazionale analitico che rinvia alla sua trama di proiezioni e realtà.

I prodotti onirici, pertanto, non si limitano a parlare solo del paziente, della sua struttura psichica e relazionale, del suo immaginario, del suo lavorio inconscio del momento, ma sono in grado anche di svelare le dinamiche che stanno intercorrendo nel rapporto con l’analista. Essi sono, dunque, una fonte preziosa anche per questi, per comprendere le correnti affettive e ideative che corrono fra lui e il paziente, e, in definitiva, per la coppia al lavoro tutta (o per il gruppo, se si tratta di un’analisi di gruppo). [1]

[1] Giulio Gasca, psicodrammatista analitico, rinviene nel sogno tre differenti dimensioni che si intersecano: quello del mondo interno e delle strutture psichiche del paziente, quello riferito all’ambito attuale che sta vivendo il sognatore o alla sua dimensione storico-personale, e, infine, quello della dinamica di gruppo. Così in Gasca, G., Sviluppi teorici e pratici della tecnica di analisi dei sogni nei gruppi di Psicodramma analitico, in Psicodramma analitico, Il sogno. Teatro interiore dell’anima, n. 8, 1999/2000, p. 5.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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L’AMORE CORRE SUL WEB

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René Magritte, La Décalcomanie, 1966, Collection of Dr. Noémi Perelman Mattis and Dr. Daniel C. Mattis

Non c’è fascia d’età o condizione sociale che non soffra dell’allentamento dei legami comunitari, dello sfilacciamento delle reti sociali territoriali cui si assiste da tempo, quelle che una volta portavano a conoscersi e frequentarsi direttamente di persona coagulandosi intorno ad interessi ed appartenenze varie. Se oggi ci si ritrova single [1], almeno a Milano e provincia (questo è ciò di cui posso essere direttamente testimone attraverso la mia attività professionale), è spesso difficile fare nuove conoscenze, se non in modo estemporaneo che difficilmente consente di coltivare i rapporti.

Anche per questo sempre più persone si rivolgono ai siti di incontri on line. Per uscire dall’isolamento e conoscere persone nuove.

“Le app di dating online, complice anche lo stigma sociale che sta via via scomparendo, sono sempre più diffuse e utilizzate. Secondo un sondaggio realizzato da Statistica oltre il 30% degli utenti statunitensi di internet tra i 19 e 29 anni utilizza attualmente siti o app di appuntamenti, mentre il 31% ammette di averlo già fatto in precedenza. E anche gli europei sembrano non essere da meno. Secondo uno studio del Center for economics and business research, commissionato da Meeting in 6 Paesi europei (Germania, Spagna, Gran Bretagna, Italia, Francia e Olanda), il giro d’affari delle attività legate agli incontri di nuovi partner sarebbe di quasi 26 miliardi di euro, buona parte dei quali riconducibili proprio alle app di dating online.” [2]

Se si dà un occhio ai siti di incontri si può facilmente constatare che le persone che si iscrivono appartengono a fasce d’età anche più alte, almeno in Italia, e che differenti sono le motivazioni che spingono alla ricerca attraverso i siti: dall’intrecciare relazioni meramente sessuali o comunque senza impegno, usa e getta, al limitarsi a relazioni virtuali nelle quali non è previsto uscire dalla rete e incontrarsi di persona, al cercare l'”anima gemella”, relazioni sentimentali potenzialmente durature.

L’autodescrizione di presentazione richiesta dai siti è artificiale poiché passa necessariamente attraverso una semplificazione: occorre raccontarsi attraverso categorie per lo più pre-definite dai siti stessi che schiacciano la complessità della personalità. Si può rimanere intrappolati da questa griglia di caratteristiche. Chi entra in una app di incontri vede una carrellata di visi (per la verità spesso assenti, per non essere riconosciuti da parenti, amici, coniugi, o per non essere scelti solo per l’aspetto esteriore), dati anagrafici e descrizioni sommarie sul proprio fisico, la propria personalità, i propri interessi e valori, insomma su chi si è (o si dovrebbe essere) e chi si cerca. Sembra un grande mercato. L’impatto può essere scioccante. Ma se si supera lo shock iniziale e si comincia a messaggiarsi, si aprono possibilità diverse, ce la si può giocare in vario modo.

Riparati dallo schermo, è più facile mostrare l’immagine di sé che si ritiene migliore, è più facile sottrarsi alla complessità di un incontro dal vivo. Se si vuole ci si può lanciare in giochi di seduzione confinati nella rete. Ma, a volte, è anche più facile raccontarsi, mettersi a nudo, senza la paura di uno sguardo e di un  giudizio. Il modo in cui ci si approccia può far intuire molte cose su chi c’è dall’altra parte della rete, ma può trarre anche in inganno, per la potenza dei desideri proiettati sull’altro.

Anche quando ci si vede per la prima volta dal vivo, intendo in situazioni non virtuali, è inevitabile farsi un primo giudizio sulla persona che si ha di fronte, potenzialmente fallace anch’esso, ma comunque con più informazioni a disposizione. Ci si può piacere o non piacere “a pelle”, come si suol dire, espressione che già di per sé denuncia come i dati a disposizione nell’incontro in carne e ossa sono molti di più di quelli forniti dal contenuto delle parole: l’impressione che se ne ricava si fonda inconsapevolmente sulla comunicazione non verbale e paraverbale, oltre che sul mero impatto visivo; cioè su tutti quei segnali del corpo che, come è noto, sono assai più fini delle parole. Mi riferisco agli sguardi, alla prossemica, al modo di muoversi, ma anche al tono della voce, al suo timbro, alla velocità nel parlare, alle pause, alla alternanza nel parlarsi e ascoltarsi. (Ogni psicoanalista conosce bene l’immensa significatività di questi dati, spesso molto più importanti del contenuto semantico delle parole, nello scambio con il proprio paziente – e ci tengo a precisare che ciò avviene da parte di entrambi gli interlocutori: le interpretazioni dell’analista sono meno incisive della sua comunicazione empatica e della sua disposizione relazionale).

Salvo che non si voglia rimanere nell’ambito di una relazione virtuale, con tutti i suoi limiti di non autenticità, ciò che fa la vera differenza è perciò, fatta una scrematura di massima e molto aleatoria, il decidere di passare all’incontro alla luce del sole, con le dovute cautele, perché le sole parole non saranno mai sufficienti di per sé a costruire una relazione vera …. e poi sarà quel che sarà… Non diversamente da quando ci si incontra nel mondo reale. [3]

[1] Il rapporto Istat 2017 fotografa l’aumento dei single: una famiglia su tre risulta composta da una sola persona. Da: http://www.repubblica.it/cronaca/2017/12/28/news/istat_single_con_una_lunga_vita_davanti_siamo_tra_i_paesi_piu_vecchi_del_mondo-185371114/

[2] Pasqualotto, S., Una relazione su 3 nasce online e le app di dating valgono 4,6 miliardi, 14 febbraio 2018, Il sole 24 ore

[3] Sempre ivi, dall’articolo su Il sole 24 ore citato, leggiamo: “Se ancora non bastasse, a far uscire definitivamente il tema delle app di dating dalla zona d’ombra di ciò che «si fa ma non si dice» ci ha pensato persino uno studio universitario intitolato “The strenght of absent ties: social integration via online dating”. Gli autori (i professori di economia Josuè Ortega dell’università dell’Essex e Philipp Hergovich dell’univesità di Vienna), […] si sono accorti che le app di dating hanno contribuito ad aumentare le unioni tra persone di etnie e di ambienti sociali diversi, avendo inoltre un effetto positivo sulla durata delle unioni. Il loro studio sembra dimostrare infatti che i matrimoni tra persone che si sono conosciute online tendono a sciogliersi meno frequentemente e ad essere più solidi.”

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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PAROLE COME SCATOLE: AD ESEMPIO LA PAROLA CAPRICCI

Sostegno alla genitorialità
Sostegno alle capacità genitoriali

photo by Peter Sieling:  http://www.flickr.com/photos/bluespete

Ci sono parole usate frequentemente con riguardo ai bambini che non hanno un preciso campo semantico, ma si prestano, anzi, ad indicare fenomeni molto differenti fra loro;  per questo le chiamo “parole-scatole”: ci si può infilare dentro ciò che si vuole mantenendo la parvenza di un riferimento oggettivo, di un significato univoco che, in verità, manca loro. L’unico elemento inequivocabile è la valenza negativa loro attribuita.

Penso, ad esempio alla parola <<capricci>>: <<non fare i capricci!>> è un’espressione molto comune, usata in mille circostanze differenti da genitori, nonni, educatori chiaramente infastiditi. Ma cosa sono esattamente questi capricci? La parola evoca immediatamente un bambino che si impunta o magari strilla e comunque si oppone al volere dei genitori. Ma nulla dice sulle motivazioni sottostanti, le quali, potendo essere molto differenziate fra loro, rimandano a fenomeni chiaramente diversi.

Un bambino può fare spesso i cosiddetti capricci perché, a fronte di regole date in modo incostante e imprevedibile da parte degli adulti, ha imparato che impuntandosi può sfondare il limite che gli viene dato: nessuno infatti accetta con facilità i limiti, a maggior ragione i bambini che non sanno ancora scambiare una frustrazione attuale per un vantaggio futuro il quale, oltretutto, è magari per loro del tutto astratto (essere educati e rispettosi per ricevere rispetto; essere in salute se questo vuol dire rinunciare ad una merendina di troppo; essere capaci di sviluppare i propri talenti se questo implica anche impegnarsi, ecc.). Se c’è modo di sottrarsi è inevitabile che un bambino ci provi.

Oppure, più banalmente, il capriccio episodico può esprimere stanchezza e minore capacità temporanea di reggere la frustrazione.

O ancora può essere una reazione per quella che è stata vissuta come una ingiustizia subita, magari perché il bambino non ha compreso il motivo della regola che gli è stata imposta, forse perché non gli è stata nemmeno spiegata, o perché, ancora, una ingiustizia effettivamente c’è stata. La regola o l’imposizione contro cui si ribella, allora, non può che essergli apparsa come frutto di uno strapotere ingiustificato e non autorevole che egli cerca a suo modo di contrastare in maniera altrettanto poco dialogante.

Oppure, ancora, il bambino sta cercando di conquistare una propria autonomia o una propria visibilità perché non si sente considerato come legittimo fautore di scelte o non si sente ascoltato come un interlocutore e quindi, pur di essere visto, ascoltato e riconosciuto, si inalbera, magari anche per inezie. A volte non avrebbe effettivamente senso concedergli l’autonomia rispetto al motivo specifico per cui fa i capricci, ma sarebbe invece possibile riconoscergliene comunque un po’ in altre situazioni, a seconda anche dell’età.

In definitiva, a fronte di un bambino <<capriccioso>>, un adulto dovrebbe sempre domandarsi che cosa quel bambino sta cercando di esprimere attraverso il capriccio e come egli stesso si pone in relazione alle istanze così espresse, seppure malamente e spesso per meri pretesti. Non esistono infatti bambini costituzionalmente capricciosi e i capricci si inseriscono in una relazione di cui fanno evidentemente parte tanto il bambino quanto l’adulto, e, quest’ultimo, con un maggiore potere di influenza.

Se i capricci sono frequenti, esprimono senz’altro un qualche disagio della relazione e sarebbe bene che il genitore si facesse allora aiutare a decodificarli e a gestirli diversamente mediante un sostegno alla genitorialità.

 

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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CHE FINE HA FATTO IL MIO BAMBINO?

 

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Miguel Ángel Belinchón Bujes, noto come Belin

Tratto da: https://www.keblog.it/street-art-murales-dipinti-postneocubismo-belin/

“Che fine ha fatto il mio bambino, il bambino che mi amava tanto e mi considerava la più bella mamma del mondo, il bambino che mi ascoltava e con cui era facile capirsi? Questo figlio all’improvviso non lo riconosco più, non so più chi è e perché sembra tenermi a distanza o addirittura avercela con me.”

Tutti sanno che i figli ad un certo punto fanno la “muta” e da bambini facili da gestire, affettuosi e adoranti, si trasformano sotto gli occhi, come per incantesimo, in ragazzini a volte burberi e distanzianti, se non francamente oppositivi e trasgressivi. Eppure i genitori vengono spesso colti di sorpresa quando è il loro turno di assistere alla muta. Di fronte alle manifestazioni della preadolescenza si sentono spiazzati e vivono i primi accenni di conflittualità come una sorta di tradimento dell’affetto, come un’accusa ingiusta che i figli, tanto amorevolmente accuditi, rivolgono loro. E si arrovellano di domande. E soffrono.

È così che mi trovo spesso a suggerire ai genitori che mi consultano di fare tesoro dello spaesamento che provano come della nostalgia per l’infanzia perduta del loro figlio per riuscire a sintonizzarsi nuovamente con quanto lo stesso figlio vive, sospinto violentemente com’è fuori dall’infanzia senza avere ancora sufficienti strumenti cognitivi e affettivi per affrontare il cambiamento. Anche i preadolescenti si sentono spaesati, a dispetto di quell’atteggiamento supponente che all’improvviso hanno tirato su come una barriera; sono in verità alle prese con un corpo che si modifica velocemente e che, spesso troppo precocemente rispetto alle possibilità di elaborazione della mente, diviene sessuato. Anche loro provano nostalgia per l’infanzia, per quel periodo di armoniosa quiete a fronte della tempesta che stanno vivendo ora, seppure in alternanza alla urgenza delle spinte interne all’autonomia.

Per crescere e diventare individui con una propria personalità separata da quella dei genitori, i preadolescenti (e gli adolescenti) non possono che tenersi in parte lontani dal “risucchio” dell’amore dei genitori, respingere il richiamo di quel senso di protezione connesso all’infanzia, pena il non riuscire a trovare la forza per “tradire” l’immagine di sé bambini, l’immagine che i genitori rispecchiano loro, e diventare altro, diventare grandi. E tanto più sono forti il risucchio e il richiamo tanto più avranno bisogno di ricorrere alla conflittualità per separarsi e diversificarsi. La protezione e il senso di appartenenza la cercheranno d’ora in poi soprattutto nel gruppo dei pari.

Per questo, i genitori, fatto salvi problemi specifici di relazione, non hanno da temere l’oppositività che, entro certi limiti, è sana e necessaria per crescere. E non devono viverla come un’accusa o un tradimento, ma come una fase, faticosa – certo – ma necessaria dello sviluppo. L’alternativa sarebbe avere dei figli eterni bambini, compiacenti e senza una propria individualità delineata, il che non è certamente auspicabile. Sostengo, inoltre, che le persone che al giusto tempo non hanno attraversato il travaglio della preadolescenza e dell’adolescenza, prima o poi manifestano un disagio derivante proprio dall’essere compiacenti e aderenti alle aspettative altrui.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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UN DISTURBO SESSUALE MOLTO FREQUENTE: LA EIACULAZIONE PRECOCE

 

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Antonio Canova, Amore e Psiche, 1788-1793, Museo del Louvre

 

La eiaculazione precoce è un disturbo sessuale piuttosto frequente che può creare notevole sofferenza psicologica e relazionale, individuale e di coppia.

Anche se nel nome vi è una inequivocabile indicazione temporale (“precoce”), si è ampiamente discusso su come il disturbo vada esattamente definito. Poiché è difficile pervenire ad una quantificazione del tempo, considerato insufficiente, che intercorre fra la penetrazione e l’orgasmo, si ricorre, per lo più, al criterio della presenza o assenza nell’uomo del controllo volontario sulla eiaculazione; a volte si fa riferimento anche alla soddisfazione sessuale della partner grazie alla possibilità di tale controllo [1], introducendo così un elemento strettamente relazionale nella stessa definizione. Non a caso, l’attenzione alla eiaculazione precoce è relativamente recente e legata anche al diverso modo di concepire la sessualità femminile rispetto al passato e all’importanza che oggi si attribuisce al piacere sessuale della donna non meno che dell’uomo.

Ovviamente, una mancanza di controllo occasionale o alle primissime esperienze sessuali non è sufficiente per parlare di eiaculazione precoce in termini di disturbo acclarato. Inoltre, bisogna considerare che la insoddisfazione sessuale della partner può dipendere, a sua volta, da problematiche specifiche della stessa, come per esempio la dispareunia o il vaginismo o l’anorgasmia.

Le cause dell’eiaculazione precoce possono essere di origine sia organica che psicologica. Occorre primariamente escludere ogni possibile causa organica e solo in seguito rivolgersi ad uno psicologo per un percorso psicoterapeutico, che potrà, a seconda dei casi, essere individuale o di coppia.

Dal punto di vista psicologico, è impossibile individuare in astratto la motivazione del disturbo per ogni singolo paziente. Occorre ricostruire con questi la storia e le caratteristiche del sintomo: è evidentemente differente il caso in cui esso si presenta regolarmente, in tutte le sue relazioni sessuali, da quello in cui è insorto e si è manifestato solo in una specifica relazione, o, ancora, da quello in cui si è verificato solo da un certo punto in poi della sua vita sessuale; è importante anche comprendere se i tempi di latenza fra l’inizio della stimolazione e l’eiaculazione durante la masturbazione siano o no nettamente più lunghi di quelli fra l’inizio delle spinte del coito e l’eiaculazione. Nel primo caso sembrerebbe, infatti, che sia il sostare dentro il corpo della donna a creare problemi.

Tutte le predette distinzioni sono importanti da compiere per comprendere se si tratti, per ogni singolo paziente, di problematiche legate ad una specifica relazione di coppia o al rapporto con la figura femminile in generale, così come interiorizzata, o al modo di vivere la sessualità e il piacere o a un evento traumatico. Rimando comunque all’articolo La sessualità come specchio delle nostre dinamiche relazionali nella categoria del blog Sessualità e disturbi sessuali per comprendere come i disagi che si manifestano nell’ambito della sessualità vadano letti all’interno di una visione relazionale.

A queste eventuali problematiche di fondo di cui sopra è inevitabile che poi si aggiunga l’ansia anticipatoria, cioè l’ansia di incorrere ancora una volta, ad ogni nuovo rapporto sessuale, nella frustrazione derivante dal sintomo stesso, che, circolarmente, non fa che ampliarlo, fino, a volte, a condurre a preferire astenersi dalla sessualità che rischiare di “fallire”.

È importante la reazione manifestata dalla partner che può ingigantire o aiutare a sdrammatizzare il senso di fallimento e di vergogna associato al sintomo. Ma è anche evidente che è possibile venire a capo dello stesso solo se nell’uomo non si instaura un atteggiamento di negazione del problema, magari anche solo per vergogna. Non c’è alcuna colpa nelle proprie sintomatologie e vulnerabilità, e prendersi cura delle stesse chiedendo aiuto non solo è un modo di prendersi cura di sé, ma è anche un segno di forza.

[1] Per i sessuologi pionieri della disciplina Master e Johnson (1970) si trattava della incapacità dell’uomo di inibire l’eiaculazione abbastanza a lungo da consentire alla propia partner di raggiungere l’orgasmo nel 50% dei rapporti; per Helen Singer Kaplan della assenza di controllo volontario dell’eiaculazione, per il DMS-III R (l987), della: “persistente o ricorrente eiaculazione con minima stimolazione sessuale prima, durante o subito dopo la penetrazione e prima che la persona lo desideri”.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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I SENTIMENTI AMBIVALENTI IN GRAVIDANZA

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I pensieri e sentimenti ambivalenti che non vengono riconosciuti e accolti, associati alla gravidanza anche quando cercata o comunque voluta, finiscono con il convertirsi in motivi di disagio o con il nutrire sintomi, come del resto avviene per tutti i pensieri/emozioni che sono censurati, a un qualche livello, e quindi non integrati nell’esperienza e non elaborati.

La società in cui siamo immersi non aiuta granché a riconoscere o mitigare, laddove possibile, le ambivalenze delle madri perché è ancora molto forte una certa cultura sacrificale della maternità. Inoltre, al di là di ogni retorica intorno al ruolo della Madre, non sono stati ancora rimossi gli ostacoli, per esempio nel mondo del lavoro, alla possibilità di contemperare la maternità con altre dimensioni di sé, come appunto quella professionale, ma non solo. Come se il crescere i figli fosse solo una questione femminile e non qualcosa che riguarda la società tutta.

Ma a quali pensieri/emozioni ambivalenti mi riferisco?

Sono convinta che sia inevitabile provare un miscuglio di pensieri/emozioni, di differente segno, in ordine al divenire madri. Accanto e mescolata alla gioia e all’eccitazione, al senso di mistero, alla speranza e soddisfazione connessa al realizzarsi e trascendersi, alla commozione di un figlio voluto come frutto dell’amore della coppia genitoriale (quando è così), vi sono l’ansia per l’ignoto che l’avventura di un figlio rappresenta, anche quando non è il primo (perché ogni figlio è una storia a sé e perché anche la madre è in una condizione sicuramente differente da quella in cui si trovava al momento dell’arrivo del primo bambino, non fosse altro perché ora la compagine familiare è un’altra); la preoccupazione di farcela a crescere un bambino e poi un ragazzo: “sarò capace? saprò tutelarlo dalle insidie di questa società così complessa e differente da quella in cui sono cresciuta io e che galoppa a un ritmo di cambiamento a cui è difficile stare dietro?”; la paura di essere molto vincolata dal bimbo in arrivo e di perdere quella libertà di cui si godeva prima nel gestire il proprio tempo libero – molte cose per un po’ non si potranno più fare, perché un figlio è oggettivamente anche un grande impegno; le preoccupazioni economiche e quelle legate alla propria posizione lavorativa, alla propria carriera; l’apprensione circa gli effetti sul rapporto di coppia e/o sul primogenito all’arrivo del secondo; un  più o meno vago senso di soffocamento che si accompagna all’aspetto di irreversibilità della scelta – si è madri per tutta la vita – ;  l’inquietante connesso al corpo che cambia, si deforma per lasciare spazio a qualcuno di totalmente sconosciuto e invisibile e che abita – altro da sé – le proprie profondità; vi è la certezza che nulla sarà più come prima e che si sta lasciando alle spalle per sempre una stagione della vita. Ecco, dunque, affacciarsi un vissuto di perdita o di lutto.

“Ma come perdita e lutto? Di fronte alla meraviglia della vita che si rinnova? Che scandalo! Sarò una ingrata, una madre degenere? Verrò punita per questi miei pensieri men che felici?”. I sensi di colpa si intrufolano nella gravidanza a ingrandire la paura di non essere una brava madre e la paura di non saper generare un figlio sano e normale.

Questa congerie di pensieri/emozioni, più o meno presenti e  forti a seconda anche della specifica esperienza che ciascuna donna si porta appresso come figlia e nel rapporto con la propria madre, può ingolfare la mente della donna se bandita dalla propria possibilità di riflettere su di essa e di “tenerne insieme” le differenti componenti. A volte, può esitare in forme più o meno serie di depressione post partum.

È importante che una donna in gravidanza possa esternare i suoi pensieri ed emozioni anche negativi ed essere ascoltata senza giudizio né scandalo per evitare di aggravare sensi di colpa che è possibile già provi da sola.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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IL SOGNO COME OPPORTUNITÀ

Carnevale-di-Arlecchino-Joan-Miro-1925Joan Miró, Il carnevale di Arlecchino, Albright-Knox Art Gallery di Buffalo (Stati Uniti d’America)

“Il sogno è una fortuna e un’opportunità. È vero che tutti sognano, e probabilmente quattro o cinque volte per notte. Ma un sogno che svanisce è come un frutto che non si è colto.” [1]

Ma in che senso il sogno è un’opportunità?

Nel senso che può rappresentare un cambiamento di equilibri fra le diverse parti di sé, un cambiamento in nuce che deve essere colto nella sua valenza trasformativa prima che venga abortito e si disperda nel mondo delle possibilità che non si realizzano.

Affinché quindi il sogno possa dispiegare tutte le sue potenzialità, si rende necessario un interprete, qualcuno che sappia sottolineare l’aspetto predittivo – diciamo così – del sogno e tradurne la forza visionaria in parole che anticipano e legittimano i cambiamenti possibili, pena il rischio che questi vengano affossati dal modo di vedere  e di vedersi abituale del sognatore che possiede la forza ancora maggiore della routine e dell’inerzia.  “Dunque, un interprete di sogni è un ostetrico dell’indomani.” [2]

 [1] Nathan, T., Una nuova interpretazione dei sogni, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2011, p. 189.

[2] Così ancora Tobie Nathan, ivi, a p.190.

Marisa Faioni – psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’adolescente – Milano

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